venerdì, Aprile 16

E' lunga la strada verso la parità di genere Solo coinvolgendo le donne nel destino del mondo usciremo dalla crisi

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Da circa 18 anni mi orizzonto in un mondo in cui c’è ancora molto da conquistare: quello della parità di genere. Quasi quattro lustri son trascorsi ed ho fruito di un osservatorio privilegiato, da cui percepire cos’è cambiato e cosa rimane tuttora pervicacemente intatto, facendo restare ancora valida l’espressione ‘soffitto di cristallo’, ovvero quell’ultimo miglio da percorrere e che impedisce alle donne di emergere per una parità reale, in tutti i settori.

Ricerche indipendenti e non partigiane testimoniano, ad esempio, che le donne imprenditrici sono più affidabili nei rapporti con le banche. Lo ha sostenuto una ricerca di Bankitalia, realizzata da un Gruppo di lavoro guidato da Daniele Coin, risalente all’anno scorso (anche se i dati presi in esame erano un po’ datati), che ha monitorato la qualità delle esposizioni (e il genere degli imprenditori). E’ emerso che le donne-imprenditrici sono migliori pagatrici, ma questo potrebbe anche dipendere dalle loro scelte di operare in settori a minor rischio.

Si tratta, però, di un trend di tipo mondiale, tant’è che anche nel microcredito alle imprese nei Paesi in via di sviluppo, sono le donne a dare i migliori risultati. Parola di Muhammad Yunus, considerato la mente propulsiva del Microcredito.

C’è di più: a conferma di questa ‘evidenza’, vi sono due ricerche, una del CERVED – il sistema informativo delle Camere di Commercio – che ha elaborato le risultanze della banca dati Payline, e che ha monitorato oltre 20milioni di pagamenti da parte delle aziende italiane; l’altra addirittura viene dall’Università di Harvard. Nelle aziende più grandi (con fatturato oltre 10 milioni di euro) dove nell’interno del Consiglio di Amministrazione sono presenti donne per almeno un 30% emerge una maggiore puntualità nei pagamenti verso i fornitori.

I numeri dimostrano che le probabilità di non rispettare le scadenze con i fornitori si riduce del 12% rispetto al sesso maschile. Tutto ciò malgrado, come dice il CERVED «Le imprese di tutte le dimensioni con donne al vertice usufruiscono di termini di pagamento peggiori».

La ricerca condotta dalla Harvard University, invece, attesta che le donne imprenditrici patiscono un maggior costo del credito. Addirittura pagherebbero, secondo i ricercatori USA, 29 punti d’interesse base più del tasso concesso ad un imprenditore uomo. E la Centrale Rischi della Banca d’Italia conferma: le imprese al femminile hanno una maggiore percentuale di prestiti onorati e un minor numero di fallimenti.

Questi risultati positivi suggeriscono che occorrerebbe puntare sulla popolazione femminile per riavviare il volano della crescita. Nei Paesi industrializzati ma anche in quelli dove la povertà è a tavola a pranzo e a cena. Ciò si può ottenere puntando sulle giovani generazioni, quelle che possono fare la differenza studiando e impegnandosi per migliorare il proprio futuro e, di riflesso, quello della loro società.

Ieri pomeriggio ho partecipato, alla Sala delle Colonne di Palazzo Marini, una delle sedi extra muros della Camera dei Deputati, alla presentazione della ‘Girl Declaration’. La tappa italiana è stata promossa dall’AIDOS, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, presieduta da Daniela Colombo, e il Gruppo di lavoro parlamentare Salute Globale e diritti delle donne. 

La situazione di base è critica: 250milioni di ragazze vivono in povertà nel mondo e 14 milioni di adolescenti anno dopo anno diventano madri nei Paesi in via di sviluppo.

Prendendo come esempio l’India che batte tutti i record per numero di madri adolescenti  -4 milioni ogni anno-  si è calcolato che, anche a causa dell’abbandono scolastico legato alla maternità precoce, perde annualmente 383 mld di $ di reddito potenziale. Altro Paese sotto osservazione è il Kenya: qui il reddito nazionale potrebbe aumentare del 10%, raggiungendo i 3,4 mld di $ se tutte le ragazze, ovvero 1,6 milioni di persone, riuscissero a completare la scuola superiore e fosse ritardata la gravidanza adolescenziale per 220.000 ragazze. Infine, un solo anno di scuola secondaria in più, per una ragazza, equivale ad un potenziale guadagno futuro maggiore del 15 – 25%.

Questi dati ci fanno sentire delle privilegiate e spingono ciascuna di noi ad agire affinché le donne, in tutto il mondo, possano partecipare al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile del millennio post 2015. Come? Ponendosi degli obiettivi di genere che riguardino l’istruzione; la salute; la sicurezza fisica ed economica e la cittadinanza.

Per l’istruzione, ai 250 milioni di adolescenti a cui facevo riferimento, occorrerebbe assicura conoscenze e competenze adeguate, affinché possano dare il proprio contributo alla vita economica, sociale e culturale della propria comunità e del proprio Paese.

Per la salute, andrebbe data grande enfasi alla tutela della salute, anche con un sistema informativo che consenta alle ragazze di tutelarsi da una vita sessuale precoce, imposta da tradizioni tribali che le rende oggetti con gravidanze precoci o le privi di diritti all’integrità fisica, come le pratiche tradizionali di mutilazioni sessuali.

Assai complessa è anche la situazione della sicurezza delle adolescenti, messa a repentaglio da un’impunità maschile rispetto alla violenza ed allo sfruttamento delle ragazze: per contrastare questa endemia, occorre adeguare le leggi, attivare sistemi di protezione efficaci, attraverso finanziamenti non risibili – quelli che si fanno per l’onore della bandiera –, sensibilizzando e responsabilizzando le comunità di riferimento.

Il capitolo della sicurezza economica e anch’esso fondamentale: l’istruzione per le giovani generazioni femminili è un caposaldo irrinunciabile, affinché esse acquisiscano consapevolezza di quanto sia importante, per il loro futuro, avere un’autonomia economica, frutto del loro lavoro. I diritti economici delle ragazze devono entrare nell’agenda di Governi, comunità e settore privato.

Infine, la cittadinanza. Va tutelata alle ragazze la parità di accesso a servizi, opportunità, diritti legali e libertà personale (e questo si riflette anche sulla loro sicurezza) affinché ciascuna di loro possa partecipare quale cittadina a pieno titolo nella vita delle loro comunità e dei loro Paesi.

Scrivo questo e mi chiedo se sia possibile fare un’analisi approfondita anche alla situazione italiana; perché il sottosviluppo, spesso, ha un andamento carsico, rimane sotterraneo. Scrivo questo e ci credo. Anche se so che è una questione culturale: in Italia, come nella tribalità diffusa nel mondo. Leggete un po’ cos’ho trovato ieri su ‘Il Corriere della Sera‘: «Una ragazzina urla e si divincola mentre gli amici e i parenti del futuro marito la costringono a entrare nella casa di lui. La scena avviene in Kazakistan, nella regione di Akmola, in pieno giorno, senza che nessuno si scandalizzi perché il matrimonio forzato fa parte della tradizione di questo Paese. Nonostante le sue resistenze, la giovane viene trascinata di peso all’interno della casa. La denuncia della situazione dei matrimoni forzati tradizionali in Kazakistan arriva da un’attivista locale dei diritti delle donne, Anfisa Zuyeva che ha chiesto al Governo di mettere fuori legge la pratica barbarica»

Se Franca Viola, nel 1966, ancora adolescente, non si fosse rifiutata di sposare il suo rapitore, Filippo Melodia, forse in Italia l’emancipazione da un’usanza tribale molto simile a quella kazaka sarebbe avvenuta assai più tardi.

Ci vuole il coraggio da leonesse delle donne per sciogliere i ceppi delle altre donne. Quello che traggono dall’essere madri, dal mettere al mondo i figli.

A volte penso che la punizione divina ci abbia forgiate al coraggio… e abbia salvato la sopravvivenza dell’umanità.

 

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