domenica, Settembre 19

È morto il Ttip, evviva il Ceta

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Il Ceta e il Ttip: medesimi intenti, ma destini opposti. Alla notizia che vede attualmente la cessazione, con Trump, delle negoziazioni per il Ttip, si accompagna quella relativa alla prosecuzione dell’iter del Ceta. Se ulteriormente sostenuto nella prossima plenaria del Parlamento europeo, il 15 febbraio, il Ceta potrà essere poi ratificato. Nel nuovo scenario globale, con Trump e Putin da un lato, l’Europa e il Canada dall’altro, quale sarà futuro degli scambi internazionali? Ne abbiamo discusso con il prof. Paolo Manasse, docente di Macroeconomia, con una particolare attenzione rivolta all’Europa nell’economia globale, presso l’Università di Bologna.

 

Gli accordi commerciali dell’Europa: come si sta posizionando l’Europa rispetto a Trump dal punto di vista commerciale?

Per quello che riguarda il futuro degli accordi tra Europa e USA, ancora in discussione, già avevano una vita parecchio problematica prima della vittoria di Trump. Adesso, mi sembra che con il nuovo presidente USA si vada verso l’accantonamento definitivo di tali accordi. Anche all’interno di alcuni Paesi europei il Ttip era stato contestato, perché si riteneva che vi fossero delle concessioni sugli OGM, sui brevetti, sull’agricoltura, – tutti aspetti molto sensibili in Europa -sul copyright, sull’apertura alle banche e agli investitori internazionali. Vi erano insomma perplessità in generale da ambo le parti: in questi casi, infatti, guadagnano i settori che esportano, mentre ne risentono le importazioni estere. In generale, questi accordi vengono contestati da chi viene esposto alla maggiore concorrenza estera.

L’Europa potrebbe essere più ambiziosa nella sua politica commerciale?

L’Europa ha una sua politica commerciale, che non è di chiusura o molto aggressiva. Con ogni probabilità, con Trump credo che ci si renderà conto che gli accordi commerciali sono sempre multilaterali o bilaterali, quindi qualsiasi chiusura imposta dall’interno si deve confrontare con delle reazioni, sia a livello legale, se si configurano violazioni di trattati internazionali, sia di reciprocità: ci si può aspettare cioè che, come contropartita, i Paesi europei adottino come contropartita misure restrittive nei confronti delle banche americane. Si vede purtroppo un ritorno alla chiusura commerciale, il ritorno al bilateralismo, la sostituzione, come afferma Trump, degli accordi tran specifici con degli accordi bilaterali, che sono sempre negativi, perché spesso rischiano di distorcere i flussi di commercio. Se si trattano in maniera diversa i vari Paesi, il commercio viene distorto in maniera  artificiale e spesso inefficiente, a favore dei Paesi trattati meglio, ma scapito dei consumatori. Efficienza e crescita vengono perciò penalizzate, non solo nel commercio ma anche dal punto di vista economico. E questo è motivo di preoccupazione.

La riduzione degli interscambi globali va avanti da una decina d’anni ormai. Si va verso un ritorno al protezionismo: si può dire che così nel breve periodo si avrà l’impressione che la situazione migliori?

Non è un problema né di breve né di lungo periodo: gli economisti concordano sul fatto che il commercio internazionale rappresenti una delle principali fonti di benessere e crescita. Ciò però non vuol dire che non ci siano vincitori e vinti: per esempio, la crescita spettacolare della Cina, in un paio di generazioni, con l’uscita dalla servitù della gleba, dalla povertà più nera di moltissimi cinesi, è dovuta in gran parte all’apertura del commercio alla Cina. Ma ciò ha comportato una serie di problemi sia in Cina che negli altri Paesi: si sono creati i problemi della migrazione dalla campagna alle città, dei contadini tagliati fuori,che si impoveriscono. Il fatto che con l’aumento del benessere si verifichi ciò succede soprattutto nei Paesi avanzati. Una delle cause dell’aumento della disuguaglianza salariale, è stata, oltre alla tecnologia, l’apertura del commercio. In alcuni paesi, si arricchiscono le imprese che hanno maggiore accesso ai commerci esteri, i lavoratori che hanno maggiore specialità, maggiori skill, le imprese più innovative. All’interno, alcuni però soffrono la concorrenza cinese, gli addetti alla produzione, che vedono i salari ridotti, le imprese chiudere. La somma delle perdite e dei guadagni può dire questo, in economia, ma se poi non interviene la politica a mantenere un equilibrio, ridistribuire le risorse anche a chi perde, si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. E così, anche i vantaggi del commercio internazionale, tra le più importanti fonti di crescita e di benessere, si disperdono.

E l’idea di un’economia a chilometro zero come si può conciliare con tale assunto?

Se parliamo di autarchia, la Storia insegna come essa sia fonte di povertà. Per l’economia a chilometro zero il discorso è diverso: si tratta di premiare la qualità, praticare scelte di acquisto contro l’inquinamento. Se si comincia però a tassare i rispettivi prodotti di importazione, alla fine questi scambi vengono danneggiati. Gli unici che possono guadagnare sono coloro che possono comunque vendere a un prezzo molto più alto di quello applicato da altri, che mettono fuori mercato. I consumatori non ci guadagnano.

Il consumatore quindi, se il commercio internazionale è florido, ci guadagna.

Sì, ciò crea concorrenza e prezzi più bassi, i consumatori di guadagnano, le imprese in competizione con altre, estere, ci perdono, mentre guadagnano quelle che esportano; è sempre complicato capire chi guadagna e chi perde, ma in definitiva se la differenza tra guadagni e perdite è positiva si crea ricchezza. Il problema è non lasciare fuori parti della popolazione che poi – come nel caso della Brexit, dove la City ha beneficiato dell’apertura ai commerci internazionali, mentre i lavoratori dello Yorkshire sono stati massacrati per via dell’importazione di prodotti tessili dalla Cina – si rivoltano legittimamente, ma buttando via il bambino con l’acqua sporca.

Calandosi nello scenario attuale, si ha un rimescolamento delle carte per l’Europa: gli USA si allontanano, si avvicina il Canada, con il Ceta.

Sembrerebbe di sì. Il Canada è il Paese più europeo, sia dal punto di vista dei valori, delle tradizioni, sia della lingua, si pensi al Quebec francofono. Pur non essendo un pezzo d’Europa trasferito oltreoceano, è chiaro che ha più in comune con il modello europeo di solidarietà, di intervento pubblico, di sostegno alle fasce più disagiate, di assistenza sanitaria, con l’Europa, rispetto agli USA. Ci sono i presupposti per accordi commerciali più semplici rispetto ad essi.

Si configura un quadro nuovo: per l’Europa i commerci possono andare bene con  il Canada, in parte anche con il piano di investimenti in Africa. Dall’altra parte, si avvicinano USA e Russia, forse anche sull’onda del terrorismo internazionale.

Sembrerebbe di sì. D’altronde, se si muovono alcuni, si muoveranno anche gli altri. Se dovesse continuare questo avvicinamento tra USA e Russia, giustificato per esempio nei Paesi arabi dalla lotta all’ISIS ma anche in favore di regimi dispotici, come la Siria, c’è da aspettarsi, o da augurarsi, che l’Europa non stia ferma, che si avvicini alla Cina, piuttosto che all’India. Più che di mosse economiche, c’è bisogno anche di mosse politiche, per compensare le attuali scelte USA. Un avvicinamento alla Cina – che si è posta con il suo attuale presidente come paladino dell’economia di mercato, se non altro all’esterno, fatto che la rende un buon candidato per l’avvicinamento all’Europa – può controbilanciare il quadro, ma resta tutto da vedere.

Lei quale evoluzione si aspetta rispetto a Trump?

Bisognerà vedere se continuerà in maniera molto dura sulle scelte fatte, viste le reazioni a cui si assiste in America in questi giorni, oppure se emergerà un Trump più pragmatico. Ma sembrerebbe di no.

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