sabato, Maggio 15

Ebola, NATO e gli interessi delle multinazionali Un contingente di 10.000 uomini sarà a breve inviato nelle zone di contagio.

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Il 16 ottobre scorso in Lussemburgo si sono riuniti gli alti comandi militari dell’Unione Europea e del Pentagono per discutere un piano di contenimento dell’epidemia di Ebola nell’Africa Occidentale, teoricamente capace di estendersi su scala mondiale. Le due super potenze sono arrivate alla conclusione che solo un intervento direttamente gestito da una forza militare organizzata puó scongiurare il rischio di pandemia mondiale e fermare il contagio Ebola. Questa forza militare è stata individuata nel Patto Atlantico, comunemente conosciuto come NATO. Un contingente di 10.000 uomini sarà a breve inviato nelle zone di contagio. Seimila saranno composti da truppe offerte da Francia, Germania e Gran Bretagna. Quattromila dagli Stati Uniti.

I loro compiti saranno di costruire ospedali da campo per curare i pazienti infetti da Ebola, individuare nuovi focolai della malattia, evitare che il contagio si estenda nei paesi vicini e creare ponti aerei per l’invio di medicine e attrezzature di laboratorio adeguate. L’Alto Comando della NATO, in perfetta sintonia con il Pentagono, ha suddiviso le zone di intervento per renderlo più efficace. La Gran Bretagna si concentrerà sulla Sierra Leone, Francia e Germania sulla Guinea e gli Stati Uniti sulla Liberia. La proposta di intervento militare – umanitario è stata originalmente ideata da Catherine Ashton capo della diplomazia europea che sarà sostituita questo mese dalla connazionale Federica Mogherini. Il nuovo capo diplomatico ha già assicurato la sua piena adesione al piano, rassicurando tutti coloro che temevano un cambiamento strategico dell’ultima ora a favore di misure meno invasive.

L’iniziativa della NATO sta sollevando numerosi dubbi sia sulla metodologia utilizzata che sulle reali intenzioni e scopi. Non sono stati siglati accordi bilaterali con la Liberia, Sierra Leone e Guinea. La decisione di inviare 10.000 soldati in questi tre Paesi africani è stata presa senza consultazioni ma semplicemente annunciata ai rispettivi governi “beneficiari”. La situazione politico e sociale, associata alle storiche connivenze con le potenze occidentali (nel caso della Liberia) impediscono a questi governi di opporsi ad una decisione unilatera imposta dalle ex potenze coloniali con forti interessi economici nella regione. Anche gli Stati Uniti, in questo specifico contesto, hanno un passato coloniale in quanto la Liberia fu l’unico possedimento semi coloniale americano in Africa, sotto forma di protettorato. La missione umanitaria NATO diventa una scelta obbligata per  questi governi, nonostante che siano consapevoli che la presenza di un cosi nutrito contingente di soldati stranieri influenzerà pesantemente la politica e l’economia dei loro Paesi.

L’approccio NATO vìola ogni regola di diplomazia internazionale e ricorda metodi puramente coloniali. Un approccio giustificato dai media internazionali con la necessità di contenere un ipotetico rischio di pandemia mondiale tramite l’invio degli esperti militari, considerati i soli capaci di far fronte a questa emergenza sanitaria grazie alla loro ferrea organizzazione, mezzi a disposizione e rapidità di intervento. Eppure nella regione si registra la presenza di quasi 300 esperti sanitari russi e cubani che stanno contribuendo al contenimento e alle cure senza la necessità di essere supportati dai propri eserciti. A questi si stanno aggiungendo 600 esperti sanitari inviati dalla Nigeria. Questa Task Force di esperti sanitari civili è nettamente superiore al numero di esperti sanitari occidentali ma non trova molti spazi sui media occidentali. Per loro esistono solo i medici volontari di Medici Senza Frontiere e tra poco i soldati NATO. Una conferma di una cultura egocentrica che crea una realtà unilaterale selezionando e oscurando le notizie.

A differenza dei supporto sanitario offerto da Russia, Cuba e Nigeria, la Task Force NATO non collaborerà con i rispettivi Ministeri della Sanità africani ma imporrà direttive e protocolli da seguire scrupolosamente. La NATO si è arrogata il diritto di somministrare direttamente farmaci e vaccini anche sperimentali senza che i Ministeri della Sanità dei tre Paesi possano apporre riserve o divieti. I farmaci proposti sono farmaci già esistenti come lo Zmapp. La maggioranza dei vaccini sono ottenuti tramite una scienza non ancora compresa in pieno: la biogenetica di cui non si conoscono efficacia ed effetti collaterali.

L’Unione Africana è stata completamente ignorata. Le diplomazie europee e americana non hanno condiviso la proposta di intervento nè discusso eventuali collaborazioni e sinergie. È stata inviata una semplice nota informativa. Questo singolare approccio di per sè sarebbe sufficiente per comprendere che esistono obiettivi reconditi rispetto a quelli pubblicamente dichiarati di salvare migliaia di vite umane. Ignorando la propaganda di terrorismo sanitario ossessivamente promossa in questi mesi dai principali media occidentali, forse con l’intento di preparare l’opinione pubblica ad accettare qualsiasi proposta risolutrice proveniente da America ed Europa, si riesce facilmente a comprendere i reali obiettivi. La suddivisione delle zone di intervento corrisponde con la suddivisione di influenza geostrategica delle potenze occidentali in Africa Occidentale. Influenze che sono strettamente legate ad interessi economici e allo sfruttamento delle risorse minerarie e idrocarburi. Interessi recentemente messi in pericolo dall’evolversi di situazioni impreviste ed indesiderate.

Nella Liberia, ricca di ferro pesante, diamanti e di importanti giacimenti di petrolio lungo le sue coste, la penetrazione economica cinese degli ultimi anni ha relegato gli Stati Uniti ad un ruolo secondario nonostante che siano i principali fornitori di armi all’esercito e garantiscano personalmente la sopravvivenza del governo del Premio Nobel per la Pace ed attuale presidente Ellen Johnson Sirleaf, odiata dalla maggioranza della popolazione per aver architettato le due guerre civili avvenute negli anni Novanta e Duemila, impedito lo sviluppo economico post conflitto, amnistiato tutti gli ex criminali di guerra (ad eccezione di Charles Taylor) e aver imposto un governo corrotto e nepotista. I migliori ministeri quali economia, commercio e idrocarburi sono controllati o da suoi figli o da parenti.

Lo scorso aprile, durante il summit annuale della Banca Mondiale, il Ministro delle Finanze liberiano: Amara Konneh ha avvertito che gli Stati Uniti stanno perdendo importanti possibilità lucrative nel Paese, informando che la Cina è diventato il primo partner commerciale. Una posizione che favorisce il Dragone Rosso nella competizione con le multinazionali occidentali. Pechino, che ha la più importante ed imponente ambasciata dell’Africa Occidentale proprio a Monrovia, ha concesso oltre 26 milioni di dollari di credito a bassi interessi in cambio dell’accesso alle risorse minerarie liberiane: ferro pesante e diamanti. Ora sta cercando di convincere il governo di Monrovia a firmare importanti contratti di esplorazione di vari giacimenti petroliferi offshore scoperti lungo le coste a svantaggio delle multinazionali americane CHEVRON e EXXON MOBIL.

In una situazione “normale” gli Stati Uniti avrebbero contenuto il “pericolo giallo” creando un cambiamento (pacifico o non) del regime. In Liberia questo classico piano da manuale non è applicabile in quanto la Casa Bianca è costretta a proteggere ad oltranza l’attuale presidente che è stato il complice dei piani di destabilizzazione americani contro il governo del Sergente Maggiore Samuel Kanyon Doe che si stava pericolosamente orientando verso una politica nazionalistica anti americana. Troppe le Amministrazioni coinvolte: da Regan a Clinton, dai due Bush ad Obama. La Liberia, creata nel 1847 dalla Società Americana di Colonizzazione  che portò i schiavi negri dall’America al Paese africano, è stata un protettorato della Casa Bianca fino al 1864 quando ottenne formalmente l’indipendenza.

Una indipendenza fittizia visto che il piccolo paese africano è famoso per essere la proprietà privata della multinazionale Firestone  che dopo la Prima Guerra Mondiale si assicurò il monopolio della produzione della gomma arabica semi schiavizzando la popolazione liberiana e proteggendo i peggiori regimi succedutesi nella convulsa storia del paese, compreso quello di Charles Taylor. La Firestone è stata il principale fattore di ogni destabilizzazione dei governi liberiani che entravano in contrasto con i suoi interessi e il principale finanziatore per l’acquisto di armi e munizioni alle varie guerriglie. La penetrazione cinese in Liberia non mette a rischio solo gli interessi economici delle multinazionali americane ma anche quelli strategici militari del Pentagono. In Liberia è collocata una delle otto stazioni di guida informatica a distanza e coordinamento della flotta nucleare submarina americana.

Washington ha inoltre due stazioni di comunicazione nei pressi della capitale, Monrovia, che permettono di diffondere a costi bassissimi i programmi della propaganda radio di Voice of America nella maggioranza degli Stati del continente africano. L’allora Assistente Segretario di Stato per gli Affari Africani (Amministrazione Bush): Herman J. Cohen, ammise durante il supporto militare per distruggere il regime di Charles Taylor che la Liberia ricopre una importanza di primo piano nella strategia militare americana in Africa e che la perdita delle importanti e semi segrete installazioni nel paese avrebbe creato forti difficoltà e un immenso sforzo finanziario per ricollocarle in altri Paesi africani.

Recentemente Pechino sta contrastando  il progetto degli Stati Uniti di stabilire in Africa il quartiere generale del Comando Americano per l’Africa, denominato AFRICOM che ha il compito di garantire con “ogni mezzo” un clima favorevole per l’America nel continente africano. Attualmente il quartiere generale è a Stoccolma e quello operativo – logistico a Verona. Due località distanti dai “teatri di guerra ed intervento” africani che costringono il Pentagono ad un notevole sforzo finanziario. Il progetto di installare il quartiere generale AFRICOM in Africa è stato ostacolato dal rifiuto di tutti i paesi africani di ospitare la base, compresi gli alleati storici quali: Kenya, Etiopia, Rwanda e Uganda. Un rifiuto che nasconde le interferenze cinesi. Pechino utilizza l’arma finanziaria dei prestiti a bassi interessi per creare maggior sinergie tra la sua politica estera e quella dei paesi africani.

Solo il governo Sirleaf ha dimostrato interesse ma fino ad ora non ha siglato alcun accordo a causa delle pressioni ricevute da Pechino, suo principale partner economico e finanziatore. L’intervento militare americano in Liberia sotto egida NATO ha come reale obiettivo stabilizzare il governo Sirleaf che rischia una rivolta popolare anche a causa della disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria attuale e delle ormai quotidiane violazioni dei diritti umani. Una rivolta che può essere facilmente trasformata in guerra civile visto chi i Signori della Guerra protagonisti di 14 terribili anni di guerra civile, sono tutti a piede libero, impegnati nella politica e avidi di potere. Altri obiettivi non secondari sono:  neutralizzare l’influenza e l’espansionismo economico cinese, assicurare la continuità dell’impero Firestone, assicurare il monopolio dello sfruttamento dei minerari e idrocarburi del paese e installare la base operativa dell’AFRICOM. Il comando del contingente militare americano in Liberia, embrione dell’AFRICOM, si installerà all’interno del Ministero della Difesa in attesa di costruire una propria base autonoma. Il presidente Sirleaf ha già emanato l’ordine alle sue forze di difesa e sicurezza di ritirarsi nelle caserme lasciando il compito di assicurare l’ordine pubblico ai Marines. Lo Stato Maggiore dell’esercito liberiano sarà sottoposto al comando americano.

La Gran Bretagna detiene il monopolio dello sfruttamento minerario nella sua ex colonia: Sierra Leone. Il paese, dove il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, è il terzo produttore mondiale di ferro pesante, il quinto di diamanti, l’undicesimo di oro e detiene immensi e strategici depositi di bauxite, rutile, e di minerali preziosi quali il coltan. Un giro di interessi di 800 milioni di dollari annui che raggiungerà il miliardo di dollari nel 2015. A questo si devono aggiungere i 5 milioni di barili di petrolio recentemente scoperti nelle acque territoriali sierraleonensi. Una quantità considerata come stima iniziale visto che le operazioni di esplorazione petrolifera indicano la presenza di altri giacimenti marini.

Fin dall’indipendenza le multinazionali britanniche hanno fatto il bello e cattivo tempo in Sierra Leone influenzando la politica e sfruttando ogni governo e la maggioranza della popolazione. Le multinazionali sono completamente esenti dal pagamento delle tasse e pagano al governo ridicole royalities per lo sfruttamento minerario. Per assicurarsi la proprietà dei terreni dove sono stati recentemente scoperti giacimenti di ferro pesante, diamanti e oro, le compagnie britanniche hanno scatenato una selvaggia operazione di “Land Grabbing” sottraendo terre coltivabili ai contadini per lo sfruttamento minerario. La città di Lunsar è il più triste ed esemplare esempio.

Le compagnie minerarie inglesi stanno costringendo gli abitanti a cedere le loro terre a prezzi irrisori, assoldando mercenari (ex guerriglieri) per terrorizzare e convincere gli abitanti più ostinati. La città di Lunsar è destinata a scomparire dalla carte geografiche in quanto, ahimè, nel sottosuolo dove è posata vi sono stati scoperti due giacimenti uno di ferro pesante e l’altro di oro.

Le compagnie minerarie britanniche detengono la maggioranza degli istituti bancari, assicurativi, ditte di trasporto, ed edili del Paese, offrendo stipendi da fame ai dipendenti locali e portando all’estero la totalità dei profitti. L’inquinamento causato dalle attività minerarie prive di regolamentazione, hanno avvelenato i principali fiumi del Paese, riducendo l’acqua potabile del 48% , costringendo cosi la popolazione ad acquistare acqua minerale prodotta da stabilimenti nazionali in mano a compagnie britanniche o direttamente importata dall’Inghilterra. Le attività minerarie hanno creato anche frane e attività telluriche, responsabili della distruzione di interi villaggi tra i quali quello di Manonkoh ormai quasi scomparso.

La produzione agricola vicino alle miniere è quasi azzerata causa avvelenamento delle riserve idriche causato dalle sostanze chimiche e solventi liberamente versati nei fiumi e dalle frane provocate dalle attività nelle miniere. I tentativi di richiesta risarcimento danni da parte dei contadini sono normalmente ostacolati dalle compagnie minerarie britanniche che inviano i loro mercenari per terrorizzare la popolazione ed eliminare i leaders delle proteste. Le multinazionali britanniche hanno inoltre sempre rifiutato di acconsentire alla richiesta del governo di trasferire la tecnologia di estrazione e formare personale qualificato con l’obiettivo di sviluppare una industria mineraria nazionale.

Dopo le elezioni del 2010, svoltesi senza problemi e registrando una corretta trasparenza di voto, il Capo dello Staff dell’Ufficio del Presidente: Richard Conteh e il Ministro del Commercio e dell’Industria: Alhaji Osman Boie Kamara, hanno rafforzato il Mining Act 2009, una legge sullo sfruttamento dei minerali di chiaro orientamento nazionalistico. Conteh e Kamara hanno convinto il Presidente Ernest Bai Koroma (ex imprenditore) a firmare una serie di decreti sfavorevoli agli interessi delle multinazionali britanniche. Tra i più importanti vi è quello che prevede la maggioranza delle azioni societarie da parte di cittadini o ditte sierraleonensi in tutti i settori: da quello finanziario a quello minerario. Un altro decreto obbliga le compagnie minerarie straniere a trasferire la tecnologia e formare personale qualificato nazionale.

Un duro colpo è stato assestato nel tentativo in corso di dichiarare illegale il contratto tra il consorzio London Mining Company Limited e la compagnia francese di trasporti internazionali Bollore stipulato nel 2011 per il trasporto esclusivo di tutti i minerali dalla Sierra Leone all’Europa. Un contatto dalla durata di sette anni per 225 milioni di dollari. Annullando il contratto, il governo della Sierra Leone vuole che il trasporto sia affidato a compagnie nazionali tramite la creazione di partnership e joint-ventures con compagnie di trasporto estere. L’obiettivo del  presidente Koroma, prima della epidemia di Ebola, era quello di regolamentare i settori minerario e idrocarburi per emulare la success story del Botswana e sviluppare il Paese. Progetto ora seriamente compromesso dall’epidemia dell’Ebola. A questo scopo nel dicembre 2013 il Presidente aveva dichiarato la volontà di rivedere tutti i contatti minerari in corso, aumentare la pressione fiscale e affidare le attività esplorative petrolifere a compagnie del Ghana e della Norvegia. Gli obiettivi dell’intervento militare-umanitario dell’esercito britannico sotto egida NATO sono quelli di ristabilire il “naturale ordine” nel settore minerario per salvaguardare gli interessi delle sue multinazionali ed impedire il processo di nazionalizzazione delle risorse naturali.

La Guinea rappresenta l’anello debole e più instabile all’interno del progetto di ricolonizzazione della Francia che, con la scusa di combattere il terrorismo internazionale in Africa, sta inviando soldati per controllare direttamente le sue ex colonie africane da Djibuti alla Guinea. Progetto parallelo a quello di ristabilire l’influenza francese nella regione di Grandi Laghi (Africa Orientale) tramite un violento cambiamento di regime in Rwanda, il supporto al regime della Famiglia Kabila nella Repubblica Democratica del Congo e al regime razziale del presidente Pierre Nkurunziza in Burundi, su cui gravano sospetti di preparazione di genocidio contro la minoranza tutsi e l’opposizione hutu.

La necessità di controllare direttamente la Guinea è ora aumentata con la perdita di un importante e strategico alleato regionale: il regime del Burkina Faso. La recente rivoluzione popolare che ha costretto il Presidente Blaise Compaorè alla fuga sta seriamente minacciando il progetto di ricolonizzazione francese dell’Africa Occidentale e vi sono probabilità di un rafforzamento delle forze politiche militari fedeli alla filosofia e al progetto nazionalista del Che Guevara Africano, Thomas Sankara assassinato nel 1987 da Compaorè con il diretto supporto di Francia e Stati Uniti. Le contromisure per impedire una svolta nazionalistica esistono. La Banca Centrale francese detiene la totalitá delle riserve in valuta pregiata della Burkina Faso, rendendo estremamente facile il ricatto finanziario. La Cellula Africana dell’Eliseo può inoltre inserirsi nella conflittualità nata all’interno dell’esercito tra i Generali Isac Zida e Honorè Taorè.  Per coincidenza nelle acque territoriali della Guinea è stanziata permanentemente la flotta africana francese composta da otto navi da guerra sotto il comando del Generale Maggiore Jean-Pierre Palasset. La flotta collabora con il Comando delle Operazioni Speciali COS con i compiti di assicurare l’approvvigionamento energetico in madre patria e combattere l’invasione commerciale e finanziaria della Cina nell’Africa Occidentale, storica area di influenza francese.

La Germania si sta affiancando alla Francia e recentemente (2013) ha stipulato accordi segreti con Parigi che la associano allo sfruttamento delle risorse naturali nelle ex colonie francesi al fine di garantirsi l’approvvigionamento di materie prime a basso costo per sostenere l’industria tedesca. L’accordo è stato stipulato nell’ottica di attenuare la guerra commerciale e politica tra le due potenze europee sostituendola con una collaborazione ed alleanza tesa ad assicurarsi l’egemonia sull’Unione Europea. Essendo in forte difficoltà economica (crescita zero e debito pubblico ormai incontrollabile) la Francia, per equilibrare la sua posizione all’interno di questo patto d’acciaio Bonn-Parigi, ha offerto la condivisione dell’unico tesoro che le è rimasto: i possedimenti di Oltremare.

Per quanto riguarda il settore sanitario, che è alla base della giustificazione dell’intervento militare NATO nei tre paesi africani, Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti si sono concordati a proteggere e promuovere gli interessi delle multinazionali farmaceutiche coinvolte nella ricerca di vaccini e cure contro l’Ebola. Multinazionali che, guarda caso, sono o americane (Johnson & Johnson e Newlink Genetics) o europee (GlaksoSmithKline). Qui trova la spiegazione della violenza diplomatica imposta sui tre paesi africani e la gestione diretta delle attività  sanitarie di contenimento della epidemia. I soldati NATO garantiranno la sperimentazione sugli umani di vaccini e cure di cui non si conoscono ancora efficacia e effetti collaterali. Sperimentazioni che infrangono ogni regolamentazione internazionale e codice etico-scientifico.

Saranno inoltre utili a garantire l’ordine pubblico e a contrastare eventuali rivolte o proteste di massa delle popolazioni locali qualora non accettassero di svolgere diligentemente il ruolo a loro affidato di cavie umane. Rischi di proteste e rivolte giá evidenti in Liberia e Sierra Leone. Un ultimo ed importante ruolo “sanitario” dei militari NATO sarà quello di impedire la sperimentazione e la commercializzazione di farmaci concorrenti che non portano il brevetto delle tre multinazionali farmaceutiche a cui si è preventivamente e unilateralmente affidato il monopolio mondiale del futuro vaccino e cura. Farmaci concorrenti quali quello ideato  dalla multinazionale cinese Sihuan Phramaceutical Holdings , che lavora in stretta collaborazione con le forze armate della Repubblica Popolare Cinese, saranno accuratamente rifiutati.

Una verità viene accuratamente nascosta dai media occidentali: il fallimento di Unione Europea, ONU e Stati Uniti di creare nei tre Paesi africani sistemi sanitari adeguati nel periodo post conflitto,  nonostante i milioni di dollari spesi nel settore. L’attuale crisi di Ebola, facilmente controllabile in altri Paesi come Uganda e Nigeria, è dovuta proprio dalla assenza di un sistema sanitario pubblico efficiente. È innegabile che la sua esistenza avrebbe contribuito ad un facile contenimento nella prima fase di questa “epidemia” come è sempre successo nei casi scoppiati in Uganda, l’ultimo nel 2013.

Questi sono i reali obiettivi dell’intervento militare-umanitario NATO violentemente imposto ai tre paesi africani e destinato a rafforzare il controllo predatorio e coloniale di un Occidente in gravi difficoltà economiche e minacciato dall’emergere di nuovi poli mondiali di potere economico e politico. Obiettivi che verranno abilmente occultati dalla stampa di propaganda dei media occidentali che ci inonderà di notizie per convincerci della natura strettamente umanitaria e disinteressata dell’intervento che la samaritana e compassionevole civiltà occidentale ha deciso per salvare la vita di migliaia di poveri. 

 

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