giovedì, Ottobre 21

È facile dire Jazz, ma… Intervista a Francesco D’Arrigo, jazzista dilettante, su tale musica nata dalla tradizione popolare

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Sebbene l’etimologia della parola ‘jazz’ sia del tutto incerta, tale parola compare per la prima volta nel quotidiano ‘San Francisco Chronicle’ nel 1913, come sinonimo di vigore, energia, effervescenza‘, mutuata dal linguaggio dei giocatori di dadi durante una partita e poi passata al linguaggio giornalistico dell’epoca. Il jazz, come forma musicale, nacque tra la fine dell’800 e inizio del ‘900, si sviluppò negli Stati Uniti legato alle coltivazioni, o comunque lavori utili per la collettività sociale (come strade, ferrovie, ecc.), di schiavi afroamericani, che trovavano conforto e speranza per le loro anime o semplicemente coordinamento per il lavoro da svolgere, improvvisando, collettivamente e individualmente, canti durante il raccolto. Questo accadeva perché non era loro permesso nessun tipo di comunicazione alternativa a quella lavorativa e appunto al canto. Il jazz incorporava al suo interno musiche popolari, tradizionali, ragtimes, blues, brani di musica classica e colta, derivati dalla musica americana, e nella fattispecie statunitense, riunendoli e fondendoli nelle forme e combinazioni più strane musicalmente. Si creava così comunque un suono armonioso e accattivante che induceva al ritmo di parti del corpo umano o movimenti di una delle sue parti in sequenza. Tale musica era nata all’origine essenzialmente come musica priva di accompagnamento, per la sua origine di canto di liberazione dal lavoro delle piantagioni, o come dicevamo per costruire strade e ferrovie,dovendo ritmare e coordinare il lavoro collettivo. Tale musica era composta, musicalmente parlando, secondo un preciso ritmo binario di note musicali in sequenza continua o distanziata (il tempo di raccolta del cotone, oppure dei mattoni e la loro messa nella cesta, o loro deposito a terra). Era una musica colta, raffinata ed armoniosa, pur avendo le sue radici nella musica popolare e tradizionale. Il padre del jazz è considerato Buddy Bolden, attivo a New Orleans nel 1904. Nel 1906 il pianista Jelly Roll Morton compose il brano ‘King Porter Stomp’, uno dei primi brani jazz a godere di vasta notorietà.

Il jazz viene riconosciuto come fenomeno musicale soltanto tra Ottocento e Novecento, quando gruppi ristretti di musicisti si riuniscono nelle ‘jam sessions’(improvvisazioni collettive di suonatori che componevano musica «a orecchio», ossia per assonanze musicali che deliziavano nell’ascolto sia gli uditori sia musicisti). Il jazz assai apprezzato dai cultori di musica ‘bianchi’, anche se considerato un genere i musica assai minoritario e di basso livello da parte dell’aristocrazia locale tanto che Duke Ellington diceva all’epoca «In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia». Cosa che rifletteva la difficoltà di questo direttore d’orchestra, pianista e compositore statunitense nel trattare questo genere musicale. L’espansione di tale genere musicale si deve alle ‘jazz band’ sorte a New Orleans in Louisiana (è assai famosa quella capeggiata dal cornettista Joe ‘King’ Oliver). Il jazz raggiungerà vertici sommi di coordinazione e improvvisazione con noti musicisti come George Gershwin, musicista di grande valore, nato da emigranti russi, che attuò il distaccamento dal genere ‘blues’ di origine e Louis Armstrong, noto jazzista mondiale.

Tale musica poi si diffuse anche in Europa, dopo una certa diffidenza iniziale soprattutto negli alti ranghi,  arrivando fino a divenire attualmente anche frutto di commercializzazione, a volte snaturata da parte delle maggiori ‘main stream’ e ‘major commerciali’ di metà Novecento rispetto all’origine primigenia. Attualmente tale genere musicale, superando le censure imposte nei secoli (per tali limitazioni si rimanda all’articolo pubblicato in precedenza sempre su ‘L’Indro‘), si espande dal ‘dixieland’ di New Orleans dei primi anni, allo ‘swing’ delle ‘big bands’ negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, dal ‘be bop’ della seconda metà degli anni Quaranta, al ‘cool jazz’ e all’‘hard bop’ degli anni Cinquanta, dal ‘free jazz’ degli anni Sessanta al ‘fusion’ degli anni Settanta, fino alle contaminazioni con il ‘funk’ e l’’hip hop ‘dei decenni successivi, diversificandosi sempre più nella sua esecuzione e nella strumentazione usata dai vari gruppi musicali che la praticano.

Francesco D’Arrigo, Program Manager di un’importante società di elettronica per la Difesa, oltre che Musicista, non abbandona mai la sua passione per il Jazz. Come chitarrista ha fondato un quintetto chiamato ‘Area Condizionati’, a causa delle influenze derivate dal famoso gruppo ‘Gli Area’, esponenti del Rock Progressivo degli anni Settanta, mentre come musicista dilettante continua a suonare in formazioni occasionali, come per esempio quello, in formazione trio con armonicista e cantante, nel concerto tenuto a Sambuca di Sicilia presso l‘Associazione Culturale Nivina.

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