lunedì, Ottobre 25

Eco-sostenibilità per il rilancio economico field_506ffb1d3dbe2

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ambiente

Combattere l’inquinamento atmosferico rimanendo competitivi sul mercato internazionale, avviare una nuova gestione dei rifiuti a livello nazionale e regionale e gravare meno sulle spalle dei cittadini per risollevare il Paese e l’Europa dal rischio inquinamento, proiettandoli verso un rilancio economico che parte dalla sostenibilità. L’Enea, agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha lanciato tre proposte, inviate al Governo e al Parlamento, per migliorare l’eco-sostenibilità del Paese e possibilmente anche dell’Europa. Al progetto ha lavorato un gruppo di esperti, presieduto dall’ex presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, e composto da Marcello Clarich, Luigi De Paoli, Vincenzo Ferrara, Tullio Fanelli, Giulio Napolitano, Stefano Saglia, Gianni Salvestrini e Federico Testa.

Le proposte si inseriscono nell’ambito del progetto “Idee per lo sviluppo sostenibile” dell’Enea, presentato qualche giorno fa a Roma, ed è aperto alla partecipazione con suggerimenti e proposte che possono venire da istituzioni pubbliche e private, aziende, associazioni industriali, consumatori, ricercatori e professionisti. Gli esperti, che operano a titolo completamente gratuito, dovranno verificare le proposte pervenute, valutandone la fondatezza e la completezza, individuando i progetti che presentano il maggiore interesse per le ricadute sul piano economico-sociale, ma anche la loro rilevanza a livello internazionale, nazionale e regionale. Inoltre gli esperti dovranno verificare la fattibilità tecnica, economica e giuridica dei progetti, avvalendosi anche delle competenze tecniche dell’Enea per i casi di elevata complessità tecnologica.

Le tre proposte avanzate dall’Enea riguardano tre tematiche ambientali importanti non solo per la salvaguardia dell’ambiente, ma anche per il rilancio del Paese. Come spiega l’ingegner Alessandro Ortis, a capo del gruppo di esperti, “il Paese ha bisogno della mobilitazione di tutti, anche per quello che riguarda il sistema energetico-ambientale, con contributi in grado di promuovere innovazione, crescita e sviluppo sostenibile. Con questo spirito di partecipazione e pur negli ovvii limiti dell’iniziativa, ci rivolgiamo a chi intendesse valutare con noi le proprie idee e proposte per farne eventuali segnalazioni alle istituzioni”. Le prime tre proposte, quindi, sono state già formulate e sono state inviate al Governo e al Parlamento “per interventi riguardanti la lotta agli abusi edilizi con sostegno alla riqualificazione ambientale e immobiliare, la gestione dei rifiuti urbani e il contenimento delle emissioni clima-alteranti. Quest’ultima proposta è tesa a sollecitare una iniziativa italiana, nell’ambito dell’ormai prossimo semestre di presidenza europea, capace di farci superare il grave stallo degli accordi internazionali pro sviluppo sostenibile”.

La proposta sul rinnovamento dei meccanismi relativi al cambiamento climatico, infatti, parte dal presupposto che nonostante gli obiettivi contenuti nel pacchetto 20-20-20 e la Roadmap per il 2050 che prevede una progressiva decarbonizzazione dell’economia con un obiettivo di riduzione di gas serra dell’80% al 2050, ci troviamo di fronte a una situazione di stallo, dovuta in parte alla crisi economica, che ha indotto il crollo dei consumi energetici e di conseguenza delle emissioni e dei prezzi dei diritti di emissione, ma soprattutto dalla gestione degli effetti dello sviluppo del commercio mondiale di beni e servizi. «La sostituzione di produzioni europee con importazioni dai Paesi emergenti» si legge nel documento redatto dagli esperti «ha indotto un’apparente riduzione delle emissioni dell’Europa ma un sostanziale incremento delle emissioni mondiali a causa della minore efficienza energetica e ambientale di tali produzioni. Occorre quindi prendere atto del fatto che l’Europa sul tema dei cambiamenti climatici non solo è in una condizione di sostanziale isolamento nel contesto mondiale ma rischia di pagare un prezzo alto per le sue politiche senza indurre sostanziali benefici all’ambiente».

“Il rischio” spiega Ortis “è che gli attuali strumenti per ridurre le emissioni di gas serra costituiscano per l’Europa e per l’Italia un ulteriore fattore di perdita di competitività: l’industria sopporta maggiori costi ma non percepisce concreti benefici da queste politiche”. Dovrebbe, quindi, essere introdotta la possibilità di rendere riconoscibile la maggiore qualità ambientale delle produzioni europee, che hanno un minore impatto ambientale, attraverso «la tracciabilità delle emissioni e un’apposita etichettatura che consenta ai consumatori di esplicare la loro propensione verso prodotti più ecocompatibili. Occorre poi applicare una fiscalità di vantaggio basata su criteri di LCA (Life Cycle Assessment) che potrebbe sostituire il sistema ETS. Una fiscalità che, quindi, non sia né discriminatoria né protezionista ma che permetta, senza violare i criteri del World Trade Organization, semplicemente di distinguere i prodotti che hanno indotto maggior impatto sull’ambiente da quelli che invece consentono di rispettarlo».

Gli esperti propongono, inoltre, di inserire una nuova imposta sulle produzioni, andando a premiare le aziende che producono con un minore impatto ambientale. “Si può ipotizzare” spiega Ortis “l’istituzione di un’imposta indiretta, l’Imposta sul Carbonio Aggiunto (ICA), che, con un meccanismo simile a quello dell’IVA, non rappresenti un costo aggiuntivo per gli operatori della filiera produttiva, ma solo per il consumatore finale. Il funzionamento di un’imposta del genere consentirebbe di gravare su combustibili, carburanti ed energia elettrica per usi non domestici in modo proporzionale alle emissioni del prodotto energetico; il versamento all’erario dei corrispettivi dell’Ica; la possibilità di scaricare l’Ica pagata ai propri fornitori sulle fatture di vendita evidenziandone l’importo. Con questa imposta il venditore finale del bene o del servizio recupererebbe dal consumatore l’importo dell’Ica dell’intera catena produttiva, evidenziando nella fattura o scontrino fiscale sia la quantità di emissioni associate che l’importo della relativa imposta”.

Secondo Ortis, questo modello “avrebbe il pregio di risultare attrattivo sia per gli altri Paesi sviluppati sia per le economie emergenti che potrebbero essere spinte, anche al solo fine di godere delle agevolazioni fiscali previste nel mercato europeo, ad adottare analoghi meccanismi di tracciabilità delle emissioni indotte dai beni e servizi esportati”. Secondo quanto riportato dagli esperti, il nuovo meccanismo consentirebbe «una valorizzazione dell’efficienza ambientale dei beni e servizi prodotti a prescindere dal Paese di origine, innescando una competizione da parte dei Paesi emergenti verso produzioni ambientalmente più efficienti», ma potrebbe anche «contribuire a far superare l’impasse attuale sui negoziati dei cambiamenti climatici, rendere possibile un livellamento alla frontiera delle componenti di costo connesse a fattori ambientali dei beni importati ed esportati superando il rischio di influire sulle decisioni di localizzazione di impianti ad alta intensità di emissioni imputabile al sistema ETS e rendere tracciabili le emissioni indotte da un bene o un servizio, con i conseguenti vantaggi di una maggiore consapevolezza del consumatore finale, al quale potrebbe essere data la possibilità di scelta non solo in base al prezzo del bene ma anche in relazione al suo impatto sull’ambiente».

L’inserimento dell’Ica deve tenere conto, però, anche delle possibili problematiche di carattere tecnico, scientifico e organizzativo che gli esperti stanno valutando. In particolare devono essere studiate tutte le possibili opzioni applicative della metodologia, devono essere analizzate le problematiche fiscali, legali e di commercio internazionale; deve essere valutata l’efficacia dell’intervento sul sistema economico e gli effetti dell’intervento sul comportamento dei consumatori.

La seconda proposta formulata dal gruppo di esperti dell’Enea, riguarda una possibile riforma della gestione dei rifiuti urbani che, come spiega Ortis “attualmente ha un sistema che presenta numerose criticità connesse all’elevata quota di smaltimento in discarica, alla modesta percentuale di riciclaggio, alla criminalità e al crescente livello di morosità. Il principale problema del sistema attuale è l’assenza di una relazione economica tra i costi e il corretto comportamento dei cittadini e degli operatori economici. Gli operatori non hanno una motivazione economica per ridurre le componenti potenzialmente generatrici di rifiuti né per favorire il riciclo o il riutilizzo”.

La riforma proposta dagli esperti dovrebbe basarsi su tre principi. Il primo propone di attribuire i costi di gestione dei rifiuti ai soggetti che immettono sul mercato prodotti potenzialmente generatori di rifiuti. “Questo nuovo modello” spiega Ortis “consentirebbe di stimolare i produttori a ridurre le componenti dei prodotti che generano rifiuti, attribuire equamente i costi di gestione del sistema dei rifiuti, eliminare la Tares o altre forme di tassazione come la Tari, rimuovere anche l’iniquità connessa al problema della morosità. Nel complesso si tratterebbe di una manovra da circa 10 miliardi di euro all’anno che non solo non determinerebbe un innalzamento del prelievo fiscale ma indurrebbe nel tempo una maggiore efficienza, che si tradurrebbe in minori costi per i cittadini e le imprese”.

Il secondo principio dovrebbe essere che il contributo ambientale da caricare sul prezzo dei prodotti immessi sul mercato dovrebbe riuscire a coprire i costi per il recupero di questi prodotti a fine vita in modo da consentirne il riuso, il riciclo o lo smaltimento tramite termovalorizzatore o in discarica. “Questo principio” spiega Ortis “si sipira al più generale principio che ‘l’inquinatore paga’, affermato in molti documenti dell’Unione europea come cardine della politica ambientale comunitaria, facendo corrispondere il pagamento al costo per l’abbattimento dell’inquinamento medesimo”. Il terzo principio, infine, prevede l’introduzione di meccanismi economici che incentivino la partecipazione attiva dei cittadini e delle comunità locali alla riduzione della produzione dei rifiuti da mandare in discarica o verso termovalorizzazioni, massimizzando la raccolta differenziata.

“La riforma della gestione dei rifiuti urbani” spiega Ortis “consentirebbe di accelerare il raggiungimento di una elevata percentuale di raccolta differenziata; ridurre la necessità di aprire nuove discariche; ridurre i fenomeni criminosi associati alla gestione dei rifiuti urbani e creare occasioni per lo sviluppo di filiere industriali ad elevata intensità tecnologica. Soprattutto, la riforma renderebbe il sistema il sistema di gestione dei rifiuti urbani sempre più efficiente non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico; infatti i costi delle amministrazioni tenderebbero a ridursi grazie ai minori conferimenti in discarica e ai maggiori ricavi connessi alle vendite di materiali recuperati, e anche i contributi ambientali diminuirebbero progressivamente in relazione ai miglioramenti in termini quantitativi e qualitativi dei prodotti che generano rifiuti”.

La terza proposta riguarda la riqualificazione ambientale e il ripristino della legalità edilizia a carico degli abusivi, perché, come spiega Ortis “il patrimonio edilizio italiano soffre due mali antichi e di difficile soluzione: la necessità di rinnovamento, efficientamento e messa in sicurezza del patrimonio esistente e l’eccesso di abusivismo”. Gli esperti, quindi, hanno pensato a una riforma in cui «ferme restando le responsabilità penali in carico al responsabile dell’attività abusiva, al trasgressore vengano  applicate tutte le imposte che a vario titolo insistono sugli immobili per un importo tale da renderle pari a 10 volte l’imposta che avrebbe dovuto essere pagata per un immobile in regola di analoghe caratteristiche, fino all’adempimento dell’obbligo di demolizione. La stessa logica potrebbe essere seguita per le opere costruite in parziale difformità dal permesso di costruire».

“I fondi ricavati dall’applicazione delle sanzioni introdotte” spiega Ortis “dovrebbero essere destinati per il 40% ad un Fondo per la riqualificazione antisismica degli edifici, per il 60% al Comune. Metà della quota assegnata  al Comune (30%) dovrà essere impiegata per realizzare le demolizioni delle opere abusive, l’altra metà dovrà essere impiegata per interventi di riqualificazione, con priorità agli edifici scolastici, ma anche urbana in senso ampio, come il verde pubblico e la viabilità ad esempio”.

Le proposte avanzate dagli esperti dell’Enea, quindi, non avrebbero un risvolto positivo solo per l’ambiente, ma anche per la vita dei cittadini e per il rilancio socio-economico del Paese. È di questa opinione anche il commissario Enea, Giovanni Lelli, che ha curato la presentazione del progetto. “L’ideazione di strategie di lungo periodo in grado di coniugare lo sviluppo economico con il rispetto per l’ambiente” spiega Lelli “rappresenta una grande opportunità per il sistema-Paese dal momento che la sostenibilità è diventata un elemento imprescindibile per il rilancio del tessuto produttivo italiano. Favorire la nascita di progetti che abbiano la capacità di orientare le tecnologie all’ottimizzazione dei consumi significa rispondere con efficacia alle sfide di un’economia globale che ha accresciuto come mai prima d’ora il livello di sfruttamento delle risorse naturali”.

Partire, quindi, dal rispetto per l’ambiente per lanciare proposte indispensabili per il rilancio economico del nostro Paese.

 

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