venerdì, Settembre 17

Ecco l'iceberg che affonda le banche field_506ffbaa4a8d4

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Per i mutui sugli immobili, la banca non si salva con l’ipoteca?

Lei è rimasto fermo a tanti anni fa. Una volta forse, quando il mercato immobiliare era sano. I mutui più vecchi sono stati dati con un valore degli immobili molto elevati. Quando un mutuo passava a sofferenza non c’erano problemi, la casa veniva messa all’asta, gli appartamenti costavano molto di più, magari si perdeva una piccola parte ma per lo più si riusciva a recuperare tutto. Ora la faccenda è cambiata. Un esempio: qualche anno fa in piena crisi immobiliare ho assistito personalmente a 5 aste finite deserte per un immobile. Mi spiego: l’immobile costava 200mila euro. La banca aveva dato un mutuo pari all’80%: 160mila euro. Il cliente della banca per un po’ ha pagato le rate del mutuo fino ad abbassare il debito da 160 a 130mila euro. Però a quel punto il valore dell’immobile che prima valeva 200 era sceso in 7/8 anni del 25%. La banca stabilisce che la posizione debba andare a sofferenza: non si ritiene più possibile recuperare i soldi dal debitore. L’immobile finisce all’asta per ben cinque volte. Alla prima asta la casa viene proposta a 160mila euro ma finisce deserta, la seconda asta a 120, a 110 la terza, a 90 la quarta. L’immobile viene ceduto alla quinta asta per un valore di 70mila euro. Vuol dire che su un debito iniziale di 130mila euro la banca finisce col recuperare solo 70mila euro perdendo la differenza di 60mila euro. Moltiplichi adesso questo dato per le migliaia di situazioni analoghe. Personalmente mi sono occupato di circa 2000 mutui. Consideri che di questi, più di 300, sono da battezzare ’senza speranza’. La perdita per le banche è impressionante. Ora che le quotazioni immobiliari sono scese drasticamente gli istituti di credito si trovano di fronte a severissime perdite anche sui mutui. 

Invece sui finanziamenti alle imprese?

Anche qui ritorniamo alle sofferenze e agli incagli: cambia solo la storia ma l’epilogo è identico. I prestiti alle piccole e medie imprese si facevano spesso con finanziamenti chirografari senza garanzie ipotecarie spesso con fideiussione dei soci. Peccato che poi si scopriva che i soci erano impossidenti. Erano operazioni che duravano dai 3 ai 5 anni, prestiti che si davano su progetti particolari. Ad esempio: voglio rinnovare il magazzino perché ho merce obsoleta. Mi date 50mila euro e ve li restituisco in 2 anni. Ricordo il viso impallidito del mio collega, responsabile del contenzioso. Si occupava delle posizioni di sofferenza. Era uno di carattere, difficilmente si soggiaceva all’emotività. Ma in quell’occasione lo vedevo camminare per i corridoi della banca con lo sguardo perso nel vuoto. Si è trovato a fare i conti con un prestito chirografario dato a un imprenditore senza garanzie a latere  se non la fideiussione del socio impossidente. Da prendere chi glielo aveva concesso e licenziarlo in tronco. Una perdita secca di 5 milioni di euro per la banca, dati in maniera folle. Regalati. Prestiti dati sulla fiducia, con una stretta di mano. Montezemolo, Squinzi, Della Valle. Oggi sono questi gli unici imprenditori a cui si può fare un prestito con una stretta di mano. E forse nemmeno a loro. Ma dati così, a un cliente impossidente che gestiva un albergo senza un’ipoteca. Significa mancanza di professionalità. E la professionalità è venuta a mancare negli ultimi tempi. Per concedere prestiti bisogna conoscere l’arte di ‘prestare i soldi’. E’ necessario esaminare caso per caso con estrema attenzione. Si deve visitare l’impresa per capire se è sana, se è con l’acqua alla gola o sull’orlo del baratro. Bisogna conoscere il cliente, esaminare i bilanci. Farlo perseguendo l’etica. Tanti anni fa si facevano le cose in maniera più attenta, precisa, forse da ‘bancarietto’ stupido e ottuso con il paraocchi però prima di mettere a rischio i soldi del proprio datore di lavoro si stava attenti. Un’arte che si è perduta.

Sofferenze e incagli: sono questi dunque gli iceberg che affondano le banche?

Pochi ne parlano. Per le politiche di bilancio, anche le stesse banche faticano ad ammetterlo perché accettare la sofferenza significa maggiori accantonamenti. Oggi un’impresa finanziaria che ha il 30% di crediti non incassati deve fare dei seri ragionamenti e non tutte le banche lo stanno facendo. Anzi molti istituti mi danno l’idea di quel tipo di cameriera che per pulire butta la polvere sotto il tappeto. E’ questo il vero problema delle banche. Il problema delle obbligazioni subordinate anche se ha bruciato i risparmi di tanta gente e vi ha dato contenuti su cui scrivere è solo una goccia nel mare. Il vero problema è l’enorme zavorra delle sofferenze. E scrivetelo: tra i crediti incagliati ci sono quote rilevanti di sofferenze non ancora dichiarate. Non voglio passare per profeta. Guardo semplicemente il mondo in cui lavoro, la realtà che vedo quotidianamente da oltre trent’anni. La verità è che siamo seduti su una bomba a orologeria. E il problema non è se scoppierà ma quando.

 

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