mercoledì, Ottobre 27

Ecco come l'Occidente ha armato l'ISIS

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Il rapporto di Amnesty International ripercorre la lunga storia della proliferazione delle armi in Iraq e la complessa catena di rifornimento che molto probabilmente ha portato alcune delle più recenti forniture nelle mani dello Stato islamico.

I depositi iracheni si sono riempiti di armi alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, soprattutto nel contesto della guerra con l’Iran, un fattore determinante per lo sviluppo del moderno mercato globale delle armi: almeno 34 Paesi fornirono armi all’Iraq, ma 28 di questi le inviarono anche all’Iran. Nel frattempo, l’allora Presidente iracheno Saddam Hussein dirigeva lo sviluppo di una fiorente industria delle armi in grado di produrre armi leggere, mortai e pezzi d’artiglieria.
L’embargo imposto dalle Nazioni Unite dopo che nel 1990 l’Iraq invase il Kuwait ridusse le importazioni ma dal 2003, durante e dopo l’invasione diretta dagli Usa, le forniture sono riprese massicciamente, senza che in molti casi vi fossero garanzie e controlli da parte delle forze della coalizione Usa e delle ricostituite forze armate irachene. Centinaia di migliaia di queste armi sono svanite nel nulla e ancora oggi non se ne trova traccia.
I tentativi più recenti di ricostituire e riequipaggiare l’Esercito iracheno e le forze a questo associate hanno ancora una volta determinato un massiccio afflusso di armi in Iraq.
Tra il 2011 e il 2013, gli Usa hanno sottoscritto contratti del valore di miliardi di dollari per la fornitura di svariate armi: 140 carri M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk e altro equipaggiamento. Alla fine del 2014, gli Usa avevano inviato al Governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari.

Il rapporto di Amnesty International evidenzia come anche l’Italia possa aver giocato un ruolo non indifferente nell’armare lo Stato islamico, rifornendo durante la guerra del 1980-88 – secondo fonti ufficiali Usa reperibili online – sia l’Iraq che, in maniera meno trasparente, l’Iran.
Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta ‘guerra al terrore’, nel cui contesto al dipartimento della Difesa Usa fu concessa ulteriore libertà di trasferire armi all’Iraq, attraverso l’Iraq Relief and Reconstruction Fund, prima, e l’Iraq Security Forces Fund, tra il 2004 e il 2007. Ciò esentava il Pentagono dal doversi conformare a qualsiasi disposizione di legge, incluse quelle relative ai diritti umani. In quegli anni, mentre finivano in circolazione le scorte eccedenti delle forze armate irachene sconfitte e poi congedate, la coalizione guidata dagli Usa firmò contratti per almeno un milione di dollari in ulteriori armi leggere e milioni di munizioni, provenienti anche dall’Italia.

L’endemica corruzione all’interno dell’esercito iracheno, così come i blandi controlli nei pressi dei depositi militari e nel rintracciamento delle armi, rendono tuttora elevato il rischio che queste forniture possano finire nelle mani di gruppi armati come lo Stato Islamico.
Amnesty International chiede a tutti gli Stati di stabilire un embargo totale nei confronti del Governo siriano e dei gruppi armati d’opposizione implicati in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altre gravi violazioni del diritto internazionale.
Gli Stati dovranno inoltre adottare la regola della ‘presunzione del rifiuto’ nei confronti delle esportazioni di armi verso l’Iraq, ossia autorizzare i trasferimenti solo dopo aver compiuto un rigoroso accertamento dei rischi. Le unità dell’Esercito e di Polizia dell’Iraq giudicate eccezione alla regola dovranno prima di tutto dimostrare di rispettare in modo rigoroso e integrale il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario e, in secondo luogo, di essere dotate dei necessari meccanismi di controllo per garantire che le forniture non saranno girate ai gruppi armati.
Inoltre, ogni Stato che stia considerando possibili trasferimenti di armi all’Esercito iracheno dovrà prioritariamente investire il massimo delle risorse nei controlli preventivi e successivi, nell’addestramento e nella supervisione, in modo che i destinatari rispettino gli standard internazionali sulla gestione e sull’impiego di tali armi.
Tutti gli stati che non l’hanno ancora fatto, dovranno immediatamente depositare gli strumenti di accessione o di ratifica al Trattato internazionale sul commercio delle armi. Uno degli obiettivi del Trattato è quello di «prevenire e sradicare il commercio illecito di armi convenzionali e impedire che vengano girate» ad altre parti. Il Trattato, inoltre, contiene norme per fermare le forniture di armi ove vi sia un elevato rischio che queste siano usate per compiere gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

 

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