domenica, Agosto 1

È tempo di affrontare quell’antica Promessa Quella terra, di certo più antica della promessa fatta ad Abramo, ancora reclama drammaticamente una soluzione

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Il tempo chiama gli uomini all’azione e lo spazio per le celebrazioni si contrae: bisogna fare i conti con le urgenze, senza per questo dimenticare il passato; ogni ricordo, quindi, dovrebbe sempre animare il presente, per meglio intuire gli eventuali scenari futuri. È imminente la visita di Papa Francesco al Tempio Maggiore di Roma: la dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’, approvata il 15 ottobre 1965, in cui la Chiesa condanna solennemente ogni  persecuzione e ogni forma di antisemitismo, ha iniziato già da qualche giorno a riempire le pagine dei giornali, dirigendo l’attenzione del lettore verso quel seme prezioso del Vaticano II, di cui ancora oggi si raccolgono i frutti.

Ma non basta; non dovrebbe: guardando a oriente, rimangono attuali le tesi di Pierre Lenhardt, che nel 1994, in ‘La terra d’Israele e il suo significato’ evidenzia con la forza della semplicità quanto ancora sia difficile dichiarare di «voler conoscere il popolo ebraico e la sua tradizione e ignorare ciò che è centrale e manifesto per questo popolo e per la sua tradizione: l’importanza della terra d’Israele per gli ebrei e, loro tramite, per tutta l’umanità». Al giorno d’oggi, può anche apparire infantile affermare che una promessa va sempre mantenuta, ma quando l’impegno coinvolge Dio e un’intera popolazione, è bene fare un passo indietro per meglio comprendere lo stato attuale delle cose ed il loro autentico valore.

In Genesi, al capitolo 15, versetto 7, Dio parla ad Abramo: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo Paese»; dal versetto 18 alla fine del capitolo si legge: «Alla tua discendenza io do questo Paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate; il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei». Per dovere di cronaca, è bene rammentare che sarà Giosuè, figlio di Num, a dare inizio alla vera e propria conquista: in ‘Cinque figure bibliche’, Elie Wiesel, Nobel per la pace nel 1986, lo definisce così: «Il comandante più valoroso della storia ebraica, e anche il suo generale più vittorioso. Non c’è da stupirsi se il suo nome figura nell’aula magna di West Point come il primo e più eminente stratega e comandante della nostra civiltà».

È di pochi giorni fa la notizia che è entrato in vigore l’Accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, firmato il 26 giugno dello scorso anno, elaborato sull’Accordo di base siglato il 15 febbraio del 2000, intesa raggiunta, sedici anni fa, tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e la Santa Sede. L’accordo si occupa anche di aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa cattolica in Palestina: libertà di azione, giurisdizione, statuto personale, luoghi di culto, questioni fiscali e di proprietà, come ha chiarito alcuni mesi fa Monsignor Camilleri, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati. Il testo, ovviamente, esprime il profondo auspicio per una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi nell’ambito della Two-State Solution. Quando lo scorso anno venne siglato l’accordo, Israele accolse la notizia con una più che modesta dose di delusione, almeno da quanto traspariva dalle parole del portavoce del suo Ministero degli Esteri.

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