domenica, Ottobre 24

Ebola: l’Europa s’è desta? field_506ffbaa4a8d4

0

Ebola

Il commissario europeo Neven Mimica, responsabile per la cooperazione internazionale e lo sviluppo, ha voluto che all’incontro di questi giorni a Strasburgo tra i 78 paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) e l’Unione europea la lotta alla diffusione della malattia fosse tra i punti principali da discutere insieme al nuovo programma di finanziamento e al futuro della partnership.

L’Unione europea ha fatto sapere di aver attivato le risorse disponibili per cercare di arginare la diffusione dell’ebola, che sta assumendo dimensioni esponenziali da quando, in maggio, ha cominciato a mietere vittime in Africa. E ha lanciato un appello ai paesi membri per l’invio di personale sanitario qualificato e di medicinali e attrezzature apposite per la lotta alla malattia incaricando il commissario Christos Stylianides, responsabile Ue per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, di coordinare le operazioni di lotta all’ ebola recandosi nei tre paesi dove più acuta è l’emergenza (Sierra Leone, Liberia e Guinea). Anche Mimica è andato in Guinea (Conakry) lo scorso fine settimana per riaffermare il sostegno dell’Ue in un incontro con il presidente guineano Alpha Condé e ministri del paese e lanciare un programma di finanziamento di 244 milioni di euro per migliorare le strutture sanitarie del paese.

Nel corso dell’incontro Ue-ACP a Strasburgo è stata votata una risoluzione urgente sulla diffusione dell’ebola insieme ad un’altra sull’espansione del terrorismo in Africa. La risoluzione sull’ebola in Africa occidentale, approvata con procedura d’urgenza, sottolinea la necessità di«isolare il morbo senza isolare i paesi colpiti» e «prevenire la stigmatizzazione dei pazienti sopravvissuti». Finalmente dopo oltre sei mesi in cui ha avuto modo di espandersi in maniera esponenziale, l’ebola è diventata un’emergenza per l’Europa. Lo hanno fatto notare i partecipanti all’incontro Ue-Acp che hanno però elogiato l’impegno crescente dell’Ue sull’argomento auspicando che questo impegno non si limiti solo alla lotta al terribile morbo ma includa anche la creazione delle condizioni per la ricostruzione economica e sociale dei paesi colpiti quando l’emergenza sarà finita. Un’attenzione speciale viene chiesta per gli orfani dei morti per ebola doppiamente penalizzati anche a causa dello stigma che il morbo porta con sè.

Dal canto suo il commissario europeo per la ricerca scientifica e l’innovazione Carlos Moedas, ha annunciato in un incontro a Città del Capo la creazione di un fondo di 2 miliardi di euro per i prossimi dieci anni per aiutare l’Africa a combattere con nuovi farmaci malattie endemiche come tubercolosi, malaria, e ebola.

La diffusione dell’ebola che infierisce dallo scorso maggio in Africa Occidentale è stata definita da Louis Michel, co-presidente dell’Assemblea parlamentare ACP-Ue riunita a Strasburgo all’inizio di dicembre, “la peggiore della storia, non solo in Africa ma in tutto il mondo”. “L’epidemia di ebola – ha detto l’altro co-presidente dell’incontro, il giamaicano Fitz A.Jackson– resta una questione della massima urgenza che richiede il massimo sforzo da parte nostra dal punto di vista umanitario”. “E’ la solidarietà di cui c’è bisogno” ha detto Michel invitando la comunità internazionale a fare di più per combattere non solo l’emergenza ma le conseguenze umane e sociali della diffusione del morbo. Da qui l’appello al Fondo Monetario Internazionale perché cancelli i debiti dei tre paesi africani maggiormente colpiti dal morbo e l’invito a tutti a rispondere in modo positivo a questo grido di aiuto.

Intanto anche il Parlamento europeo organizza incontri per attirare l’attenzione sull’emergenza ebola. In un dibattito pubblico ieri organizzato dall’eurodeputata italiana Giulia Moi (del gruppo EFDD)“Ebola, dentro l’emergenza” è stato lanciato un appello perche’ il 20% degli aiuti allo sviluppo – di cui l’Unione europea è campione nel mondo come primo fornitore assoluto di aiuti ai paesi in via di sviluppo – venga dedicato alla sanità. “L’emergenza ebola” – ha detto l’eurodeputata francese Michèle Rivasi, del gruppo dei verdi europei – “ha bisogno di una risposta adeguata sia come materiali sia come personale”. L’eurodeputata ha ricordato che l’ebola poteva restare circoscritta se non ci fossero state una serie di circostanze che ne hanno causato la diffusione a livelli finora mai raggiunti. Ed ha accusato l’Organizzazione mondiale della sanità di non aver dato l’allarme in tempo lasciando che il morbo si diffondesse tra le comunità rurali dei tre paesi colpiti dove i sistemi sanitari sono stati messi a dura prova. “In Guinea” – ha detto Rivasi – “l’ospedale principale di Conakry non dispone di acqua potabile, non ha le attrezzature necessarie per isolare il morbo”. Quando le attrezzature sono arrivate, non erano in molti a saperle usare correttamente. E’ stato quindi necessario avviare un sistema di addestramento del personale paramedico ma anche combattere tradizioni ancestrali tra le popolazioni rurali abituate a riti funerari antichi completamente in contraddizione con le norme sanitarie per evitare la diffusione del morbo. “In molti casi” – ha detto Rivasi – “i morti venivano lavati e preparati prima di chiamare gli addetti alla loro rimozione, diffondendo così il morbo tra tutti I parenti e vicini”.

Anche l’organizzazione umanitaria “Medici senza frontiere” ha accusato la comunità internazionale di aver reagito in maniera frammentaria all’emergenza ebola e di aver lasciato le ONG combattere da sole la sua diffusione. “Il problema” – ha detto in un incontro al circolo della stampa di Bruxelles la responsabile di Medici senza Frontiere del Belgio Meinie Nicolai“è il personale”. L’addestramento del personale sanitario specializzato infatti richiede settimane o mesi e MSF e le altre organizzazioni umanitarie impegnate nella zona, tra cui l’italiana Emergency, devono cercare di superare questo “collo di bottiglia” stretti tra la necessità di impedire che il morbo si propaghi e garantire agli operatori sanitari un addestramento adeguato per la sicurezza propria e dei malati. “Come è possibile” – ha detto Nicolai – “che la risposta all’emergenza ebola, che ora è diventata un’emergenza transnazionale, sia stata lasciata solo nelle mani di medici, infermieri e volontari ?”.

Un medico britannico del King’s College di Londra che ha partecipato al dibattito sull’emergenza ebola al Parlamento europeo, Colin Brown, ha parlato di crescita esponenziale del morbo identificato lo scorso maggio che ha già colpito 13.000 persone specie in Sierra Leone dove la diffusione non accenna a diminuire. “Il vero problema”– ha detto Brown – “è il fatto che il personale medico e paramedico locale spesso viene infettato”. E ha citato il caso della Sierra Leone dove dei 12 medici di alto livello addestrati per far fronte al morbo ne sono rimasti solo sette. Gli altri sono morti di ebola. Il vero problema è coinvolgere le popolazioni rurali tra le quali il morbo si è diffuso maggiormente ad adottare regole igieniche di base per impedire che il morbo si espanda e abbandonare pratiche funerarie ancestrali.

Anche la reazione all’emergenza dei governi dei tre paesi africani maggiormente colpiti è stata troppo lenta: l’avvio di una campagna di sensibilizzazione è scattato solo a giugno ma il messaggio è stato vago, confuso, facendo ritenere che si trattasse di malaria piú che di ebola. In questo modo le precauzioni iniziali sono state vaghe e frammentarie permettendo al morbo di diffondersi specie nelle zone piú isolate ai confini tra i tre stati ch le popolazioni nomadi sono abituate ad attraversare liberamente da secoli.

L’Europa ora passa al contrattacco sia per sensibilizzare la sua popolazione sia per raccogliere fondi necessari a far fronte all’emergenza. “Non bisogna abbassare la guardia ora” avverte Medici senza Frontiere Internazionale. Delle 6.400 persone ricoverate finora nei centri appositamente allestiti da MSF per far fronte all’emergenza ebola nei tre paesi africani, ben 4000 sono risultate positive e 1700 sono guarite. I decessi sono ancora troppo elevati per poter dire che il peggio e’ passato.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->