domenica, Maggio 16

E se l'Europa comprasse il gas in Nigeria Lo sviluppo di un gasdotto africano per risolvere la dipendenza dalla Russia

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L’inverno è alle porte e la questione ucraina, diventata ben presto una ‘bagarre’ euro-russa, ancora spaventa i sonni di Bruxelles. Tanto che, secondo alcuni analisti, l’Unione Europea potrebbe cambiare le traiettorie delle proprie importazioni energetiche, passando dalle fredde piste della Russia ai caldi gasdotti della Nigeria. Un progetto, questo, che il Governo nigeriano sembra voler appoggiare collegandolo alla questione del completamento del Gasdotto Trans-Sahariano (TSGP).

Un gasdotto caldo, si diceva, a cui Bruxelles potrebbe rivolgersi per sfuggire alla minaccia di gelo che una troppo stretta dipendenza da Mosca mantiene costantemente viva. Infatti, l’UE importa da Mosca circa un quarto del proprio fabbisogno di gas naturale, l’80% del quale passa per gasdotti che attraversano il territorio ucraino. Un mix troppo rischioso, alla luce degli eventi iniziati in Ucraina nella scorsa primavera e ancora non conclusi, che hanno portato a un rovesciamento di Governo a Kiev e a una guerra commerciale tra Unione Europea e Russia. Questioni che, certamente, è nell’interesse di entrambi risolvere: sia per il buon funzionamento dei riscaldamenti (oltre che delle esportazioni) europei sia per la performance commerciale russa.

Tuttavia, la diversificazione degli approvvigionamenti, soprattutto in campi strategici fondamentali come quello energetico, rimane la soluzione ideale per non dover sottostare a eventuali ‘sbandamenti’ nei flussi di fornitura. Per questo motivo, alcuni analisti suggeriscono che nei prossimi anni l’Europa potrebbe rivolgersi, per i propri acquisti di gas naturale, al maggior produttore africano, la Nigeria. Attualmente, Abuja fornisce il 2% del fabbisogno energetico europeo: una percentuale di gran lunga al di sotto delle potenzialità del sottosuolo nigeriano. Inoltre, i recenti spostamenti delle traiettorie di approvvigionamento da parte dei giganti asiatici (Giappone, Sud Corea, India), un tempo buoni acquirenti di gas nigeriano, ora sempre più orientati verso le forniture del Mozambico, starebbero spingendo Diezani Alison-Madueke, Ministro dell’energia nigeriano, a cercare nuovi compratori in Europa. Questa è la proposta che lo stesso Ministro ha espresso lo scorso giugno a Bruxelles, nell’ambito dell’incontro ministeriale UE-OPEC sul dialogo energetico.

Una tale rivoluzione del mercato nigeriano, qualora si realizzasse, potrebbe inoltre favorire lo sviluppo di nuovi progetti infrastrutturali nel Paese, che ormai da tempo aspettano completamento. Tra questi, il più ambizioso e il più strategicamente rilevante è certamente il Gasdotto Trans-Sahariano (TSGP). Frutto di un accordo tra i Ministri dell’Energia di Nigeria, Niger e Algeria nel 2009, il gasdotto sarà costruito e gestito dalla Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC), dall’impresa algerina Sonatrach e dal Governo del Niger. Secondo i progetti, il gasdotto partirà dalla Regione di Warri in Nigeria, attraverserà il territorio del Niger e, dopo essere entrato in Algeria, si connetterà presso la località di Hassi R’Mel a gasdotti già esistenti: il Trans-Mediterraneo, il Maghreb–Europa, Medgaz e Galsi. Questi gasdotti forniscono gas naturale all’Europa attraverso gli ‘hub’ di El Kala e Beni Saf nella costa mediterranea algerina. Da qui, il gas sarà trasportato attraverso altri gasdotti esistenti, come quello subacqueo tra Beni Saf e Almeria, in Spagna, lungo 210 chilometri e capace di trasportare fino a 8 miliardi di metri cubi all’anno.

Il TSGP avrà una lunghezza totale di circa 4.300 chilometri e una capacità di trasporto prevista di 18-25 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Troppi per il fabbisogno europeo , sostengono diversi analisti, mentre altri prevedono che, per quando il gasdotto sarà operativo, la produzione europea di gas sarà in declino e spingerà i 28 a cercare nuovi approvvigionamenti.

Ma le difficoltà per il progetto non finiscono qui. Innanzitutto, gli alti costi di realizzazione, stimati in un totale di circa 20 miliardi di dollari, stanno frenando i lavori, con i Governi dei tre Paesi coinvolti che non hanno ancora stabilito quale sarà il diametro del gasdotto. Inoltre, si inserisce nel progetto l’opposizione del ‘Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger’, gruppo militante nigeriano che da anni si batte contro lo sfruttamento disordinato delle risorse del Paese. Che finora non avrebbe portato sostanziali benefici materiali alla vita della popolazione del Delta del Niger, malgrado i vasti profitti che l’attività genera; inoltre, imprecisioni e leggerezze nell’attività estrattiva nella Regione avrebbe causato fuoriuscite di petrolio, contaminazione dell’ambiente e conseguenti danni all’agricoltura e alla pesca locali.

Il Movimento per l’Emancipazione avrebbe espresso, all’indomani dell’annuncio dell’accordo, la propria volontà di avversare lo stanziamento di fondi per il progetto finché la questione delle esplorazioni del Delta non sia stata risolta.
Infine, il gasdotto dovrebbe attraversare territori, come il nord della Nigeria, il Mali e l’Algeria meridionale, particolarmente instabili a causa dell’attività di gruppi ostili quali Boko Haram, Ansar Dine e Al-Qaeda nel Maghreb.
Malgrado queste difficoltà, il trasporto del gas naturale nigeriano tramite gasdotto sembra essere la soluzione più conveniente, rispetto all’alternativa marittima. Infatti, la seconda soluzione potrebbe essere il trasporto via nave di gas liquefatto, analogamente a quanto accade per le importazioni italiane dal Qatar, per esempio. Questa opzione, tuttavia, risulterebbe più costosa e si dovrebbe confrontare con il pericolo della pirateria attiva nel Golfo di Guinea. Una dinamica che le petroliere e le navi commerciali anche europee che incrociano al largo del Corno d’Africa conoscono già bene.

La soluzione del TSGP, inoltre, potrebbe trovare in alcuni Paesi dell’Unione Europea particolarmente interessati una sorta di ‘Cavallo di Troia’ per essere sdoganata nel nostro Continente: è il caso, come fa notare ‘Eurasia Review’, della Spagna, che già compra il 19% del gas esportato da Abuja. Qualora le importazioni di gas nigeriano assumessero una certa rilevanza per l’intera Unione, la Spagna, punto di approdo del minerale nel Continente, si troverebbe a gestire i rubinetti del gas per i 28 Paesi membri. Un ruolo strategico fondamentale che, in caso di contrasti con altri Paesi, Madrid potrebbe sfruttare nei tavoli negoziali, diventando una sorta di ‘Ucraina mediterranea’ interna all’UE. Una prospettiva che probabilmente Bruxelles, già in forte imbarazzo nel caso della vera Ucraina, non sarebbe pronta ad accettare.

 

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