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East Africa-Europa, un difficile accordo commerciale field_506ffb1d3dbe2

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Kampala – In queste settimane sono in atto intensi contatti diplomatici tra la East Africa Community e l’Unione Europea per firmare il rinnovo del “Economic Partnership Agreement (EPA)” documento che regola i rapporti commerciali tra i due blocchi economici. I Paesi membri della East Africa Community, Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda, hanno un obiettivo comune: quello di riequilibrare i rapporti commerciali attualmente troppo a favore dell’Unione Europea. Nel precedente accordo EPA l’Unione Europea garantiva l’accesso privilegiato, esenzioni fiscali e tasse doganali ai prodotti importati dalla Comunità Economica dell’Africa Orientale ma imponeva pesanti condizioni relative alla amministrazione dei singoli Paesi, il divieto di sussidi agli agricoltori africani per impedire che i prodotti alimentari fossero troppo concorrenziali, e limitazioni nel firmare accordi commerciali simili con terzi paesi che non fossero Unione Europea o Stati Uniti.

Sono proprio queste imposizioni che vengono contestate dalla East Africa Community. I Paesi africani sono sempre più insofferenti nel sottostare a clausole su metodi di amministrazione pubblica, considerati una ingerenza politica negli affari interni di un Paese sovrano che non hanno nulla a che fare con degli accordi commerciali. «Le clausole di buona amministrazione e democrazia che Europa e Stati Uniti continuamente propongono, legandole a trattati economici, sono un chiaro tentativo di modellare governi e amministrazioni pubbliche africane alle convenienze e al pensiero unico occidentale. Europa e Stati Uniti devono scegliere tra la politica e gli affari tenendo in mente che i rapporti commerciali non necessariamente necessitano di essere abbinati alla politica. Ogni stato sovrano ha il diritto di scegliere il regime politico e il modello amministrativo piú consono alla realtà del singolo Paese. Solo i cittadini hanno la possibilità di contestare politica e amministrazione adottate dal proprio governo tramite il voto e la libera manifestazione del loro supporto o malcontento. Non ci siamo mai sognati di chiedere agli Stati Uniti o all’Europa un determinato orientamento politico per firmare accordi economici internazionali. La richiesta rientra ancora nella logica coloniale dove gli occidentali continuamente si sentono in dovere di insegnarci a divenire grandi. Purtroppo per loro ci sono altri Paesi come Russia e Cina che non hanno questa presunzione e riescono a distinguere la linea di confine tra affari e politica», osserva la collega giornalista Rachel Kibui sul settimanale ‘The East African’. Un altro pomo della discordia riguarda la richiesta dell’Unione di inserire nell’accordo commerciale altri Paesi europei che non rientrano nell’UE. Proposta rigettata dalla controparte africana che la ritiene deleteria per i propri interessi. Accettando questa clausola l’Europa impedirebbe alla East Africa Community di stipulare accordi più vantaggiosi o diversi con altri Paesi europei emergenti come quelli dell’est Europa non ancora membri della Comunità Europea e la Russia.

Secondo gli esperti economici africani, l’Europa non ha il diritto di estendere gli accordi economici a Paesi europei non membri distruggendo così la libera concorrenza dei mercati internazionali. Il precedente accordo EPA non ha dato i frutti sperati dai governi africani. La corsia preferenziale per l’importazione di prodotti africani in Europa ha avvantaggiato solo le economie europee ed è stato particolarmente applicato nell’esportazione di materie prime non lavorate, idrocarburi e minerali e prodotti agricoli coloniali: caffè, tè, cotone, cacao. I prodotti agricoli e manifatturieri dell’Africa Orientale hanno rappresentato una minima percentuale del volume totale degli affari tra i due blocchi commerciali regolato dall’accordo EPA. L’Unione Europea velatamente minaccia di ripristinare le alte tasse doganali (12 e 22%) se non verrà firmato l’accordo entro il 01 ottobre 2014. Da parte loro i governi dell’Africa Orientale sembrano determinati a sfuggire da imposizioni e limiti dettati unilateralmente dall’Europa.

Le imposizioni e pressioni esercitate dall’Europa sono come il due di briscola. L’Europa è conscia che il 58% delle risorse petrolifere e di gas mondiale del Continente si trova proprio nell’Africa Orientale. Se vogliono accedere a questo mercato devono smetterla con il loro atteggiamento coloniale totalmente fuori luogo visto la debolezza strutturale delle loro economie e i rischi politici che corre l’Europa: da secessioni come Scozia e Paesi Baschi e ai danni di una guerra commerciale prolungata con la Russia. In caso contrario i paesi africani sono liberi di individuare partner piú adeguati. Il vero problema di Bruxelles è l’incapacità di comprendere che l’era neo coloniale è terminata. Vari paesi africani sono emergenti, il continente è destinato a divenire il quarto polo economico ed industriale del pianeta entro 20 anni e sulla scena internazionale i partner del BRICS offrono migliori accordi. L’Unione Europea può sospendere i suoi aiuti alle nostre economia. Purtroppo per loro il danno sarà minimo in quanto i fondi necessari per finanziare i lavoro pubblici possono essere tranquillamente richiesti alla Banca Africana per lo Sviluppo, alla Banca Islamica per lo Sviluppo e tra poco anche alla Banca Internazionale del BRICS. Entro il 2020 il solo regime fiscale sulla produzione petrolifera e gas naturali supererà di tre volte il totale degli aiuti ricevuti dall’occidente. Questo senza contare i profitti derivanti dalla industria petrolifere per la trasformazione del greggio. L’ultima carta di ricatto rimasta all’occidente (quella degli aiuti) è destinata a scomparire entro sei anni.” osserva il professore di politica internazionale presso l’Università di Makere, Uganda Gilbert Khadiagala.

Altri fattori giocano nelle trattative a svantaggio dell’Unione Europea. La crisi economica spinge le industrie europee a cercare nuovi mercati in Africa. Una eventuale guerra commerciale originata dalla mancata firma degli accordi economici, danneggerebbe pesantemente gli imprenditori europei mentre quelli africani non devono fare altro che cercare nuovi partner commerciali, già disponibili. La controparte africana ha cambiato volto rispetto a solo un decennio fa. Le idee Pan-africaniste, duramente combattute dall’occidente durante l’ultimo ventennio coloniale e nei primi 50 anni di indipendenza a suon di omicidi politici (come quello del Primo Ministro congolese Patrice Lumumba), colpi di stato e guerre civili, sono ormai adottate dalla maggioranza degli stati africani (ad esclusione di qualche ex colonia francese sotto pressione militare o politica di Parigi). Uganda e Rwanda saranno inseriti nella lista dei paesi industriali entro il 2025 secondo le previsioni della Banca Mondiale. L’Europa non ha piú a che fare con governi deboli ma con potenze economiche e militari emergenti in un contesto internazionale totalmente sconvolto dove l’egemonia occidentale è terminata e i paesi emergenti sono determinati a diventare una valida e potente alternativa. 

 

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