lunedì, Luglio 26

E' morto il Pci, viva la sinistra image

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Io ho amato il Pci. E’ stato il punto di riferimento della mia vita politica di adolescente, di giovane e di uomo, fino alla sua trasformazione, che già auspicavo con ardente aspettativa nella certezza che fosse un passaggio necessario all’assunzione di responsabilità di governo da parte di quella che ritenevo e ancora oggi ritengo, la parte migliore del paese. Almeno come rigore morale e onestà  nella gestione del suo ruolo di forzata opposizione prima,  poi di una fetta di potere legata alle autonomie locali. Oltre naturalmente alle idee di innovazione progressista  di cui il paese aveva bisogno come il pane e l’acqua necessitano  al nutrimento quotidiano.

L’evoluzione delle mie convinzioni interessa ovviamente poco, quello che mi preme mettere in rilievo è il pensiero che mi attraversa, nel momento in cui, come dice bene Aldo Cazzullo sul ‘Corriere della Sera‘, con l’elezione plebiscitaria di Matteo Renzi a segretario del Partito Democratico l’ultimo pezzo del vecchio Pci se ne va in soffitta.   

Il grande Partito Comunista Italiano merita il rispetto di tutta l’Italia, per quello che ha rappresentato concretamente, in decenni di malapolitica che hanno tenuto sì a galla il paese nella sua collocazione ferreamente occidentale e filoamericana, di cui la Democrazia Cristiana e i suoi alleati di turno sono stati garanti e gendarmi, ma lo hanno anche compresso nel suo anelito di giustizia sociale e di lotta alla corruzione che corrodeva ogni giorno di più i gangli dello Stato e delle istituzioni, impossibilitati da circostanze di ordine sovranazionale a permettere il salutare ricambio che è alla base del sistema democratico.

Ma, paradossalmente e non tanto, la forzata permanenza al potere del centrodestra popolare capeggiato dalla DC ha logorato, contrariamente alla celebre massima del principe dei democristiani, Giulio Andreotti, non solo chi il potere non lo aveva, ma entrambi i contendenti, assillati da problematiche di tipo soprattutto internazionale, diverse ma parallele.

E i due colossi del lungo dopoguerra italiano si sono sbriciolati sotto i colpi di Mani Pulite prima e, a seguire, dello sciagurato avvento e conseguente lunghissima permanenza al potere dell’uomo più unfit, per citare il ‘Financial Times‘, a guidare una qualsivoglia democrazia di stampo occidentale. Sto parlando naturalmente di Silvio Berlusconi.   

Ora, anno di grazia 2013, che l’Italia ci creda o no, molte cose sono repentinamente cambiate. Il tiranno è caduto, il muro di Berlino che Berlusconi teneva surrettiziamente in piedi con ogni mezzo mediatico e non, è crollato ormai da decenni. E’ rimasto idealmente su solo da noi, il muro, anche per colpa del vecchio Pci residuo che, ostinatamente attaccato a idee obsolete e a consorterie cresciute nel tempo come male piante, ha dato una robusta mano a tenere in piedi il teatrino garante di quell’ osceno equilibrio fatto di privilegi e ricatti incrociati che ben conosciamo, e che ha portato al dissolvimento più grave, quello della fiducia del popolo nella politica.

Al primo va tutto il mio sostegno, in primis per vincere la battaglia dell’Europa contro i populismi e i fascismi risorgenti in forme subdole ma tenaci, e poi per consolidare il mandato che un numero sorprendentemente alto di elettori gli ha conferito, fatto assai confortante in ottica futura.

Ai secondi l’augurio che sappiano costruire la destra liberale che l’Italia non ha mai avuto. E’ un compito molto più difficile di quello, pur titanico, del nuovo Pd.

Proprio perché essi non possono contare sull’antico esempio del Pci d’epoca, che veglia ancora sulla storia della nostra nouvelle gauche, presunto ed auspicabile laboratorio di idee moderne e davvero rivoluzionarie nel senso più nobile e meno demagogico della parola.  

 

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