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Economia, da dove parte Renzi? field_506ffb1d3dbe2

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Renzi Padoan Economia

A inizio marzo l’Istat ha pubblicato il documento Pil e indebitamento AP con i dati definitivi sull’economia italiana e i conti pubblici relativi al 2013. È una buona occasione per capire quale situazione eredita il neo Governo presieduto dal Primo Ministro Matteo Renzi.

In primo luogo esaminiamo la situazione dell’economia reale. Come risaputo, il Pil nel 2013 si è nuovamente contratto. Dopo il -2,4 per cento del 2012 si è registrato un -1,9 per cento. Il dato finale è stato peggiore rispetto alle previsioni del precedente governo, presieduto dal Primo Ministro Enrico Letta. I dati degli ultimi due trimestri del 2013 hanno aperto un piccola speranza, perché il Pil ha prima smesso di contrarsi e poi ha cominciato a crescere, seppur per valori molto modesti. Quindi, Renzi arriva in un momento di leggero miglioramento congiunturale, ma la crisi dell’economia reale non può dirsi superata.

Per approfondire l’analisi è utile analizzare le componenti del Pil. In tal modo si capisce quali siano i settori dell’economia su cui è più urgente intervenire. La voce che si è maggiormente contratta nell’anno appena trascorso è stata quella degli investimenti fissi lordi. Sono calati del 4,7 per cento, anche più del -4,4 per cento del 2012. Gli investimenti sono tradizionalmente volatili e reagiscono in modo marcato alle oscillazioni del ciclo economico, ma una perdita di oltre il 9 per cento in due anni è comunque un dato preoccupante. Intervenire sulla capacità di investimento dell’economia italiana potrebbe essere un buon punto di partenza per il Governo.

Un’altra componente fondamentale del Pil sono i consumi. Nei corsi di macroeconomia universitari si spiega agli studenti che i consumi sono meno volatili degli investimenti, ma hanno un peso maggiore nella composizione del Pil. E infatti, nel 2013 i consumi finali nazionali ammontavano a 1.085 miliardi, mentre gli investimenti erano pari a 232 miliardi, e si sono contratti del 2,2 per cento, contro il -4,7 per cento degli investimenti. I consumi sono tradizionalmente meno volatili rispetto agli investimenti perché è difficile ridurli in breve tempo. Infatti, si cerca di mantenere un livello di consumi costante facendo ricorso ai risparmi nel caso in cui sia necessario integrare il reddito. La gravità di questa crisi, però, è tale che le famiglie sono state costrette a ridurre i consumi. Infatti, tra le varie componenti dei consumi sono proprio i consumi delle famiglie ad aver registrato il calo più consistente, -2,6 per cento nel 2013, dopo il -1,3 per cento del 2012. La contrazione dei consumi è un evento raro e ciò certifica quanto stia gravando la negativa congiuntura economica (crescita della disoccupazione e riduzione dei salari) sulle possibilità di spesa delle famiglie italiane. Intervenire su questa voce diventa cruciale per rilanciare l’economia.

Tra le componenti del Pil c’è una voce che, seppur per pochi decimi, è rimasta positiva sia nel 2012 che nel 2013. Le esportazioni sono cresciute anche nel 2013, +0,1 per cento. Questa debole performance non è stata in grado di compensare i cali delle altre componenti. Il saldo con l’estero è però migliorato poiché le importazioni si sono ridotte sia nel 2012 (-4,6 per cento) che nel 2013 (-2,8 per cento). Questo andamento negativo delle importazioni è strettamente collegato al calo dei consumi e degli investimenti, parte dei quali viene destinato alle importazioni.

Quindi, dall’analisi dell’economia reale si nota che la componente dei consumi è quella da rilanciare al più presto (gli investimenti ripartiranno più velocemente proprio perché sono più ciclici). Visti questi dati, agire su salari e occupazione dovrebbe essere la priorità del Governo. Le prime indicazioni sembrano positive. Si spera che i provvedimenti siano efficaci e di ampia portata.

I dati Istat mostrano anche la situazione dei conti pubblici. Per il secondo anno consecutivo il deficit pubblico è stato pari al 3 per cento del Pil. Questo risultato è stato conseguito nonostante una lieve riduzione del prelievo fiscale, calato di circa 5,5 miliardi rispetto al 2012. Si deve però porre attenzione ad un dato negativo: il saldo primario (il saldo primario è la differenza tra entrate e uscite statali senza considerare la spesa per gli interessi sul debito pubblico) è calato dal 2,5 al 2,2 per cento del Pil. Questo getta qualche ombra sulla sostenibilità dei conti visto che per rispettare gli impegni di riduzione del debito è necessario che il saldo si attesti intorno al 5 per cento del Pil.

Nonostante ciò, aver rispettato la soglia del 3 per cento pur avendo avviato il rimborso dei debiti pregressi della Pubblica Amministrazione è sicuramente un aspetto positivo. Permane, al contempo, il problema dell’elevato debito pubblico, arrivato al 132,6 per cento del Pil. Un ammontare che non può lasciare tranquilli.

Da segnalare è che si è registrato un cambiamento positivo nei conti statali, legato alle politiche monetarie espansive e al rasserenamento della situazione sui mercati finanziari: la spesa per interessi è calata da 86,4 miliardi del 2012 a 82 miliardi di Euro nel 2013. La riduzione delle tensioni sui titoli di stato ha consentito, quindi, di risparmiare oltre 4 miliardi nel 2013 e nell’anno in corso è probabile un’ulteriore riduzione di questa voce di spesa.

Quindi, dal punto di vista dei conti pubblici il Primo Ministro Renzi si trova in una situazione che potremmo definire neutrale. Sono rispettati gli impegni minimi, cioè la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil, è avviata una riduzione del prelievo fiscale e gli interessi passivi sono in riduzione. Vi sono le premesse per continuare su questa strada. Così facendo si libereranno risorse per stimolare l’economia. Rimane aperta la questione del debito pubblico.

Queste timide prospettive positive potranno essere confermate purché non continuino ad arrivare diktat sbagliati dalle istituzioni europee. Come mostrato in un precedente articolo, le politiche europee hanno prodotto più disoccupazione, più debito e meno crescita. Continuare a perseverare con la stessa ricetta di politica economica sarebbe diabolico.

I dati Istat presentano anche qualche informazione sul recente passato. Ciò permette di fare un confronto intertemporale sulla situazione dei conti pubblici. La figura 1 mostra l’andamento del deficit pubblico (indebitamento netto) e del saldo primario rispetto al Pil dal 2000 al 2013. La differenza tra le due curve è la spesa per interessi, sempre in rapporto al Pil. Per spiegare meglio i dati si consideri l’anno 2000. A inizio millennio l’Italia registrava un surplus primario del 5,4 per cento del Pil, cioè le entrate erano superiori alle uscite al netto degli interessi, per un importo pari al 5,4 per cento del Prodotto Interno Lordo. Il deficit, che considera tutte le uscite anche quelle per interessi, era pari allo 0,8 per cento del Pil. In questo caso le uscite totali superavano di poco le entrate complessive dello Stato. La distanza tra i due indicatori, come ricordato, ci indica la spesa per interessi, e nell’anno 2000 essa era pari al 6,2 per cento del Pil.

A partire dal 2000 si nota un deciso peggioramento sia del saldo primario che del deficit. Il primo, inoltre, cala più del secondo. Nel 2005 il surplus primario fu azzerato, pari allo 0,2 per cento del Pil, mentre il deficit arrivò al -4,4 per cento. I conti pubblici peggiorarono anche se il peso degli interessi era in riduzione. Infatti, nel 2005 la distanza tra i due indicatori era pari al 4,6 per cento del Pil. Questo significa che tra 2000 e 2005 è stato dilapidato il risparmio sugli interessi (aspetto che in pochi ricordano e che fu frutto esclusivamente della partecipazione dell’Italia all’Euro) e si è attuato un deciso deficit spending, peraltro con pochi risultati sulla crescita, vedi grafico 2. Si noti, inoltre, che tra 2001 e 2006, in anni economicamente migliori degli attuali, il rapporto deficit/Pil fu costantemente oltre la soglia del 3 per cento. Sarebbe stato saggio e politicamente lungimirante in quegli anni mettere fieno in cascina. Purtroppo non fu fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze.

Inoltre, negli anni 2005 e 2006 si è registrato il minor peso degli interessi sul Pil, pari al 4,6 per cento (la distanza tra le due curve è stata inferiore rispetto agli anni precedenti e a quelli successivi). Da allora la spesa per interessi è cresciuta in rapporto al Pil e nel 2012 era risalita al 5,5 per cento del Prodotto a causa della crisi finanziaria che ha coinvolto i titoli di stato a partire dalla seconda metà del 2011.

Dall’analisi di tutti questi dati si può dedurre che il nuovo Governo è chiamato a svolgere due compiti: stimolare l’economia, soprattutto aiutando le famiglie, e migliorare ulteriormente i conti pubblici, soprattutto riducendo il debito. L’impresa sembra impossibile, visto che sono due obiettivi concorrenti (uno prevede incremento di spesa e l’altro un taglio delle spese), ma nella pratica sono entrambi raggiungibili se si riforma la spesa pubblica. I tanto attesi risultati della spending review servono proprio a questo: eliminare le spese improduttive e clientelari (e i cittadini sanno che esistono tante spese inutili…) e destinare questi risparmi sia al rafforzamento delle finanze pubbliche che allo stimolo dell’economia. Fino ad ora, però, nonostante l’impegno dell’ex ministro Dino Piero Giarda e dell’ex commissario governativo per la spending review Enrico Bondi, poco si è fatto. Ora si attendono i consigli di Carlo Cottarelli, secondo commissario straordinario per la spending review, e le conseguenti misure del Governo. Speriamo che riescano a tagliare ciò che realmente non serve (anche decidere che spesa eliminare è operazione delicata) e a stimolare l’economia. In fondo il Governo dovrebbe semplicemente seguire l’esempio delle famiglie italiane che in tempo di crisi hanno tagliato le spese inutili. Se lo hanno fatto le famiglie può-deve farlo anche lo Stato.

 

Figura 1: Saldi di finanza pubblica, in percentuale del Pil

Figura Art Renzi Uno

 

Fonte: Istat

 

Figura 2: Variazioni percentuali annue del Pil reale

Figura Art Renzi Due

 

Fonte: Istat

 

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