martedì, Ottobre 19

È il gas naturale la nuova arma di Israele? field_506ffb1d3dbe2

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Fa discutere il recente annuncio del ‘quasi accordo tra Israele e Giordania per la fornitura di gas naturale.

Non soltanto per il valore dell’affare, stimato in circa 15 miliardi di dollari, ma soprattutto per la provenienza di questo gas: i bacini offshore del Mar Mediterraneo Orientale.

La questione si ricollega alle ipotesi avanzate da ‘L’Indro mentre infuriava  la cosiddetta operazione ‘Iron Dome’, secondo cui lo Stato ebraico starebbe sferrando una serie di attacchi contro la Striscia di Gaza al fine di controllare i giacimenti palestinesi di gas naturale adiacenti alle sue coste.

In realtà, la questione del gas naturale del Mar Mediterraneo Orientale sta creando, già da qualche anno, attriti più o meno forti tra tutti gli Stati rivieraschi. Infatti, il sottosuolo del tratto di mare compreso tra la costa orientale di Cipro e occidentale di Israele, noto agli addetti ai lavori come ‘Bacino di Levante’, nasconde riserve di gas naturale stimate in più di mille miliardi di metri cubi.  Una quantità che la Energy Information Administration (EIA) statunitense ritiene possa «alterare significativamente le dinamiche della fornitura di energia nella regione

I due giacimenti più importanti del bacino, il Tamar e il Leviathan, ricadrebbero (e il condizionale è d’obbligo) nel tratto di mare, adiacente alle coste israeliane, che il diritto internazionale identifica come ‘Zona Economica Esclusiva’ (ZEE) di Israele, a cui pertanto spetterebbe il diritto di sfruttamento delle risorse.

Controversie tuttavia sono sorte fin dal 2011, quando Israele e Libano inviarono alle Nazioni Unite un reclamo riguardo alla delimitazione della ZEE fissata rispettivamente dai due Paesi: infatti, la zona stabilita da Tel Aviv si sovrapporrebbe a quella stabilita da Beirut per un tratto di mare di circa 850 chilometri quadrati, che comprende proprio parte dei due giacimenti più importanti, il Leviathan e il Tamar. La questione è ancora aperta, ma Israele sta già estraendo dal 2013 gas naturale da Tamar e prevede di far partire le estrazioni da Leviathan dal 2017.

E proprio da quest’ultimo giacimento dovrebbe provenire, secondo i piani, il gas naturale da esportare in Giordania. Questo, almeno secondo la lettera di intenti firmata a inizio settembre dall’impresa statunitense Noble Energy, il maggior gestore delle operazioni del Leviathan, e dalla National Electric Power Company giordana: qualora questo documento, per ora non vincolante, dovesse trasformarsi in un vero contratto, Israele si troverebbe a dover fornire alla Giordania, nei prossimi quindici anni, circa 45 miliardi di metri cubi di gas naturale.

Una doccia fredda per il Libano, ma anche per l’Autorità Palestinese. Infatti, l’accordo sembra aver annullato, o quantomeno posto in secondo piano, la decisione, approvata lo scorso mese dal Consiglio dei Ministri giordano, di servirsi delle forniture di gas naturale palestinese proveniente dal giacimento di Gaza Marine 1.

Questo giacimento, scoperto alla fine degli anni ’90, si trova a 35 km dalla costa della Striscia e, assieme a Gaza Marine 2, scoperto qualche anno dopo, rappresenta il totale delle riserve di gas finora conosciute nel tratto marino della ZEE palestinese. Il Marine 1 ha una riserva stimata di 28 miliardi di metri cubi, mentre il gas naturale presente nel Marine 2 si ferma a 3 miliardi: un totale, quantificato in denaro, di circa 4 miliardi di dollari. Una quantitativo di gas che, sebbene non considerevole nel lungo periodo per l’esportazione, potrebbe dare a Gaza e ai Territori Palestinesi l’autosufficienza di energia elettrica, attualmente fornita da Israele e usata in diverse occasioni come mezzo di ricatto.

I due giacimenti, tuttavia, non sono mai entrati in funzione. Tra il 2001 e il 2007, l’Autorità Palestinese ha negoziato con Israele un accordo di esportazione del gas di Gaza, non arrivando a una conclusione. Da un lato, l’allora Presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat si batteva affinché il gas estratto in mare fosse trasportato prima a Gaza e, da lì, fosse inviato tramite un gasdotto in territorio israeliano, in modo tale da sottolineare la sovranità palestinese sulle risorse. Le Autorità israeliane, invece, chiedevano soluzioni e percorsi di trasporto diversi.

Il negoziato è successivamente morto quando, in seguito alle elezioni del 2006 e allo stabilimento del movimento Hamas sulla Striscia di Gaza, Israele dichiarò tale territorio unaentità ostile e impose una restrizione dell’85% della giurisdizione di Gaza sul proprio mare. Fu quest’ultima una delle conseguenze del cosiddetto ‘Blocco della Striscia di Gaza’, ossia la chiusura dei confini del territorio palestinese controllato da Hamas imposta da Israele nel giugno del 2007: sul versante marittimo, il blocco ridusse le 20 miglia marine di giurisdizione di Gaza, previste dagli Accordi di Oslo, a sole tre miglia, obbligando tutte le navi in arrivo e in partenza dalla Striscia a subire controlli presso il porto israeliano di Ashdod.

Nel 2008, poi, in occasione dell’attacco israeliano sulla Striscia, noto con il nome di ‘Operazione Piombo Fuso’, i due giacimenti palestinesi furono di fatto confiscati dall’Autorità israeliana. Da allora, e sono passati quasi sei anni, i giacimenti Gaza Marine 1 e 2 sono rimasti inutilizzati, senza beneficio per la popolazione palestinese né per eventuali importatori.

Così i Territori Palestinesi, oltre a essere privati della propria risorse, sono costretti ad acquistare il gas naturale proprio da Israele. Nel gennaio del 2014, infatti, le aziende che gestiscono il giacimento Leviathan hanno firmato con l’impresa di produzione elettrica palestinese Palestine Power Generation Company un accordo ventennale di esportazione di gas naturale, per dare energia a un futuro impianto elettrico a Jenin, nei Territori Palestinesi. Acquisto corredato, inoltre, da un tentativo di imposizione, da parte di Tel Aviv, di una tassa per il trasferimento del gas dal giacimento alla West Bank.

Alla luce di questi dati, sembra eccessivo collegare, come fanno diversi analisti, la lettera di intenti firmata dalla Noble Gas con la controparte giordana a un presuntofurto di risorse palestinesi da parte di Israele. Il gas naturale in questione, come è già stato detto, verrebbe estratto dal giacimento Leviathan, che si trova al di fuori della ZEE palestinese; tuttalpiù, l’accordo potrebbe sollevare simili proteste da parte del Libano.

L’azione israeliana, quindi, non sembra svilupparsi, per ora, nella direzione di una razzia delle riserve di gas naturale palestinese, quanto piuttosto di impedirne lo sviluppo. In una tale ottica si può considerare l’accordo della Noble Energy, che arriva giusto in tempo per inibire una timida iniziativa giordana, la già citata decisione del Consiglio dei Ministri di Amman, per favorire lo sviluppo dei giacimenti palestinesi.

E soprattutto, le progressive restrizioni alla giurisdizione marittima dell’Autorità Palestinese, culminate con il Blocco della Striscia di Gaza, potrebbero celare, sotto il pretesto della sicurezza di Israele, l’obiettivo di impedire che i palestinesi traggano beneficio dalle proprie risorse, sia tramite l’esportazione, sia per uso interno.

Nel primo caso, Israele vorrebbe evitare l’afflusso di entrate, connesse al commercio del gas, nei Territori Palestinesi; lo esprimeva il Ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon nel 2007, all’indomani della presa di potere a Gaza da parte del movimento Hamas, quando scriveva per il ‘think tank’ israeliano Jerusalem Center for Public Affairs che l’acquisto da parte di Tel Aviv del gas di Gaza equivarrebbe a un «finanziamento di Israele al terrore contro se stesso

Partendo da questo punto di vista, qualsiasi forma di entrata potrebbe tradursi in un potenziale finanziamento del ‘terrore contro Israele’: da ciò, la necessità del Blocco della Striscia, che equivale a mantenere Gaza nell’impossibilità di sviluppare una propria attività commerciale internazionale.

Nel caso invece di un uso interno del gas naturale palestinese, si è già spiegato come le risorse dei due giacimenti Gaza Marine permetterebbero ai Territori di azionare impianti di energia elettrica, in modo tale da garantire loro l’indipendenza almeno sul versante dell’elettricità. Tali impianti, tuttavia, sono da anni un’arma di ricatto importante nelle mani di Israele, che fornisce ai Territori Palestinesi la quasi totalità dell’energia elettrica. Ne sono prova le ripetute interruzioni dell’erogazione di energia israeliana a Gaza nei momenti di massimo scontro con Hamas, così come il bombardamento di fine luglio scorso, da parte delle Forze di Difesa Israeliane, dell’unico impianto generatore di energia elettrica della Striscia.

 

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