giovedì, Dicembre 2

E’ veramente solo una crisi economica? image

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crisi economica

A nostro avviso, la “crisi” economica, è soltanto un sintomo di un disfacimento più profondo. Essa balza agli occhi per prima, o come penso io, vogliono saturarci di essa con numeri e dati sempre più allarmanti per fini non confessabili, a vantaggio di sistemi sovranazionali, che approfittando del momento di forte confusione (noi pensiamo creato ad arte), cercano di strutturare a loro vantaggio i nuovi assetti planetari di potere. Il vuoto complessivo nel quale è precipitato il popolo italiano, lo rende in una fase storica di transizione, come è quella attuale, particolarmente vulnerabileDirei che questo vero e proprio smottamento dell’identità del nostro popolo, sia determinato da una voragine nella quale è precipitata, l’etica pubblica e la morale privata.

Questo stato di cose, è caratterizzato da accentuate lacune nel sistema formativo dell’istruzione dei cittadini, accompagnate da carenze imperdonabili del sistema culturale. Stiamo parlando di quelli che dovrebbero essere assi portanti dello sviluppo e della crescita della Nazione. Thomas S. Eliot, metteva in guardia dicendo “…..nella vita di una Nazione il sistema educativo è molto più importante del sistema di governo, perché soltanto un adeguato sistema educativo può unire la vita contemplativa, l’azione e la speculazione, la politica e l’arte”. Questo sistema educativo mostra oramai tutte le insufficienze e le contraddizioni. Non per fare il cantore del bel tempo passato che fu, ma quando frequentai i corsi scolastici, un poco negletta, diciamolo, ma comunque presente nel piano di materie da dover studiare vi era da studiare anche “Educazione civica”. Oggetto dell’insegnamento, era proprio quello di formare una coscienza negli studenti, per istruirli a  seguire comportamenti armonici con i principali dettami del convivere comune, e dei nostri principi istituzionali. Insomma, alla tanto citata (talvolta a sproposito) Carta Costituzionale, tutti avevano quanto meno l’occasione di dare un’occhiatina, sui propri diritti e i propri principali doveri. 

Il sistema della pubblica Istruzione, alla sua nascita con lo Stato unitario, dovette fronteggiare la piaga dell’analfabetismo, e cercare di affermare l’Italiano come lingua nazionale, a discapito dei dialetti. Quest’ultima battaglia si può dire che è stata vinta solo parecchi anni dopo, con l’avvento della televisione che nelle sue prime fasi fu eminentemente formativa e pedagogica. Nel nostro Paese fin dal 1500, si pensi alle scuole gestite dai Gesuiti nel clima della Controriforma, ai tempi del Concilio di Trento, la formazione dell’Istruzione era appannaggio della Chiesa. La legge Casati del Regno di Sardegna del 1859, quindi nel pieno delle battaglie Risorgimentali, ad Unità d’Italia che di lì a poco, sarebbe stata raggiunta varrà da base di orientamento culturale per la istituzione del sistema delle scuole pubbliche per lungo tempo, influenzando ad esempio la riforma degli ordinamenti degli studi, operata da Giovanni Gentile. Quest’ultima, già prendeva atto dell’impetuosità della ricerca tecnica e scientifica  protagonista dei tempi. Gentile cercò di dare una visione organica, affinchè fosse recuperata la nostra tradizione culturale.

Nonostante questi buoi propositi, la Riforma Gentile con seguenti aggiustamenti effettuati da Bottai, e con tutte le naturali contraddizioni maturate con il passare del tempo resse fino ai primi anni Sessanta del secolo appena trascorso. Una delle critiche più assidue che fu rivolta a tutta l’impostazione del sistema di studi, che prendeva spunto dalla Legge Casati, consisteva nel fatto della netta separazione tra gli studenti che avrebbero intrapreso studi umanistici e coloro i quali avrebbero intrapreso corsi di studi tecnico scientifico. Gli ambiti degli studi erano fortemente separati, con durata degli anni di corso differenti, e con differenti possibilità di accesso i corsi universitari. Per essi infatti, a coloro i quali provenivano da studi tecnici o economici, era impedita la possibilità di iscrizione a molte facoltà. Tutto l’impianto dell’ordinamento degli studi, era stato incalzato da critiche serrate e costanti, che indicavano nella formazione umanistica e quindi nei Licei, l’ordinamento degli studi a vantaggio della formazione della futura classe dirigente, che in questo modo si perpetuava. Studenti figli della borghesia, che terminati gli studi universitari, avrebbero assunto i ruoli decisionali. Mentre agli studenti provenienti dagli studi tecnici o economici, sarebbero stati demandati i ruoli esecutivi da ricoprire nella società.

Questo era lo schema di massima cui rispondeva il sistema dell’Istruzione. Un meccanismo che nella sua attuazione, nel corso del tempo creò svariati squilibri di ordine e giustizia sociale. Molti criticavano con argomentazioni fondate, il blocco che questa impostazione determinava, nella cosiddetta “ascensore sociale”. Altri cavalcavano gli squilibri evidenti del sistema per eversioni proprie. Dal periodo della “contestazione” in poi, tanto per intenderci. Ma al di là, delle imperfezioni che si manifestano sempre e comunque in ogni organizzazione umana, quali concetti presiedevano questa impostazione formativa? Perché alla formazione umanistica si demandavano di fatto la preparazione per coloro i quali avrebbero dovuto assumere ruoli decisionali, e perché agli individui formatisi con studi tecnici ed economici quelli esecutivi. Qui entrano in ballo, delle considerazioni di fondo sull’approccio da dare alle cose e alla risoluzione dei problemi. La formazione di studi umanistici, da una visione più ampia, reca con se la possibilità di dare una più articolata analisi e risposta all’insorgere dei problemi, circoscrivendoli e individuandoli al meglio. Una volta individuato per così dire “il bubbone” a livello generale, si affida la risoluzione del problema ai tecnici e agli specialisti, vincolando questa loro azione al rispetto dell’armonia dell’insieme.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare cosa c’entra tutto ciò con la crisi economica. C’entra e come, l’aver demandato ai “tecnici”, vedi “Governo dei tecnici”, ha esaltato la “cultura del dettaglio” facendola debordare sulla “cultura del generale” questo sovvertimento dei procedimenti logici e fattuali è stato possibile, sotto la spinta dell’urgenza operativa. Dal mio punto di vista, tutto ciò è stato volutamente determinato. Ma questa è una interpretazione personale dei fatti che lascia il tempo che trova, il dato emergente è che di visioni settoriali e tecniche non ci se la fa più. Come di quei medici che sanno tutto e di più del nostro dito mignolo, ma a cui sfugge il piccolo dettaglio che esso fa parte di un corpo umano. Concludendo, la crisi è certamente economica, ma la “crisi” più profonda risiede nei metodi e progettualità con la quale si affronta. Le “crisi economiche” di queste entità possono avere luogo solamente in un tessuto nazionale sfibrato da una profonda crisi valoriale, culturale e politica come purtroppo è da noi. Per il resto sarà pure un problema di pane e spread, come dicono loro, ma loro per l’appunto sono “loro”.

 

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