mercoledì, Maggio 19

E il Messico sbarcò a Madrid field_506ffb1d3dbe2

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Carlos Slim

 

Sarà pur vero che, con la recente approvazione della riforma energetica, il Messico aprirà le porte delle sue risorse nazionali agli investitori esteri. Sarà anche vero che uno degli obiettivi che si è dato il Presidente Enrique Peña Nieto è quello di fare del Messico un Paese affidabile e attraente per gli investitori d’oltre confine. E sarà anche vero che, come ha avvertito l’esperta dell’’EconomistIrene Mia, esiste il rischio che il rapporto con alcune economie estere, come quella cinese, possa assumere i tratti della subalternità. È però anche vero che il Messico non si accontenta di riceverli, gli investimenti, ma sta anzi rafforzando la propria presenza finanziaria all’estero, seguendo anche percorsi che potrebbero definirsi come sud-nord, se la crisi non avesse ormai alterato i significati tradizionali di tale terminologia.

Un caso rilevante è quello della Spagna, dove gli investimenti messicani stanno visibilmente aumentando. Il che non dovrebbe essere una sorpresa: già durante gli ultimi Vertici Iberoamericani, infatti, è stata posta in risalto la variazione che sta modificando gli equilibri tra le due sponde dell’Atlantico. Sempre più spagnoli, d’altronde, si trasferiscono in Messico od in altri Paesi dell’America Latina in cerca di opportunità che non trovano più in Europa, un chiaro segnale del differente dinamismo economico sperimentato dalle due regioni in questa particolare congiuntura. Per contro, appunto, sempre più capitali si trasferiscono dal D.F. a Madrid, in cerca di opportunità che, probabilmente, solo ora l’Europa può offrire. Il Paese iberico, in particolare, sembra essere particolarmente attrattivo per gli Investimenti Esteri Diretti (IED), come dimostrano i calcoli più recenti: nel 2012, mentre nel mondo gli IED subivano una flessione del 15% rispetto all’anno precedente, in Spagna si verificava un aumento del 3,7%, altresì la Spagna si sta riprendendo bene dalla crisi.

Tra i maggiori artefici di questomiracolo spagnolo vanno annoverati proprio gli investitori messicani. Ed stato è proprio il soggetto al centro della controversa riforma energetica ad aver aperto la strada: nel 2011, Pemex investì infatti 1,6 miliardi di dollari nella spagnola Repsol, per aumentare la propria partecipazione di cinque punti percentuali (dal 4,8% al 9,8%). Nello stesso periodo, la compagnia alimentare Bimbo rilevava parti del conglomerato statunitense Sara Lee, tra cui le sue attività nella penisola iberica: un affare di 154 milioni di dollari per un guadagno previsto di quasi il doppio, che avrebbe permesso -parole del manager di Bimbo Armando Giner- di entrare nel mercato spagnolo, uno dei meno sviluppati nell’ambito del pane confezionato, ma anche di far tornare la marca spagnola Bimbo, finora di proprietà del marchio americano, all’interno del gruppo omonimo. Tra i grandi nomi del panorama finanziario messicano, non poteva ovviamente mancare Carlos Slim, tra gli uomini più ricchi al mondo, la cui Inmobiliaria Carso opera in maniera assai disinvolta nel mercato azionario messicano, appoggiandosi in particolar modo sul controllo che detiene all’interno di CaixaBank: nel 2012, infatti, il gruppo di Slim acquistò 439 della banca catalana per 400 milioni di euro, consolidandone i rapporti col proprio gruppo finanziario, Inbursa.

Più di recente, Madrid ha visto giungere dal Messico più di un miliardo di euro, e solo per due operazioni. Una ha riguardato l’acquisto di Avanza, la maggiore compagnia del Paese nel settore di autobus urbani e a tratte internazionali: il gruppo ADO (Autobuses de Oriente), in quella che è stata la sua prima sortita al di fuori dei confini messicani, ha infatti speso 800 milioni di euro per assicurarsi una compagnia «completamente risanata» e già osservata con interesse dai tedeschi della Deutsche Bahn. 290 milioni di euro sono invece stati spesi dalla società immobiliare Fibra Uno nell’acquisto di 253 uffici del Banco Sabadell, quarto gruppo bancario a capitale privato in Spagna. Tra le prossime mete della ‘colonizzazione’ messicana vi è il gruppo transnazionale Gas Natural, le cui attività si estendono allo stesso Paese centroamericano, oltre che al resto del mondo. Il possibile nuovo partner sarebbe il già menzionato Carlos Slim, che a giugno ha già acquisito lo 0,5% del capitale dell’azienda ed ha un’opzione per un ulteriore 3% proprio grazie al controllo di CaixaBank, che possiede a sua volta il 34% di azioni della società. Slim, peraltro, possiede già il 15% della filiale Gas Natural México attraverso Inbursa, mentre va segnalato che un altro 30% della società principale è detenuto da Repsol, che, come si è visto, è oggetto delle operazioni di Pemex.

La lista potrebbe continuare: in novembre, il gruppo alimentare Sigma ha lanciato un’Offerta Pubblica di Acquisto per il 54,2% delle azioni di Campofrío Food Group, dopo averne acquisito in precedenza il 45,8%; il Banco Popular vedrà entrare, con un apporto di 450 milioni di euro, nuovi investitori messicani grazie all’accordo col gruppo BX+. Per sintetizzare la situazione in poche parole, il Messico è ormai il quinto maggior investitore del mercato spagnolo, posizionandosi dietro solo a Francia, Germania, Lussemburgo e Regno Unito. E, come afferma Enrique de la Madrid, Direttore Generale della messicana Bancomext (Banco Nacional de Comercio Exterior), ci si attende ulteriori investimenti nel prossimo futuro. Nelle dichiarazioni rilasciate a ‘Cinco Días’, de la Madrid sostiene che «la crisi in Spagna ha già toccato il fondo, e da qui si può solo migliorare», tanto che questo momento è appunto «molto attrattivo per comprare». È questo, peraltro, l’auspicio delle autorità spagnole, espresso già un anno fa dal Presidente del Consiglio Imprenditoriale Ispano-messicano, Valentín Díez Morodo. Invitando gli imprenditori messicani ad investire in Spagna, Morodo ha infatti sostenuto che «è il momento di integrare» le due economie, pur consapevole che alla base macroeconomica messicana, definita «solida e sana» fa fronte la difficoltà di Madrid.

Quel che salta agli occhi, in realtà, è il fitto intreccio che sta ricoprendo la realtà economica spagnola e che potrebbe avere conseguenze anche a livello politico. Il caso più lampante è quello descritto per primo: il rafforzamento di Pemex all’interno di Repsol. Pemex è stata infatti fondamentale nella mediazione del contenzioso fra la società spagnola ed il Governo argentino sulla nazionalizzazione di YPF, al punto che il Direttore Generale Emilio Lozoya aveva parlato di «un buon risultato per la diplomazia messicana». Con la riforma energetica non ancora implementata, si può dire che Pemex, monopolio statale, rappresentasse appunto le istituzioni di Città del Messico. Ma la questione non si ferma all’intervento diplomatico della società messicana, perché nell’affaire Repsol è coinvolto anche Carlos Slim, di cui si è sempre sospettato un ruolo nell’operazione del 2011 e la cui famiglia è tra i maggiori investitori in YPF in seguito alla nazionalizzazione. Inoltre, come si è detto, Repsol e Caixa (leggi Slim) detengono le maggiori quote azionarie di Gas Natural.

Slim potrebbe, inoltre, tramutarsi in un alleato di Pemex qualora seguisse l’invito di questa ad acquisire il 10% di Repsol: Pemex ha infatti divergenze con la dirigenza della società iberica ed ha già minacciato di voler cedere 59,8 dei 117 milioni di azioni che detiene. Nei due anni passati dal rafforzamento della propria presenza, il beneficio finanziario e tecnologico per la compagnia messicana è stato infatti molto inferiore alle aspettative, il che potrebbe porre a repentaglio la credibilità di Lozoya davanti alle istituzioni messicane. L’entrata di Slim, che al momento ha però negato ogni interesse, significherebbe un’alleanza messicana in seno alla società spagnola per un peso pari a un quinto del capitale azionario.

In ogni caso, Repsol sembra essere in balia delle decisioni provenienti dall’altro lato dell’Atlantico, il che solleva le preoccupazioni degli spagnoli. In un certo modo, questo rischio può essere esteso a molte realtà del Paese iberico entrate nell’orbita degli imprenditori messicani. In effetti, resta da vedere quale sia l’effettivo beneficio per le due economie nel loro complesso: da un lato, la Spagna sta ricevendo somme su cui potrebbe fondare la propria ripartenza, ma che ne sanciscono una certa debolezza nelle decisioni imprenditoriali; dall’altro, benché accompagnati da imprenditori di più modeste dimensioni, attualmente sono i grandi gruppi messicani a trarre il maggior guadagno dalle operazioni al di là dell’oceano, anche in termini di influenza politica. In ogni caso, si tratta di un caso da seguire per come conferma i cambiamenti nell’equilibrio economico mondiale.

 

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