lunedì, Aprile 19

Ebola, la nuova Armageddon Dichiarazioni di Chris McIntyre, Fikile Mbalula e Marcus Rowcliffe sul caso Ebola

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Johannesburg – Per tutto il corso del 2013 a oggi, Ebola ha spento più di 4.500  vite.  A conti fatti, 97 vittime alla settimana, e 13 persone al giorno.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) avverte che il tasso infettivo potrebbe raggiungere un picco di 20.000 vittime entro il mese di Novembre, ormai vicino.  Matematicamente, questa cifra tonda vorrebbe significare un aumento di 15.500 persone entro la fine del 2014, se Ebola continua a viaggiare con questo ritmo. A Settembre, in Usa, il Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (CDC) ha stimato che il numero delle vittime di Ebola in Africa Occidentale entro Gennaio 2015 potrebbe oscillare tra 550.000 e 1.400.000.

 La prima vittima condannata dal virus è stata un bimbo di due anni morto lo scorso 6 dicembre in Guinea, il ‘Paziente Zero’. Dopo di lui, anche la mamma, la sorella e la nonna. Da lì in avanti, il virus si è diffuso per mesi prima di essere identificato come epidemia.  

 Poi, il caso di Thomas Duncan, arrivato dall’Africa negli Stati Uniti per far visita alla famiglia. L’uomo lamentava dolori addominali, nausea, vertigini e mal di testa. Solo in un secondo momento l’infermiera del pronto soccorso è venuta a conoscenza del fatto che fosse di rientro dall’Africa. È stata proprio Duncan la prima vittima statunitense.

 Ma è toccato anche a Nina Pham e Amber Vinson, entrambe risultate positive ai test. Pham è stata messa in quarantena su una nave da crociera. Vinson, invece, ha viaggiato in aereo prima di ammalarsi, pur sapendo di avere febbre alta e di essere stata a contatto con gente esposta al virus. Presto fatto: in quell’occasione, ciascun passeggero su quel volo potrebbe essere stato infettato dal virus.

 Si tratta di casi ‘accidentali’ che in realtà sembrerebbero preparare la scena per un teatro raccapricciante: se chi è già stato contaminato dal virus o potrebbe esserlo stato, potesse varcare i confini degli Stati così facilmente, al punto da esporre altra gente all’infezione, allora il disastro è più vicino di quanto si possa immaginare.

 Il Sud Africa dichiara di non aver registrato nessun caso di Ebola. Il Ministro della Salute, Aaron Motsoaledi ha dichiarato in un’intervista che «La sola possibilità di importare il virus in Sud Africa sarebbe via aerea, e potenzialmente con un atterraggio sulle piste dell’Aeroporto Internazionale OR Tambo o di Lanseria. Ma stiamo solo parlando di probabilità, considerato che negli altri nove ingressi al Paese ci sono operatori sanitari e saremmo pronti a fronteggiarla».    

 Il Governo continua a chiudere le frontiere a tutti i viaggiatori non-residenti in Sud Africa e in arrivo dai Paesi dichiarati ad alto rischio Ebola, ad esclusione dei viaggi assolutamente necessari. E allora cosa ne è delle migliaia di immigrati africani che arrivano in Sud Africa illegalmente? Non sono certo passeggeri di volo, loro! Chi si trova ora in Africa potrebbe semplicemente essere rientrato a casa e magari proprio nel momento di esplosione del focolaio, quando ancora non si parlava di epidemia. 

 La grande macchina del turismo in Africa è la prima ad avvertire gli effetti di Ebola, dal momento che il turismo è una fonte di ricchezza per il Paese. Non sono pochi coloro che ripianificano la partenza per non rischiare. «Nelle ultime settimane gli eventi si sono susseguiti a cascata», dice Chris McIntyre dell’agenzia di viaggi Expert Africa. «Non sono state molte le cancellazioni, ma i rinvii sì. E al momento, pochissimi stanno pianificando viaggi in quella fetta di mondo. Ma non ci sorprende, d’altronde l’allarme non è da sottovalutare».

 Anche in Nigera, in lista tra i Paesi dichiarati immuni dal virus, le tariffe negli hotel a cinque stelle di Lagos hanno subito un forte calo. Tante le conferenze rimandate a data da destinarsi, secondo l’economista nigeriano Bismarck Rewane, della Financial Derivatives Company.

 «Vero è che», continua McIntyre, «sempre più gente sceglie di aspettare prima di prenotare una vacanza. E pur essendo chiaro che il mercato africano possa essere il protagonista di tutto ciò, nulla toglie che lo spettacolo ancora non riesca a fermarsi.»

 Anche i safari vanno in picchiata, secondo una stima avanzata dalla compagnia olandese Safari Bookings, che, stando alle dichiarazioni di più della metà dei 500 tour operator intervistati il mese scorso, ha confermato un brusco calo delle prenotazioni dal 20 al 70% . «Si tratta di un duro colpo per il settore e per le tante riserve naturali che dipendono da questo guadagno», dice la compagnia.

 E il settore dello sport non è da meno. IL Ministro dello Sport del Sud Africa, Fikile Mbalula, ha affermato che se il Marocco si ritira, il Sud Africa non prenderà parte alla Coppa delle Nazioni Africane 2015 come squadra ospite. La Confederazione Africana di Calcio (CAF) ha fatto il suo ingresso in SA la scorsa settimana, dopo la richiesta del Marocco di rinviare l’evento sportivo a causa della crisi del virus di Ebola. Il ‘no’ di Mbalula resta inequivocabile e categorico.

 Nelle restanti aree dell’Africa, la Sierra Leone ha sospeso tutti gli incontri calcistici; Guinea, Liberia e Sierra Leone non potranno ospitare incontri internazionali. E, con buona pace della Sierra Leone, le Seychelles hanno dato forfait rinunciando a scendere in campo pur di non ospitare la Repubblica dell’Africa Occidentale.

 Alcuni casi sono stati registrati anche in Francia, Germania, Svizzera, Spagna, Norvegia e via dicendo. Insomma, Ebola non ha risparmiato nessuno.  

Si dice che il virus di Ebola trovi le sue radici negli anni Ottanta, quando Wouter Basson stava portava avanti il suo progetto di armi biologiche in Sud Africa. Da allora, mai è stato confermato che ogni minima traccia del virus fosse stata distrutta.  

 Il contagio di questa grave malattia virale può avvenire tramite persone e animali, anche se attualmente si tratta di un virus prevalentemente trasmissibile tra persone.

 Alcuni sostengono che la carne proveniente dall’Africa sia il vero colpevole della diffusione dell’epidemia e che i portatori originari del virus siano i pipistrelli. Ma potrà mai essere vero che la carne incriminata sia la responsabile della crisi attuale? In particolare, si tratterebbe della macellazione di antilopi, scimpanzé, pipistrelli da frutto e ratti, senza escludere porcospini e serpenti. E secondo quanto riferisce il Centro di Ricerca Internazionale per la Silvicoltura, proprio in Africa, esattamente nel territorio del Bacino del Congo, si consumano circa 5 milioni di tonnellate all’anno di questa carne. Ma alcuni di questi animali possono portare con sé malattie mortali. In primis i pipistrelli che si nutrono di frutta, che trasmetterebbero il virus di Ebola.

 A contatto con gli escrementi o con la frutta, i pipistrelli possono infettare letalmente primati non umani come gorilla e scimpanzé, sfuggendo loro stessi al contagio. Questo li renderebbe perfetti per accogliere il virus.

Come spiega Marcus Rowcliffe, della Società zoologica di Londra, la caccia a queste specie animali è una tradizione di lunga data. «Siamo carnivori e, come tali, se sulla nostra tavola manca la carne per un giorno, ci sembra di non aver mangiato nel modo corretto. Non va molto lontano dagli Europei che mangiano carne di coniglio o di cervo».

In un articolo del ‘New Scientist‘, risuonano le parole di Rowcliffe: «La diffusione di Ebola offre la chance di porre un freno a una pratica che è causa non solo del diffondersi della malattia, ma dello ‘sfollamento’ della fauna dalle foreste. E come prima cosa, i Governi dovrebbero mostrare un atteggiamento più fervido e operoso, vietando la caccia e il consumo di carne di scimmia e pipistrello».

Non la pensa così Melissa Leach, antropologo all’ Università del Sussex, replica: «Non si tratta di una malattia diffusa mangiando quel tipo di carne. Anzi, a originarlo, è bastato il contatto di un pipistrello con un bambino della Guinea. Dopodichè, il virus si è sempre trasmesso tra persone».

Daniel Bausch, esperto di virologia alla Tulane University, per anni si è dedicato allo studio delle febbri emorragiche virali come Ebola, oltre a cooperare per contenere il virus in Africa Occidentale. Come si delinea dalle sue parole, sono tanti gli abitanti di quella parte di Africa che temono i centri di trattamento del virus. «Quando sei affetto da una malattia infettiva ad alto rischio, vengono attuate misure di isolamento, e molti non escono vivi», dice il Professore. «E quando a morire di Ebola sono gli stessi medici, non si fa fatica a chiedersi perché i pazienti siano restii a mettersi in mani simili per uscirne vivi».

Il Ministro degli Esteri liberiano, Augustine Kpehe Ngafuan, ha dichiarato alle Nazioni Unite di non riuscire più a stare al passo, perché oltre alle migliaia di vittime, migliaia di orfani rimangono soli e senza genitori.

Il Regno Unito ha promesso 750 militari per costruire strutture di isolamento e cura, e un centro di formazione  del personale sanitario per il trattamento di Ebola in Sierra Leone.

 Anche Obama ha messo a disposizione una squadra di 30 militari per fronteggiare il virus, oltre a ingegneri e medici per coordinare gli sforzi e contenere l’epidemia in Africa Occidentale.  

 «Non riesco a vedere la luce alla fine del tunnel», dichiara il Professor Daniel Lucey, fisico partito per la Liberia, e ormai a metà della sua esperienza di cinque settimane con Medici Senza Frontiere. «Ogni mattino ti svegli alle 6, e vai a dormire alle 23. Hai meeting a tutte le ore del giorno e della notte, Lavori, lavori, lavori, fino a quando non sei esausto e non riesci più a continuare. Così, all’alba di un nuovo giorno, si ricomincia».

Regno Unito e USA non sono i soli ad aver inviato personale medico, forniture sanitarie e volontari nelle aree colpite dal virus, ma tutto questo sembra non bastare mai, perché Ebola si diffonde a macchia d’olio, ancor prima che arrivino gli aiuti. E le parole di Robert-Nicoud, responsabile del programma ‘Emergenza Ebola’, risuonano: «Convivi con quella sensazione costante di trovarti su unna barca che sta per affondare. Provi disperatamente a tappare i buchi per evitare di imbarcare acqua, ma non ce la fai perché sono troppi

 Allo scoccare della mezzanotte del 2000 ci aspettavamo la fine del mondo. La profezia si è rivelata infondata, noi siamo ancora qui. Poi, l’onda assassina dello Tsunami in Thailandia ha fatto pensare che si avvicinasse il giorno del giudizio. Nulla di fatto, noi siamo ancora qui. Nel 2012 abbiamo provato a capire se ci saremmo spenti come candele nel vento, come ci avevano detto. E invece no, siamo ancora qui. Ora, la domanda nasce spontanea: sarà la stesso con Ebola, il virus letale? Ci ritroveremo ancora qui tra qualche anno a parlare dell’ennesimo disastro evitato, o sarà questa la volta di una nuova ‘Armageddon’?

 

Traduzione di Silvia Velardi

 

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