sabato, Luglio 24

Ecco s’avanza uno strano Partito… Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 36

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Non sarebbe male se nascesse, finalmente e davvero, un ‘nuovo’, ‘strano’ Partito. Anche recuperando questa dizione (Partito) ormai desueta tranne che dalle parti di ciò che resta del centrosinistra dopo il passaggio di Attila-Renzi (solo che l’Unno devastava i campi altrui il Rignanese i propri, e se dopo il primo non cresceva più l’erba dopo il secondo i voti), e di ciò che resta dei Radicali dopo la ‘dipartenza’ di Pannella. Da chi, come, quando si vedrà, intanto speriamo, quanto al perché se occorre spiegarlo è inutile spiegarlo. In ogni caso crediamo che più che ‘rifondare’ qualcosa, qualcosa di nuovo, radicalmente nuovo, vada per l’appunto ‘fondato’.

Intanto un utile esercizio lo compie ‘L’Espresso’ (N.31, 29 luglio 2018) tentando di esplorare se, hai visto mai, ci fosse «qualcosa di nuovo» (anzi d’’antico’) da cui ripartire. Titolando: Il Partito che non c’è’. ‘Nel deserto della sinistra, volontari, sindaci, professori e attivisti cercano una nuova identità. Ecco chi sono. E come provano a sciogliere la grande incognita’. E ancora, tra i sommari: ‘Persone e associazioni che fanno la sinistra, anziché dirla. Nel vuoto lasciato dalla politica’. Occorre comunque e intanto, ci pare, ripartire dal cruciale interrogativo se valga ancora la pena, e perché, di ‘fare la sinistra’. Strana parola dall’incidentale genesi e dal grande, enorme e fecondo, peso storico, ma su cui occorre quantomeno riflettere. E ben di più. Ché a fronte delle fondamentali spinte propulsive così come dei non pochi crimini del ‘socialismo realizzato’ (dei ‘socialismi realizzati’, in realtà) sta oggi l’afasia e l’incapacità stessa di ‘essere’, e quindi fare. In Italia, e non solo (ma in Italia siamo specialisti nel portare il male a peggio). Peraltro uno che di sinistra un pochino se ne intendeva e aveva diritto di parlare, Fidel Castro, ammoniva il suo amico Gianni Minà (o forse Enrico Berlinguer, o magari tutti e due, o un altro, ma non importa, quel che conta è la riflessione del leader maximo) a mutare il termine ‘sinistra’, che non a caso da quelle parti si chiama ‘izquierda’, visto che come femminile dell’aggettivo ‘sinistro’ indica appunto pure qualcosa di inquietante e malevolmente incombente. Come da ‘Treccani’: «Infausto, sfavorevole, avverso (per il prevalere, nelle antiche tradizioni popolari, della credenza che gli auspìci provenienti da sinistra fossero di cattivo augurio): presagi s.tempi s.; che fa presagire sventure e danni, lugubreun uomo s.una luce s.gli pareva d’aver negli occhi que’ s. tocchi a martello (Manzoni); la sua vita povera di eventi si arricchisce di un fasto s., egli ha la sensazione di essere al centro di una trama poderosa di infamie mirabili (Giorgio Manganelli); bieco, torvo, minaccioso: un’occhiatauna risata s.sguardo s.un s. figuro». Oggi, nella percezione comune divenuta comune percezione, probabilmente non solo in senso lessicale.

Riprendendo il filo tracciato dall’utile vademecum del settimanale efficacemente diretto da Marco Damilano, vi si enumerano i temi su cui intervenire: ‘Il lavoro. La scuola. Il cibo. L’ambiente. La periferie. Contro ogni tipo di disuguaglianza’. E si fa poi una ‘rivelazione’ cha ha quasi del clamoroso nel servizio ‘Dove vince l’altro Pd’ di Carmine Fotia. Anzitutto che esiste ancora il PD, nonostante gli assidui ed efficaci sforzi dei suoi ‘dirinienti’. E poi che da qualche parte vince: ‘Ancona. Brescia. Bologna. La Garbatella a Roma. Viaggio tra i dem che hanno battuto la destra. E hanno qualcosa da dire ai vertici nazionali’. Anzitutto, ci pare, una cosa: che in tutti questi posti si agiva, e agisce, autonomamente e seguendo un proprio originale percorso. Spesso alternativo o in contrapposizione con il corpaccione amebico del fu Partito Democratico.   

La sintesi più efficace, e di prospettiva, la fa però un ‘intellettuale’ vero (fra tanti inutili pensatori ed autonominatisi ideologi) come Alessandro Bergonzoni, che sfruttando il proprio fantastico funambolico uso delle parole (in questo caso il termine, uno dei quattro simbolici del nostro ‘Barnum Italia’, è da intendersi in maniera assolutamente positiva) indica come sia ‘Il momento di passare dal sofà al so fare’. Anche se, pure in questo caso, dipende: tra ‘buoni a nulla’ e ‘capaci di tutto’ a volte pure i non pochi buoni a nulla possono rappresentare un vantaggio. E poi di tutto si può parlare e tantare di fare, ma riconoscendo prioritariamente e doverosamente a Cesare quel che è di Cesare, cioè a Beppe (Grillo) e Gianroberto (Casaleggio, ora Davide) quel che è di Beppe e Gianrobertodavide, e cioè che senza di loro e il MoVimento Cinque Stelle in questi anni, altro che Lega e Matteo Salvini avremmo avuto, forse direttamente un’ellenica ‘Alba Dorata’ declinata in salsa italica. E che del loro originale e generoso tentativo ‘a mani nude’, ora anche tentativo di Governo, non si può gettare il bambino con l’acqua sporca, anche se colpevolmente sono ora troppo acquiescènti a Salvini, convinti che «il fine giustifica i mezzi» (in questo caso lo stare nell’Esecutivo per guidare e salvare il Paese) mentre, invece e sempre «i mezzi prefigurano il fine».  

Senza allargarsi sino all’«Ecco io faccio nuove tutte le cose», che ha ascendenze dalle sin troppo alte ed eventualmente irraggiungibili origini, riteniamo però si possa quantomeno ripartire dalla ridefinizione delle ‘cose giuste’, e del ‘giusto posto’ in cui collocarsi (che magari, brechtianamente, sarà ancora liberatoriamente «dalla parte del torto»). E che ha un’unica discriminante, si voglia chiamare quello da cui si parte e tende come più aggradi: ‘Sinistra’, ‘Bene’, ‘Buono’, ‘Nonviolenza’, o magari ‘Buon senso’, quello che in certi periodi e temperie manzonianamente se ne sta nascosto per paura del senso comune. Sinteticamente: a partire dalla discriminante fra chi crede che gli altri siano un valore, e chi crede siano uno strumento. Magari cercando, o meglio cercando di costruire, ‘Il Paese delle cose giuste’ raccontato da Mario Pappagallo.

Quelli delle generazioni precedenti, e noi che comunque sappiamo e studiamo, ben ricordano che «Ecco s’avanza uno strano partito…» era l’attacco dell’inno di un gruppo politico esiguo per appartenenti, notevole per influenza, insuperabile per presunzione, che non pochi danni fece nel periodo della velleitaria ‘rivoluzione’ italiana andata in onda a partire da fine anni ’60 e inizio ‘70 del secolo scorso, inizialmente in bianco e nero, virando poi su colorazioni rossosangue. Quello si definiva ‘il Partito della rivoluzione’, adesso che da queste nostre parti la parola è ritornata in auge a proposito e soprattutto a sproposito, da un lato non ci dispiacerebbe la nascita di un ‘davvero strano’ Partito, purché rigoroso, anarchico e nonviolento, dall’altro più modestamente ci accontenteremmo, tanto per cominciare, di qualche vera efficace riforma.

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Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’

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