venerdì, Luglio 30

Ebola, stato di emergenza in Liberia L’epidemia arriva in Europa dopo aver fatto oltre 900 vittime in Africa Occidentale

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La presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, ha dichiarato ufficialmente lo stato di emergenza nel Paese come conseguenza dell’epidemia di ebola. «Sono necessarie misure straordinarie» per la sopravvivenza dello Stato, ha inoltre preannunciato che alcuni diritti civili potranno essere sospesi per la crisi. Ma ricordando le misure già adottate nelle ultime due settimane per arginare il contagio (congedo obbligatorio di 30 giorni al personale pubblico non essenziale, chiusura delle scuole, disinfezione degli ospedali pubblici) ha tuttavia osservato che il contagio continua a crescere: «Ignoranza, povertà, così come le pratiche religiose e culturali arretrate, continuano a esacerbare la diffusione della malattia soprattutto nelle province»

Al momento i casi accertati di febbre emorragica sono sette, con due decessi: tutti i nigeriani affetti dal virus sono stati contagiati da un singolo paziente, un funzionario del Ministero delle Finanze liberiano che si era recato in Nigeria in occasione di un vertice politico. L’uomo, giunto in cattive condizioni all’aeroporto internazionale di Lagos, era stato immediatamente ricoverato in un ospedale della capitale, dove era deceduto il 25 luglio scorso; la seconda vittima è un infermiere. Dall’inizio dell’epidemia, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si sono registrati oltre 1.600 casi di Ebola nell’Africa Occidentale, con circa 900 decessi.  L’aereo militare che ha rimpatriato dalla Liberia l’anziano missionario spagnolo contagiato al virus dell’ebola è atterrato a  Madrid. A bordo c’era Miguel Pajares, il primo contagiato del virus che arriva in Europa per le cure. Un cittadino britannico residente in Galles si è posto autonomamente in quarantena dopo aver visitato l’Africa occidentale per motivi di lavoro e dopo essere stato male al suo rientro nel Regno Unito. L’epidemia è arrivata a coinvolgere Liberia, Sierra Leone, Guinea e Nigeria. La decisione però di utilizzare un farmaco sperimentale per la cura è stata somministrata a solo due fortunati americani, bianchi, contagiati dal virus dell’ebola, mentre quasi un migliaio di africani sono già morti per l’epidemia. Quest’informazione ha ovviamente scatenato un vespaio di polemiche, anche a sfondo etico. I due missionari ora in isolamento ad Atlanta, Kent Brantly e Nancy Writebol, sono infatti stati trattati con un ritrovato medico che avrebbe dato buoni risultati già a poche ore dalla somministrazione.

Il presidente americano Barack Obama ha giudicato prematuro il ricorso al siero sperimentale per curare le persone malate di Ebola: «Penso che dovremmo farci guidare dalla scienza. E non credo che abbiamo tutte le informazioni utili per stabilire se questo medicinale sia efficace», ha asserito.

Alexander Borodai, uno dei leader dei miliziani filorussi dell’Ucraina orientale, si è dimesso da premier dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk. Le motivazioni paiono ancora sconosciute,  ha comunque precisato in una conferenza stampa di essersi unito alla ribellione per «gestire la crisi» lasciando il posto a Aleksander Zakhartchenko. Dal punto di vista politico probabilmente non si creeranno troppe differenze dato che lui continuerà comunque a mantenere il ruolo di vice-primo ministro. Il leader del Cremlino Vladimir Putin, noncurante della notizia che arriva dall’Est Ucraina si trova impegnato a contrastare la decisione delle sanzioni arrivate da Ue e Usa. Ha infatti oggi discusso al telefono con i presidenti di Bielorussia e Kazakhstan, Aleksandr Lukashenko e Nursultan Nazarbaiev, del «coordinamento delle azioni in campo economico-commerciale tenendo conto delle decisioni prese dalla Federazione russa per limitare le importazioni sul proprio territorio di alcuni tipi di prodotti agricoli e alimentari» da Ue, Usa, Norvegia, Australia e Canada. Russia, Bielorussia e Kazakhstan fanno parte dell’Unione doganale, zoccolo duro della futura Unione euroasiatica voluta da Putin. La Nato intanto si dichiara pronta a rafforzare l’assistenza all’Ucraina di fronte «all’aggressione russa». Lo ha detto il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, durante la sua visita ufficiale a Kiev. Intanto le perdite dei paesi Ue dovute all’embargo russo sui prodotti agroalimentari, potrebbero arrivare fino a 12 miliardi di euro.

Colloqui bilaterali a livello di vice ministri degli Esteri tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare iraniano si sono svolti oggi a Ginevra. Per Teheran hanno condotto i negoziati Abbas Araqchi e Majid Takht-e-Ravanchi, mentre da parte Usa sono stati presenti William Burns e Wendy Sherman, oltre al consulente per la sicurezza nazionale del vice presidente americano Joe Biden, Jake Sullivan. Ai colloqui hanno partecipato anche esperti di entrambi i Paesi. L’obiettivo è quello di continuare le consultazioni sulle questioni in sospeso e considerare le strade per avvicinare le posizioni delle due parti.

Avanzano ancora i jihadisti dello Stato Islamico nel nord dell’Iraq e i cristiani, decine di migliaia di cristiani, sono in fuga. Nell’offensiva, cominciata nel fine settimana, hanno preso il controllo di 15 città (oltre alla più grande diga del Paese, quella di Mosul, e a una base militare). Il patriarca di Babilonia -che già nei giorni scorsi aveva scritto al pontefice per denunciare «l’enorme tragedia» dei cristiani iracheni ha descritto una situazione drammatica: «Ci sono 100mila cristiani sfollati, fuggiti magari con nient’altro che i loro vestiti e a piedi per raggiungere le regioni del Kurdistan. E’ un disastro umanitario: le Chiese sono state occupate e tolte le croci», bruciati almeno 1.500 manoscritti.  E mentre esplodono autobombe che fanno stragi a Baghdad e Kirkuk (in tutto una ventina i morti), la Francia chiede la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Oggi uomini armati di al-Qaeda avrebbero tentato di prendere il controllo anche della sede regionale dell’esercito nella provincia sud orientale di Hadramout, in Yemen. Il personale militare sarebbe riuscito a difendere la base uccidendo i terroristi. Nello scontro a fuoco sono rimasti feriti tre militari.

Nelle ore di tregua in Medioriente torna un’altra guerra tra Gaza e Israele: quella dei numeri. Secondo l’Onu e le organizzazioni per i diritti umani, le vittime civili oscillerebbero tra il 70 e l’80% dei 1850 caduti palestinesi elencati dal locale ministero della sanità (controllato da Hamas). Assai meno secondo Israele, per il quale almeno metà degli uccisi erano miliziani di Hamas, della Jihad Islamica e di altre formazioni armate e perciò “obiettivi legittimi”. E’ stato oggi nuovamente aggiornato il bilancio delle vittime del conflitto nella Striscia di Gaza. Secondo il fonti palestinesi i morti sarebbero quasi 1.900, tra cui 430 bambini, 243 donne e 79 anziani. Oltre 9.567 sarebbero invece i feriti, tra i quali 2.878 bambini, 1.854 donne e oltre duemila anziani.

 

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