giovedì, Agosto 5

È ora di chiudere il confine con il Nepal 40

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nepal india

Dare la giusta importanza al proprio vicinato dovrebbe essere una priorità per la politica estera di ogni Paese. Tuttavia, spesso, questo si rivela un compito delicato e  ancor più per uno Stato come l’India, i cui Paesi vicini non solo sono geograficamente meno estesi ma sono anche collegati solo attraverso il territorio indiano (un cambiamento si è avuto di recente in seguito all’adesione dell’Afghanistan, nazione confinante con il Pakistan, all’Associazione sud-asiatica per la cooperazione regionale). In altre parole, l’Asia meridionale è una regione che ruota intorno all’India. Per tale ragione, vi è una naturale tendenza tra le nazioni minori di questa parte del mondo a nutrire astio nei confronti della nota supremazia indiana.

In questo scenario il governo Modi sembra intenzionato a invertire la rotta. Il nuovo Primo Ministro si è già recato in Bhutan e a breve sarà in Nepal per una visita ufficiale. A distanza di 17 anni, dopo il viaggio di I. K. Gujral nel 1997, un Primo Ministro indiano visiterà un Paese himalayano. A favorire la visita di Modi è stato il viaggio, durato due settimane, della Ministra degli Esteri Sushma Swaraj a Katmandu, considerato di grande successo.

Intanto, tra il 1997 e il 2014, il Nepal ha assistito a numerosi cambiamenti. Qualsiasi analisi disincantata della sua situazione deve affrontare alcune questioni che per l’India sono scomode e che, a mio avviso, il governo indiano non ha ben considerato. Facilitando l’effettivo insediamento del partito maoista nel 2006, il governo UPA ha forse commesso un errore strategico colossale. C’è da dire che la nuova era politica nepalese è il risultato di un accordo di pace negoziato dall’India nel settembre del 2006 tra l’Alleanza dei sette partiti e i Maoisti, impegnati in un’insurrezione durata dieci anni, durante la quale furono assassinate circa 13.000 persone. Poiché l’allora re Gyanendra era il “principale rivale” dei Maoisti, che erano dunque anti-monarchici. Ciò significa che, nella proclamazione dell’attuale sistema politico, il re, i suoi lealisti e, soprattutto, l’esercito nepalese non hanno svolto alcun ruolo.

Nel complesso, il Nepal è essenzialmente un “Paese induista” e per la maggior parte dei suoi cittadini, timorati di Dio, il“Re” è “l’incarnazione vivente di Vishnu”, suprema divinità della loro religione. È probabile che il popolo non abbia accettato l’assolutismo del re, ma rimane il fatto che l’istituzione della monarchia o del “re” costituisca da sempre un pilastro fondamentale nella società e nel governo nepalesi. Per tale ragione, Paesi come l’India, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Cina hanno considerato finora la monarchia nepalese in tale ottica. Infatti, nonostante l’opposizione alla diretta presa di potere da parte del re Gyanendra nel 2004, India e Stati Uniti hanno sempre sottolineato l’importanza del fatto che il Nepal rimanesse una “monarchia costituzionale”. Appare dunque strano che l’India, guidata da Manmohan Singh, si sia rassegnata all’insistenza dei Maoisti verso l’istituzione di un “sistema repubblicano”.

Senza dubbio saranno gli storici del futuro a valutare la transizione avvenuta in Nepal nel 2006. A seguito di quest’evento epocale, la democrazia non è stata realmente introdotta nel Paese, motivo per cui la classe politica non è riuscita nemmeno a redigere una costituzione democratica. Esistono nette differenze tra chi vive in collina e chi risiede nelle pianure al confine con cinque Stati indiani – Uttarakhand, Uttar Pradesh, Bihar, Bengala occidentale e Sikkim. Emerge, poi, il fattore Cina, l’altro grande Paese con cui il Nepal confina. Negli ultimi sette anni, la presenza cinese si è fatta particolarmente sentire in Nepal, Paese che occupa uno spazio molto importante nella periferia strategica e vitale dell’India.

Tuttavia, a preoccupare di più è il fatto che i consistenti aiuti economici indiani e le concessioni fatte al Nepal siano difficilmente riconosciuti, tanto meno apprezzati, in Nepal. A tal proposito, vorrei citare Rakesh Sood, ex ambasciatore indiano per la cooperazione India-Nepal: «Non tutti sono a conoscenza dei forti legami economici e della cooperazione tra i due Stati. Il Nepal intrattiene con l’India i due terzi dei propri contatti commerciali esteri, ossia metà del proprio investimento diretto estero. La valuta nepalese è ancorata alla rupia indiana. Nel corso degli anni, l’India ha costruito autostrade, collegamenti in fibra ottica, facoltà di medicina, centri di traumatologia, politecnici, scuole, cliniche, ponti, etc. Ogni anno, stanzia più di 75 crore di Rupie (N.d.T. nel sistema di numerazione indiano un crore equivale a dieci milioni) per costruire argini e dighe per le esondazioni; 270 crore per la costruzione di quattro posti di blocco al confine al fine di facilitare il movimento di beni e persone; 650 crore per altri due collegamenti ferroviari in aggiunta ai cinque preventivati; 700 crore per la prima fase di ricostruzione di vecchie strade postali nella regione di Terai. Inoltre, è stata creata una seconda linea di credito della Exim Bank pari a 250 milioni di dollari e sono stati erogati altri 125 milioni per l’aggiornamento della linea elettrica. Circa 1.300 crore vengono destinati ogni anno a 1.25 lakh (N.d.T. un lakh equivale a centomila) militari in pensione, oltre che ad altri sistemi di previdenza sociale. Iniziative quali la fornitura di sale iodato, la gestione di cliniche rurali per la cura della cataratta e del tracoma, la donazione di ambulanze e pulmini per la scuola nelle aree più remote dei villaggi nepalesi hanno apportato un notevole cambiamento nel tenore di vita della popolazione. Ciò nonostante, permane un sentore di risentimento nei confronti dell’India».

È opinione diffusa tra i nepalesi che la relazione indo-nepalese sia fortemente “impari” a causa dell’iniquo Trattato di Pace e Amicizia stipulato tra i due Paesi nel 1950. Eppure, è stato il Nepal a volere questo accordo al fine di mantenere con l’India indipendente gli stessi legami speciali che intercorrevano con l’India britannica. Inoltre, più di una volta nel corso degli ultimi 64 anni, l’India ha chiesto alla controparte nepalese quali disposizioni del Trattato fossero inique, senza ricevere una risposta concreta. È da ricordare che, secondo gli articoli VI e VII di questo documento, i cittadini di entrambi i Paesi godono degli stessi diritti in materia di residenza, acquisizione di beni, impiego e movimento nel territorio dell’altro. Come ha dichiarato l’ambasciatore Sood, «il Trattato prevede un confine aperto tra i due Paesi, permettendo ai nepalesi di lavorare in India senza permesso di lavoro, di candidarsi a incarichi governativi e al servizio civile (ad eccezione dei servizi forestali, della pubblica amministrazione e del corpo di polizia), aprire conti bancari e acquistare beni. Tra l’altro, l’India ha rinunciato ai propri diritti di reciprocità per dare un segnale di buona volontà. Le disposizioni delle lettere di accompagnamento segrete del Trattato, che richiedevano al governo nepalese di consultare l’India in materia di difesa, percepite dallo stesso Nepal come ingiuste e spesso utilizzate dai politici per generare un sentimento anti-indiano, non sono più segrete né tantomeno vengono osservate».

Ora il punto è: l’India e il Nepal dovrebbero continuare ad avere un confine aperto? Al momento, entrambe le popolazioni possono attraversare la frontiera in qualsiasi punto, nonostante la presenza di numerosi posti di blocco al confine, e precisamente sono 22 quelli destinati a regolare il commercio bilaterale. Tuttavia, solo in sei punti è consentito il transito ai cittadini di Stati terzi, richiedenti il visto di entrata e di uscita. Nonostante ciò, data l’enorme estensione del confine non monitorato, è frequente il movimento illegale di beni e persone da entrambi i lati.

Chi trae più vantaggio dal confine aperto o, in relazione a quest’ultimo, dal trattato del 1950? I dati della Banca Mondiale del 2010 indicano la presenza di 564.906 nepalesi in India, mentre Wikipedia sostiene che ci siano 4,1 milioni di indiani nepalesi, senza citare la fonte. Ovviamente, per loro è vantaggioso vivere in India. Ed è vero che contribuiscono alla forza lavoro indiana e quindi all’economia stessa ma, come qualsiasi altro immigrato, un nepalese in India è l’inequivocabile beneficiario dell’immigrazione, ragione per cui si sposta e lavora in questa nazione. Tuttavia, ciò non è ben visto nel Paese di provenienza, nonostante l’enorme uso improprio del confine aperto da parte di terroristi e criminali anti-India. Un ex capo dell’esercito indiano aveva affermato che circa il 15-20% dei terroristi addestrati dal Pakistan s’introduce in India attraverso il Nepal. Per di più, attraverso il confine avviene il traffico sia di monete indiane false dal Pakistan all’India sia di armi di contrabbando: il Nepal è stato, infatti, una sorta di zona franca non solo per i militanti provenienti da Jammu e Kashmir ma anche per gruppi terroristici del nord-est dell’India.

Eppure, i nepalesi rimangono impassibili al riguardo. Per loro il confine aperto nuoce al Nepal più di quanto quest’ultimo danneggi l’India. Cito a proposito i casi di danni nei confronti del Nepal estratti da un documento scritto da Buddhi Narayan Shrestha, ex direttore generale del Dipartimento Sondaggi in Nepal. A suo avviso, a causa del confine aperto, l’India ha sconfinato il territorio nepalese in 54 punti. Il confine è attraversato più da terroristi con armi e munizioni illegali dirette verso il Nepal che non nell’altra zona. Vi è una quantità industriale di beni e materiali indiani di contrabbando in questo Paese proprio perché la frontiera è aperta. «Esiste un contrabbando dei resti archeologici quali mattoni antichi e materiali provenienti dal sito di Lumbini (luogo natio del Buddha) che entrano nel villaggio di Piparhawa; ciò avviene perché il governo indiano ha intenzione di costruire dei duplicati attestanti l’origine indiana del Buddha e attirare così l’attenzione del mondo. Tentano di stravolgere i fatti storici a causa della mancanza di un sistema frontaliero controllato tra i due Paesi», scrive l’autore. Un ulteriore e importante impatto negativo di questa situazione, sempre secondo Shrestha, è il traffico di ragazze nepalesi – più di 5.000 delle quali vengono vendute ogni anno nei postriboli indiani.

La morale della storia, dunque, è consentire a Modi di rivedere il sistema del confine aperto: è giunto il momento di prendere una ferma decisione a riguardo. Come ogni altro Paese senza sbocchi sul mare, l’India deve concedere al Nepal alcuni passaggi e rotte commerciali in conformità al diritto internazionale.

Traduzione di Patrizia Stellato

 

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