domenica, Maggio 16

E’ italiana l’idea dei Caschi blu della cultura Si avvale dell’esperienza specialistica dei Carabinieri e di studiosi, ma la task force dovrebbe poter prevenire e collegarsi alla società civile delle aree devastate dalle guerre

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Lei che ha condotto e conduce varie campagne di scavo nei siti archeologici divenuti scenari di guerra, sa qual è oggi la situazione in quelle aree? 

Occupandomi del progetto di recupero del Museo di Mosul, in Iraq sono continuamente  informato e le notizie sono drammatiche: dopo che nel luglio scorso si è chiuso un  ciclo di nove mesi di guerra,  dai rapporti  del Dipartimento di Antichità iracheno, Mosul somiglia a Varsavia, Dresda, Stalingrado o Berlino alla fine dell’ultima guerra. Impressionanti i dati sulle distruzioni non solo dell’Isis contro l’arte islamica, cristiana e pre-islamica, ma anche per i bombardamenti della coalizione irachena e delle forze alleate, e gli scontri per la liberazione della città: i  bombardamenti della primavera 2017 hanno ridotto in macerie gran parte dei 54 quartieri residenziali del settore occidentale  (comprese case, ospedali, scuole, ecc.) e una serie di rilevanti moschee storiche tra cui quelle di Bab al-Tub, di Suq al-Alwah, di al-Pasha, e la madrasa e moschea di ‘Abdal. Solo nella città vecchia (Mosul ovest) il rapporto delle Nazioni Unite documenta la distruzione di ben 5.000 edifici di cui 490 sarebbero completamente in macerie.

Mosul  che ha una storia antica, ora è dunque  ferita a morte…che speranze ci sono di una sua rinascita?

Sorta nel VII secolo sulla sponda occidentale del Tigri, di fronte alla biblica Ninive, raggiunse il suo massimo splendore nel XII e XIII secolo, esaltata  per la sua bellezza da viaggiatori e geografi musulmani  ha rappresentato un crogiolo di etnie e confessioni religiose unico al mondo: sunniti e sciiti coesistevano con cristiani delle varie appartenenze, con ebrei, shabak, curdi, mandei e turcomanni. Oggi è sotto il controllo delle diverse milizie che l’hanno liberata, dalle forze regolari sciite e sunnite dell’esercito iracheno, da curdi e unità yazide cristiane, spesso in tensione tra loro e con dinamiche di rivalsa sulla popolazione locale a maggioranza sunnita. Appelli all’unità del Paese dopo la vittoria sull’Isis e ad all’avvio di un processo democratico sono stati lanciati dal premier Haider al-Abadi e dall’alto rappresentate delle Nazioni Unite Jan Kubis.

Ma ormai  a Mosul e in altre aree devastate dalla guerra,  non si può più fare opera di prevenzione: come si sta intervenendo?  

E’ chiaro che ci troviamo di fronte ad una sfida senza precedenti. Le Nazioni Unite stimano una cifra di 1 miliardo di dollari solo per il centro storico di Mosul e 100 miliardi e 10 anni di lavori, per tentare di restituire l’intera città allo splendore passato.  Ma la gente del posto teme però che  parte delle risorse stanziate non arrivino a destinazione.  Tuttavia un aspetto incoraggiante è il fatto che studenti e docenti dell’Università di Mosul  abbiano iniziato i lavori di riabilitazione dell’ateneo distrutto dall’IS e dai bombardamenti alleati. Mentre il blog di Mosul Eye, che è un docente e attivista, ha mobilitato la società civile per ricostruire la Biblioteca Centrale universitaria completamente bruciata dall’Isis ( 86 mila volumi distrutti )  recuperando oltre 8.000 pregiati manoscritti:  è questa, ha scritto, ‘la migliore risposta al terrorismo’. Sinora sono stati raccolti migliaia di volumi donati da vari enti e istituzioni internazionali, ma anche dall’Università di Baghdad, di Bassora  e da molti altri centri culturali iracheni a testimonianza di un ritrovato senso di unità nazionale. Tuttavia, il futuro rimane incerto e pieno di ostacoli.

Ecco dunque, che uno degli obiettivi dei caschi blu, sotto l’egida dell’Unesco, potrebbe essere quello di stabilire rapporti di sinergia anche, con le popolazioni civili, senza guardare alle bandiere.  Infatti, durante l’occupazione dell’Isis  gruppi di  cittadini hanno operato per salvare almeno  parte del patrimonio archeologico e  ora si attivano per il suo recupero, cito il caso di  alcuni mosaici recuperati, grazie anche alla collaborazione di università americane. Anche nei villaggi della piana di Ninive si iniziano a rimuovere le macerie della distruzione. In Siria, dopo la liberazione nel  settembre scorso di Raqqa, e la fuga dei miliziani dell’IS, emergono sconcertanti informazioni circa lo stato di devastazione dell’importante museo cittadino che  ospitava 6000 straordinari oggetti frutto degli scavi di siti archeologici preistorici e dell’età del Bronzo quali Tell Munbaqa, Tell Bi’a, Tell Sabi Abyad e Tell Chuera, oltre a testimonianze di età romana, bizantina e islamica. Il museo è stato colpito dai bombardamenti saccheggiato e depredato.

Un quadro preciso non si può ancora avere perché le strade sono ancora costellate di mine lasciate dall’Isis. Ma anche In Siria come in Iraq  vi è chi si adopera per salvare i reperti archeologici: sono i Monuments  men, con i quali è  necessario stabilire un rapporto collaborativo. Ogni intervento, per avere successo, deve collegarsi alle popolazioni che lì hanno radici e amore per il proprio  patrimonio  storico artistico monumentale archeologico e umano. Dalla Siria giunge la bella notizia del restauro del Leone del portale di Palmira, dedicato alla dea panaraba.  Il nuovo Direttore Generale del Dipartimento di Antichità siriano (DGAM), Mahmoud Hammoud, ne ha celebrato il restauro,  effettuato dal DGAM, dall’UNESCO e da Bartosz Markowski, membro della missione polacca che l’aveva scoperta nel 1977, la statua è ora in mostra nel giardino del Museo Nazionale di Damasco. La monumentale scultura, del I secolo, era stata fatta a pezzi dai miliziani dell’IS nel 2015, ma i suoi frammenti erano rimasti depositati nel giardino del Museo di Palmira dove ora è esposta.Notizie positive si alternano a devastazioni immense, occorre perciò  agire   rapidamente, nell’ambito di un Progetto globale, facendo un censimento dei beni trafugati o recuperabili, sottraendoli al traffico illecito (la collaborazione con l’Interpol è in atto), coordinando e pianificando i vari interventi, perché anche l’’incuria e l’abbandono  (lo vediamo anche da noi in Italia) costituiscono una seria minaccia.  Questo perché la rinascita del patrimonio culturale è parte fondamentale del processo di pace che faticosamente si cerca di attivare.  Per quanto mi riguarda, cerco di fornire un’informazione  costantemente  aggiornata col  mio notiziario nel sito di  ArcheologiViva.

Anche Vittorio Gasparrini, Presidente del Centro per l’UNESCO di Firenze, esprime non solo un parere positivo su questa iniziativa che vede l’Italia in prima linea e ritiene che   l’esperienza e la professionalità del nucleo specializzato dei Carabinieri debba essere d’aiuto e d’insegnamento e quindi di formazione per altre forze di polizia: “Quanto all’idea dei Caschi blu della cultura – dice – essa va ad aggiungersi a quella già sperimentata dei caschi bianchi dell’ONU,  che svolgono funzioni di assistenza umanitaria, di tutela dei diritti umani, e di  dialogo fra le parti in conflitto  nelle situazioni di crisi e anche alle missioni di Icomos ( International Council on monuments and sites),una organizzazione non governativa che ha già operato in Libia, Siria, Egitto ed in altri siti.   I caschi bianchi italiani hanno svolto un ruolo importante nei Balcani. Ho seguito la loro attività e  per quanto riguarda le missioni estere,  sono stato osservatore elettorale alle elezioni in Bosnia Erzegovina nel ’98. Ma era una missione OSCE. Là erano attive sia una forza Nato su mandato ONU che una task force internazionale di polizia prima e dopo le elezioni.  Oggi, l’azione dei caschi blu, per la grande esperienza acquisita in Italia nel contrasto alla criminalità, potrebbe consentire un coordinamento internazionale con gli analoghi organismi internazionali e di monitoraggio delle situazioni del patrimonio artistico archeologico e paesaggistico delle aree di crisi”.

Se questo è il quadro della situazione, quando potranno entrare in   azione nelle aree in cui v’è più bisogno? Una domanda alla quale al momento è difficile rispondere.

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