domenica, Agosto 1

E la chiamavano estate field_506ffb1d3dbe2

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Era talmente un’altra stagione che ripetere la parodia originaria dei luoghi comuni suonerebbe come il più banale di tutti. Era che negli anni tra i Sessanta e i Settanta ai primi di giugno si superavano i 25 senza ripensamenti o bombe d’acqua, e da Roma in giù si andava avanti fino al primo temporale di ottobre, mentre oltre gli Appennini ciò accadeva con un mesetto di anticipo.

A luglio si partiva, meno uno che restava in città e che, senza darlo a vedere, ne era ben contento. Il papà telefonava la sera, tranquillizzando circa la sua presenza in ispirito, raccomandando l’educazione ai bimbi e terminando con un “ci sentiamo domani”. Un continuo domani.

Si andava al mare, a est o a ovest a seconda delle disponibilità, oppure al meridione per ritrovare nonni e parenti, in luoghi che cominciavano a snaturarsi, del che si discuteva in spiaggia forzando all’inverosimile accenti e dialetti, perché l’Italia era già cambiata e formalmente si andava rimpiangendo la vecchia.

La realtà della cronaca raccontava di un universo ‘morboso’  e temibile, dove la libertà di muoversi dei ragazzini veniva meno. La scomparsa e la morte di Ermanno Lavorini, proprio a Viareggio nell’inverno del ’69, avevano tracciato una linea tra un passato di fiducia e quel presente, perduta la certezza che un tredicenne, ad esempio, potesse giocare al sicuro. E poi la sua coetanea Milena Sutter, il cui sacrificio sarà consumato due anni dopo a Genova, nel mese di maggio, per mano del celebre “biondino dalla spider rossa”.
Di quelle storie si riparlava da sdraio a sdraio; a proposito di un altro fattaccio non si sapeva neanche come prendere il discorso, forse perché troppo lontano nel tempo ben undici mesi (era accaduto a Roma il 30 agosto del 1970), forse perché troppo inarrivabile appariva quel mondo nobile e miliardario. E tuttavia per un anno le immagini e i diari della marchesa acquisita Anna Fallarino Casati avevano fatto il giro d’Italia ed erano andati a ruba sulle bancarelle del paese. Un duplice omicidio e un suicidio che erano stati l’esito di uno spinto gioco di ruolo, dell’ossessione di cedere la propria amata ad altrui, fino all’innamoramento di un ventenne avventuriero a caccia di notorietà, che ottenne postuma.
Ma in fondo quella era un’Italia estiva, che si nascondeva sotto gli ombrelloni per non vedersi meglio. E infine dimenticava le proprie famigliole traballanti, a cui la legge Fortuna-Baslini aveva dato il colpo finale, atteso o temuto a seconda delle situazioni.
E però, in attesa del divorzio, ci stavano cinque anni di pene e di ripensamenti…
Intanto la comunità della contestazione già si sfilava, erano i fratelli e le sorelle più grandi che se ne andavano, pollice alzato, verso avventure e desideri nuovi. Non era affatto la stessa gioventù che in autunno avrebbe infuocato Torino e i suoi dintorni e che Nanni Balestrini avrebbe ben narrato: «Tutto in mezzo alla strada mettevano, e facevano le barricate con le automobili, e poi incendiavano tutto. La polizia se ne stava lontana in fondo a corso Traiano, verso corso Agnelli. Ogni tanto partivano per dei caroselli, delle cariche. Sgomberavano le barricate, mentre la gente li riempiva di sassate e poi scappava via».

I viaggi dell’alta borghesia, invece, prendevano il largo in agosto, chiusi gli studi professionali o le botteghe di lusso. In qualche stagione si sarebbero esauriti gli itinerari delle città europee più accessibili, plumbee com’erano il Portogallo di Marcelo Caetano e la Spagna franchista e angosciante il panorama dalla finestra di un albergone sovietico. E nel viaggiare si annotavano i nostri ritardi: una modernità continuamente abortita, dei costumi al massimo pruriginosi e più spesso coperti da una sorta di auto-censura, figure politiche a metà tra una seriosa flanella post-bellica e una macchietta ottocentesca, nessuna idea di sviluppo metropolitano, soltanto un ammassarsi di genti ai bordi delle mode e delle tendenze dominanti, Tino Scotti e Gino Bramieri da una parte, Totò e Alberto Sordi dall’altra.
Senza vie d’uscita, la Versilia che imitava la Costa Azzurra senza averne le luci, senza mostrare un’intenzione autentica di libertà. Da lì fino a Menton ci toccava la traversata ligure, lungo una marina perlustrata da carabinieri a caccia di topless. Sembrava di osservare un tramonto perenne e il pensiero che mai si riuscisse a sfiorare Brigitte Bardot: «Amore, erotismo, senza più mistificazioni, l’impresa va più lontana del previsto; se un mito di incrina, tutti i miti sono in pericolo. Uno sguardo sincero, per limitata che sia la sua azione, è un fuoco che rischia di propagarsi e di ridurre in cenere tutti i volgari travestimenti che soffocano l’immagine della realtà» Un pamphlet interamente dedicato a BB lo aveva firmato nel 1960 Simone de Beauvoir.

Ecco, non erano solo canzoni, alcune strepitose, a motivare quelle estati trascorse. Era come se i nostri genitori, senza distinzioni, avessero terminato di costruire l’Italia. L’avevano svolto, quel compito, senza retorica, con il massimo rispetto che si doveva a qualsiasi mestiere. Era come concedersi, durante quelle due o tre stagioni, uno sguardo distante in direzione del fatto compiuto. Era venuta così così, ma a noi bastava. E non per un un rimpianto del tempo che è stato. Era l’ultima generazione dei grandi e dei piccoli, questi ad ascoltare quelli, i loro racconti, le loro allusioni, le paure e una risata prima di andare a pranzo.                                  

 

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