giovedì, Settembre 23

Ebola: lo Zmapp della paura e della speranza Le incertezze nei confronti del nuovo siero: gli africani temono di essere usati come cavie umane

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EBOLA GUECKEDOU CONAKRY GUINEA 2014

Il siero sperimentale ‘ZMappintriga, indigna, nutre speranze e dubbi in Africa. Lo chiamano il ‘siero magico’. Gli occhi africani, e non solo, sono tutti puntati sul missionario statunitense Kent Brantly, contagiato dal virus in Liberia, che avrebbe dato segni di miglioramento. Domenica scorsa, scrivono i principali giornali statunitensi, sarebbe sceso dall’aereo con le sue gambe al suo arrivo ad Atlanta.

Notizia che è rimbalzata su tutti i giornali africani, secondo i quali ladanza della morte’, come viene chiamata l’epidemia d’Ebola, potrebbe essere arrestata.

Dopo l’annuncio dell’Organizzazione della sanità mondiale (OMS), secondo la quale l’epidemia di Ebola in corso in Africa Occidentale è «un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale», si è scatenato il panico nel continente nero.

Una psicosi che potrebbe indurre i Governi africani a commettere errori o a mosse azzardate. Il Ministro sierraleonese dell’Informazione e della Comunicazione, Alhaji Alpha Kanu, ha espresso l’augurio che la Sierra Leone sia il primo Paese africano a ricevere lo Zmapp. L’OMS ha deciso oggi di dare l’autorizzazione per la somministrazione di farmaci sperimentali contro l’ebola, lo Zmapp, il solo disponibile al momento, sostenendo che il loro uso è ‘etico’.

Sviluppato dalla Mapp Biopharmaceutical Inc. di San Diego, in collaborazione con l’azienda canadese Defyrus, ZMapp è un farmaco a base di anticorpi monoclonali, di tre diversi tipi, che si legano a proteine presenti sulla superficie del virus.

È ancora in fase di sperimentazione”, spiega al telefono Saverio Bellizzi, epidemiologo di Medici Senza Frontiere, tornato da tre settimane in Italia, dopo due missioni in Guinea, secondo il quale è presto per dire se sarà efficace.

Eppure i Paesi africani sembrano non farci caso, più preoccupati dai numeri della nuova catastrofe umanitaria: L’epidemia di ebola ha ucciso finora 1.013 persone e ne ha contagiato 1.848 in 4 Paesi dell’Africa occidentale (Liberia, Guinea, Sierra Leone e Nigeria) e al momento non si vede la fine alla diffusione del virus.

Il clima di allarmismo, indotto anche dai media internazionali, sta creando la condizione ideale in cui i Governi africani, accusati di inadeguatezza, si sentano in dovere di fare di tutto per alleviare le sofferenze della propria gente.

Tuttavia, le incertezze nei confronti del nuovo siero Zmapp rimangano. Gli africani temono di essere usati come cavie umane. Non sarebbe la prima volta. Circa il 35 % delle donne africane sono sterili in seguito alla somministrazione di vaccini.

La casa farmaceutica ha l’opportunità di sperimentare sull’uomo con l’approvazione dell’opinione pubblica”, fa notare un giovane sierraleonese che ha chiesto l’anonimato: “I medici che hanno lanciato l’allarme e che operano nei confini in Guinea o Sierra Leone sono americani. C’è chi pensa che l’epidemia potrebbe essere stata diffusa. Guarda caso gli Stati Uniti o meglio una casa farmaceutica americana ha trovato il vaccino nel momento propizio. Strana coincidenza. Questo è un affare d’oro”. In effetti, nelle case farmaceutiche che sperimentano un vaccino contro l’Ebola entreranno un sacco di soldi. Lo si è già visto negli anni passati con l’emergenza dell’HIV.

Intanto, le multinazionali del settore si sono già messe all’opera. Oltre alla Mapp Biopharmaceutical Inc., anche il colosso britannico Gsk e quello statunitense National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) hanno annunciato di aver sviluppato un vaccino contro l’Ebola che verrà sperimentato sull’uomo entro l’anno.

In attesa di una cura adeguata, i Paesi colpiti corrono ai ripari e cercano di arginare la pandemia.

La Guinea, la Liberia, la Sierra Leone e la Costa d’Avorio hanno creato un cordone sanitario. Inoltre, il Governo di Conakry ha chiuso i confini con i suoi vicini, Freetown e Monrovia, mentre la autorità ivoriane hanno annunciato la sospensione dei voli della sua compagnia nazionale ‘verso e da’ i Paesi contaminati. La Nigeria ha dichiarato lo stato di allerta dopo aver accertato nove casi.

Gli altri Paesi limitrofi guardano con apprensione i loro vicini di casa, timorosi che la pandemia possa oltrepassare i confini.  L’emergenza sanitaria rimane comunque in Sierra Leone e in Liberia, da dove arrivano notizie contrastanti.

È una crisi più parlata in televisione che vissuta in Africa”, ci racconta, al telefono, Yamba Koroma, direttore per la Sierra Leone dell’expo 2015 di Milano. “Mia sorella e i miei genitori che vivono a Freetown mi dicono che fanno la vita di tutti i giorni”. Certo c’è preoccupazione ma “la gente non è terrorizzata”. Almeno “nelle grandi città, dove ancora non si sono visti morti. Le uniche notizie sull’Ebola si apprendono dalla televisione o dalla radio o dagli ospedali, dove circolano le voci sulla situazione fuori dalla capitale. I villaggi sono i più colpiti. Insomma c’è un po’ di disordine”.
Anche in Guinea “la situazione è tranquilla”, spiega Bellizzi, l’epidemiologo di Msf : “Ci sono alcuni casi di Ebola. Ma ormai l’epidemia è circoscritta, almeno nelle grandi città, un po’ meno nei villaggi”.

L’Ebola, racconta il medico italiano, è arrivata a Conakry, la capitale, causando parecchi morti e suscitando panico. “Ho conosciuto persone terrorizzate dal virus”, ma c’è da dire che “la questione della percezione della paura non si può generalizzare, varia da persona a persona, varia dal background della persona, varia da una serie di cose”.

Per ora, i focolai, sottolinea Bellizzi, più accesi sono in Sierra Leone e Liberia. Là la situazione è preoccupante. I Paesi limitrofi, invece, sono in stato di allerta, come la Nigeria e la Costa d’Avorio, dove ci sono stati casi sporadici. 

Da noi la situazione è per il momento sotto controllo. Non ci sono stati decessi”, racconta un’ex operatrice italiana della Fao, che vive da diversi anni ad Abidjan e che ha chiesto l’anonimato.

L’epidemia lascia molto indifferenti gli ivoriani. Si lamentano solo che non possono mangiare la carne di animali selvatici”, come gli aguti (grossi roditori che vivono nelle foreste), scimpanzé e pipistrelli. Il Governo ivoriano ha infatti proibito di mangiare queste tipologie di animali, al cui interno ‘vivrebbe’ il virus, ha fatto chiudere diversi ristoranti che lasciavano a desiderare per l’igiene e ha lanciato continui appelli per una maggiore attenzione alla pulizia e cura del corpo.

Ben diverso il contesto in Liberia. “L’epidemia è fuori controllo. La situazione è allarmante perché il Governo all’inizio non ha preso sul serio la pandemia. Adesso hanno chiuso le frontiere, i negozi, le scuole e tutti i mercati nelle aree di frontiera.  Ho sentito una mia amica che vive a Monrovia e dice che le strade sono deserte. C’è tanta paura del contagio”, spiega l’ex operatrice italiana della Fao.

La tensione è alta nella capitale liberiana. “Ci sono stati problemi per la sepoltura delle vittime perché le comunità non volevano che venissero sotterrati vicino a loro. Ci sono volute ore perché alla fine capissero che per loro non c’era pericolo”. Un cadavere di una persona morta di Ebola, se viene toccato, abbracciato o baciato, come è usanza fare durante i funerali, è ancora contagioso.

Nei giorni scorsi a Monrovia, decine di liberiani hanno manifestato contro la presenza nelle strade della capitale di tanti corpi, abbondonanti per timore di contrarre l’Ebola.

Dai villaggi, la pandemia è arrivata fino alla capitale, suscitando la rabbia della popolazione. Si dà la colpa al Governo per non aver agito per tempo.

Negligenza delle autorità liberiane? Secondo Bellizzi, l’epidemiologo di Msf, rientrato da tre settimane in Italia dalla seconda missione, “ci sono Paesi più preparati che hanno già avuto a che fare con l’Ebola, come il Congo, e hanno agito subito. E altri, che non avendo mai avuto contatto con il virus, si sono trovati sprovvisti”.

Finora questo patogeno era limitato a pochi villaggi perduti nella foreste tropicali di Costa d’Avorio, Congo, Guinea e Sudan, in cui l’epidemia si spegneva in pochi giorni.

Non è stato questo il caso. L’epidemia non si è arrestata. Non solo per la carenza di medici o di attrezzature.  “C’è difficoltà principalmente per due motivi: una è l’estrema mobilità delle persone che si muovono da villaggio a villaggio in maniera continua e veloce, quindi una volta contagiati si muovono e possono sviluppare nuovi focolai  in nuove zone; e poi le resistenze culturali. Ci sono difficoltà a sensibilizzare e rendere consapevoli le persone del luogo dell’esistenza della malattia”, spiega Bellizzi. Quello che si può fare è “sconfiggere l’Ebola solo con una grande campagna di sensibilizzazione, villaggio per villaggio”.

In Africa, la scaramanzia è forte. Nelle foreste perdute della Liberia o della Sierra Leone, ci sono tanti piccoli villaggi, popolati da etnie diverse che nutrono una profonda sfiducia nei confronti della medicina occidentale. Nascondono i malati per evitare che vengano portati nei centri di assistenza. Sono spaventate dalla morte dei loro cari, consumati da violenti dolori muscolari, mal di testa, vomito, diarrea ed emorragie.

La chiamano la malattia del ‘diavolo’. Ovvero, la malattia dei bianchi. C’è la convinzione che la febbre sia un complotto o un’invenzione degli occidentali. Circola la voce, come racconta al telefono un giovane ivoriano (che vive in Italia e che ha chiesto l’anonimato), che “i primi casi di Ebola si siano verificati in Congo. C’erano dei ricercatori che facevano esperimenti su alcuni scimpanzé. Uno di questi è morto ed è stato lasciato là, abbandonato. Alcuni contadini, che vivono nella zona, lo hanno trovato, se lo sono portati a casa e lo hanno mangiato. Dopo dieci giorni, due intere famiglie sono decedute”.

Non c’è da stupirsi se gli africani attribuiscano la colpa ai bianchi, che non si sono fatti di certo amare in Africa, prima con la tratta degli schiavi, poi con la colonizzazione e ora con il saccheggio del sottosuolo.

Preferiscono affidarsi ai guaritori locali o agli stregoni che ben poco possono fare per fermare l’epidemia.

Eppure si potrebbe contrastare i virus con pochi accorgimenti.  “Non esistono né vaccini né terapie specifiche”, ammette l’epidemiologo di Msf, però ci sonoterapie di supporto, quindi idratazione, nutrizione e terapie antibiotiche o antimalariche nel momento in cui il paziente sia affetto da patologie associate. Il tutto perché mira a rinforzare il corpo per combattere meglio il virus”, il cui tasso di mortalità varia dal 25% al 90%.

L’Ebola, spiega Bellizzi, “si trasmette tramite il contatto con i fluidi delle persone infette. Il contatto non è via aerea ma via contatto diretto tramite sangue o fluidi idrologici. Il virus è estremamente nocivo all’interno dell’organismo ma è anche molto labile nel senso che basta semplicemente lavarsi le mani con il sapone e si inattiva il virus immediatamente. Per essere veramente contagiati bisogna avere il contatto diretto: toccare una persona che abbia un’alta carica di virus e avere dei sintomi evidenti. Una persona che non ha sintomi non è contagiosa anche se il virus è al suo interno”.

L’Ebola può essere dunque contenuta. Anche se di questo bacillo ancora si sa poco. La prima scoperta del virus risale al 1976, in Congo. L’Ebola è infatti un fiume congolese. Si pensa che il virus viva da moltissimo tempo all’interno delle volpi volanti, grossi chirotteri che mangiano frutta e abitano le foreste tropicali. Per trasmetterlo all’uomo il virus potrebbe essere passato dalle volpi volanti alle scimmie o altri animali della foresta, che vengono regolarmente mangiati dalle etnie locali.

Tuttavia, ancora non è chiaro come l’Ebola abbia fatto la sua comparsa in Guinea. Circolano tante ipotesi a riguardo. Alcune fondate altre meno.

Secondo il ‘New York Times’, tutto sarebbe iniziato con un bambino di due anni che si è infettato ed è morto il 6 dicembre a Guéckédou, in Guinea: «Dopo una settimana è morta la madre del bimbo, quindi la sorella di tre anni e in seguito la nonna. Tutti avevano febbre, vomito e diarrea. Due persone presenti al funerale della nonna hanno poi portato il virus nel proprio villaggio un infermiere a sua volta lo ha portato in un altro, dove è morto, così come il suo dottore. A loro volta questi casi ne hanno generati altri in altri villaggi. Nel momento in cui l’epidemia è stata riconosciuta, a marzo, dozzine di persone erano morte in otto comunità in Guinea, e casi sospetti stavano già emergendo in Liberia e Sierra Leone», scrive il quotidiano statunitense.

Per il direttore sierraleonese, Yamba Koroma, non c’è certezza in merito, sicuramente “il virus è stato trasmesso dagli uccelli che provenivano dal Congo e che sono giunti in Guinea, attraverso il Senegal. Alcune tribù hanno mangiato questi volatili e si sono infettati. All’inizio i controlli erano pochi. E così si è diffuso. Le zone più colpite sono state quelle al confine dove avvengono gli scambi commerciali. In poco tempo, il virus, che aveva acceso un focolaio in Guinea, ha oltrepassato il confine tra la Sierra Leone e la Liberia. Quando è entrato nei confini sierraleonesi, i medici si sono subito attivati per soccorrere le persone colpite. C’era un medico statunitense e uno sierraleonese, quest’ultimo è stato contagiato e poi è morto. Dopo il suo decesso, c’è stata l’attenzione mediatica americana e europea”. All’epoca si parlava di un problema ‘africano’, spiega Koroma, e non suscitava tanto scalpore. Quando è stato contagiato il medico americano, “si è parlato di problema internazionale. L’onda mediatica, guidata dalla BBC, ha creato allarmismo e si è trasmesso un messaggio negativo che sta creando gravi difficoltà economiche”.

Il direttore sierraleonese per gli scambi commerciali tra la Sierra Leone e l’Italia, non usa mezzi termini: “L’epidemia d’Ebola sta bloccando gli investimenti nel mio Paese. Gli imprenditori che vogliono investire in Sierra Leone, Liberia e Costa d’Avorio non lo fanno. Sentono la televisione e hanno paura”.

Koroma lancia un monito anche all’Europa: “Con questa ondata di allerta si crea un nuovo stato di guerra in questi Paesi appena usciti da decenni di conflitto. Se si bloccano gli investimenti in Africa Occidentale, i sierraleonesi, gli ivoriani e i guineani cercheranno di fuggire dai loro Paesi e arriveranno in Europa”.

I Paesi europei sono avvisati. In particolare, l’Italia dove c’è già una psicosi immotivata per lo sbarco degli immigrati. Lo si è visto nei giorni scorsi quando un artigiano torinese ha lanciato un falso allarme su Facebook: «L’Ebola è arrivata anche in Italia con tre casi segnalati a Lampedusa. Paura per epidemia globale». In poche ore, la bufala ha raggiunto 27 mila condivisioni, scatenando il panico.

C’è tanta ignoranza in merito. “È veramente difficile che l’epidemia si sviluppi da altre parti. La possibilità è veramente remota. È circoscritta all’Africa Occidentale”, spiega Saverio Bellizzi, secondo cui gli immigrati che arrivano nelle nostre coste non rappresentano un pericolo. Perché? “La malattia si sviluppa nel giro di una settimana, dieci giorni, se non curata porta subito alla morte”, sottolinea il medico di Msf, “le persone affette da Ebola sono molto deboli e non si mettono di certo in viaggio. Le persone che arrivano a Lampedusa sono persone che hanno un anno di viaggio alle spalle. È gente che è stata almeno 4 mesi in Libia e che alle spalle prima del Paese libico ha tutto il Sahara da superare, più altre vicissitudini. Non ce la farebbero mai. Con i tempi non ci siamo proprio”.

Lui c’è stato in Africa e sa di cosa parla. Secondo Bellizzi, l’unica probabilità di contagio è l’aeroporto, ma ci sono gli  screening. “Quando sono partito dalla Guinea mi hanno misurato la temperatura”, ha sottolineato l’epidemiologo, sottolineando che “i Paesi europei sono molto attrezzati e nel momento in cui dovesse arrivare qualcuno sarebbe immediatamente isolato”. “È allarmismo. E qualora ci fossero dei casi in Occidente, i Paesi sarebbero in grado di tenerlo sotto controllo”, conclude Bellizzi.

 

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