mercoledì, Agosto 4

È facile dire Jazz, ma… Intervista a Francesco D’Arrigo, jazzista dilettante, su tale musica nata dalla tradizione popolare

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Lei è un dilettante jazz, che vuol dire suonare tale genere musicale nelle serate ad esso dedicate e che problemi incontra nel coniugare musica e lavoro?

La prospettiva dalla quale rispondo è quella di uno che non ha bisogno della musica per sbarcare il lunario o per far quadrare i conti di casa, ma di chi fa della musica un hobby, un’occasione per stare insieme con gli amici e condividere brevi, ma intensi istanti di creatività. Da questa prospettiva i problemi che incontra un musicista/lavoratore si relegano al poco tempo che hai per dedicarti al Jazz. Il Jazz ha bisogno di parecchio ascolto per assimilare stili ed idee e di un notevole esercizio in quello che si definisce improvvisazione. L’improvvisazione di fatto è una istantanea e estemporanea composizione che per risultare interessante necessita di un continuo studio e pratica nella composizione, nel fraseggio e nell’armonia.

 

In generale che problemi incontrano i jazzisti a suonare e fare musica come dilettanti?

Se la sua domanda si riferisce invece alle difficoltà nel trovare locali dove esibirsi o produttori che producano la tua musica, questo per fortuna, dalla prospettiva che le ho appena citato non costituisce un problema, se mai aggiunge libertà a libertà. Sì, perché se il Jazz ha come sua prerogativa la libertà sonora e la libertà ritmica, il Jazzista dilettante ha anche la libertà da impegni di produzione discografica.

 

L’origine etimologica della parola jazz è incerta. Lei che filone di ricerca segue per tale parola o ha una sua personale opinione in merito?

L’etimologia della parola ‘Jazz’ è sconosciuta: nei libri di storia del Jazz o nelle enciclopedie esistono molte versioni sulle origini di questa parola, forse deriva da ‘chase’ (caccia), o dall’inglese ‘jasm’ (energia), o addirittura ancora da ‘jazz-belles’, con il quale venivano chiamate le prostitute di New Orleans. Ma il significato che più rappresenta la parola Jazz, come lo si suona oggi, lo prendo in prestito dal grande Dizzy Gillespie che diceva che ‘jasi’, in un dialetto africano, significa ‘vivere a un ritmo accelerato’.

Il jazz è un linguaggio musicale estremamente emozionale, nato dall’improvvisazione, ma che necessita allo stesso tempo di notevole tecnica; basato sulla varietà ritmica e del fraseggio, su giri armonica e splendide melodie.

 

Come vede le passate affermazioni di Gerard Cohen del jazz come appare sul giornale ‘San Francisco Chronicle’ nel 1913, come sinonimo di ‘vigore, energia, effervescenza’, mutuati dal linguaggio dei giocatori di dadi durante una partita e poi passati al linguaggio giornalistico dell’epoca? È concorde o meno con tali affermazioni del critico musicale, e per quale motivo tale sua scelta?

Associare il Jazz, o addirittura considerarlo sinonimo di ‘vigore, energia effervescenza’, è sicuramente condivisibile. L’idea del gioco dei dadi da cui questi termini sono mutuati mi richiama alla mente un quadro di Caravaggio ‘I giocatori di carte’. Tre figure al centro della scena che giocano a carte. Immagine semplice come le sequenze armoniche del Jazz, ma rese interessanti dall’energia della luce, dal vigore dello sguardo del compare che suggerisce le carte. Spesso le armonie del Jazz sono ripetitive, ma rese sempre nuove dal modo di stare sul tempo da quello swing che non si riesce neanche a scrivere su uno spartito usando la simbologia classica. Non basta indicare una terzina per dire come devi suonarlo, devi mettere all’inizio del brano un’indicazione ‘swing’.

 

Il Jazz ha subito delle censure in passato a livello di testo e di parole. Tali censure permangono ancora in alcuni ambienti o le cose sono cambiate oggi?

Non penso che oggi ci sia più il problema della censura dei testi e di parole. Vedo però comunque un’esigenza di esprimere, anche con la musica, contenuti di protesta per la conquista della parità dei diritti civili. In una realtà multi-etnica la musica è sicuramente uno strumento con cui far conoscere la tua cultura, specie oggi dove la contaminazione è una soluzione per il rinnovo. L’Orchestra di Piazza Vittorio, nata all’ombra della Scuola di Musica di Testaccio, ne è un esempio lampante: riesce a rinnovare Mozart e Bizet, considerati mostri sacri, da eseguire con religioso rigore.

 

Lei suonando musiche a quali generi jazzistici si rifà?

I generi di Jazz che più mi ispirano sono: lo ‘swing’, il ‘be pop’ e il ‘fusion’. Sono uno l’evoluzione dell’altro, anche se li cito separatamente di fatto. Non c’è ‘be-pop’ senza ‘swing’ e non che ‘fusion’ senza ‘be-pop’. Sono generi inclusivi ed, in questa matriosca di generi, un musicista, anche dilettante, deve saper dare un suo stile.

Nel mio repertorio c’è stato un concerto musicale, in formazione di trio con armonicista e cantante, che ho realizzato a Sambuca di Sicilia. Nel trio abbiamo ripreso ed interpretato i ‘Beatles’ in chiave Jazz. Devo dire che l’esercizio è stato facile. Già le composizioni dei Beatles si sono rivelate predisposte per il blues. Le sequenze armoniche sono blues. È bastato colorirli con accordi armonicamente più consoni al Jazz ed aggiungere lo ‘swing’.

 

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