lunedì, Giugno 21

E Davigo si confidò con Morra nel sottoscala … Le strane cose che accadono sul pianeta ‘giustizia’

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Cose strane, con logica bizzarra, accadono in quell’universo che si chiama Giustizia. Si prenda un magistrato famoso, Piercamillo Davigo. Nella sua materia ferratissimo, meritatamente gli affibbiano il nomignolo di ‘PierCavillo’; dotato di un certo spiritaccio grazie al quale conia battute che sono a volte anche sprezzanti e becere, ma fanno la felicità di conduttori televisivi; che infatti se lo contendono. Personaggio che può risultare detestabile, ma non è liquidabile con sufficiente alterigia.

  Anche ai più sagaci capita di scivolare su qualche buccia di banana. Non qui, e soprattutto non è compito di giornalisti, si deve stabilire se il dottor Davigo viola qualche legge quando, da componente del Consiglio Superiore della Magistratura, riceve verbali secretati, e ne riferisce poi, informalmente a dei colleghi il contenuto; verbali, com’è noto, con dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara relative a presunti maneggi di una fantomatica loggia massonica ‘Ungheria: cose tutte da verificare. Sono in corso delle inchieste, si vedrà con quale esito.

  Accade però che il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni mafiosi, senatore Nicola Morra, spontaneamente, racconti di un incontro con il dottor Davigo. Non nell’ufficio dell’uno o dell’altro, ma lungo le scale del CSM (vai a capire perché; o forse si capisce?); oggetto di quel quasi clandestino rendez-vous i verbali in questione.

  A questo punto però una domanda, anzi tre, sorgono spontanee. Prima, però, conviene vedere cosa sia la Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni mafiosi, quali i suoi compiti. E’ una commissione bicamerale, composta da 25 deputati e 25 senatori. Istituita per la prima volta con legge del 20 dicembre 1962, e da allora promossa con legge all’inizio di ogni legislatura. Svolge, in base all’articolo 1, comma 1, della legge istitutiva, i seguenti compiti: a) Poteri di verifica di attuazione normativa (a proposito delle leggi relative al contrasto del fenomeno mafioso: “…E’ attribuito alla Commissione…il compito di accertare la congruità della normativa vigente e della conseguente azione dei pubblici poteri formulando le proposte di carattere normativo e amministrativo ritenute opportune per rendere più coordinata e incisiva l’iniziativa dello Stato, delle regioni e degli enti locali e più adeguate le intese internazionali concernenti la prevenzione delle attività criminali…”); b) Poteri di inchiesta sulle organizzazioni criminali nazionali e internazionali; c) Poteri di inchiesta sui rapporti tra mafia e politica; d) Poteri di inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nel sistema economico; e) Poteri di inchiesta sui patrimoni illeciti e sul riciclaggio; f) Poteri di verifica dell’adeguatezza degli apparati di contrasto alle mafie; g) Potere di riferire al Parlamento al termine dei suoi lavori, nonché ogni volta che lo ritenga opportuno e comunque annualmente.

   Le domande: perché il dottor Davigo mostra questi verbali al presidente della Commissione antimafia Morra? In quei verbali c’è per caso qualcosa attinente alla mafia o organizzazioni delinquenziali simili? Colpisce che il senatore Morrane venga messo a conoscenza. L’incontro (sollecitato da chi?) è con il presidente della Commissione Morra, o ‘semplicemente’ con il senatore Morra?

  Infine: al posto del senatore Morra avremmo chiesto al dottor Davigo: perché mi racconti queste cose? E perché nel sottoscala del CSM, e non nel tuo o nel mio ufficio? Magari il senatore Morra queste due domande le ha fatte. Che risposta ha avuto? E se non le ha fatte, perché no?

  Ci sono tante cose, che non vanno nell’universo chiamato Giustizia. Con lucida e stringente logica un vecchio saggio della politica come Rino Formica si concede una frecciata: “Quando il Partito Radicale, piccolo partito che nella storia della Repubblica italiana rappresenta una componente non trascurabile della coscienza critica della società, pone al presidente della Repubblica il problema del messaggio alle camere sulla crisi della Giustizia e del CSM, la risposta semi ufficiosa è stata quella che non si deve interferire, perché si stanno occupando del problema quattro procure. E’ come dire: vogliamo sapere che malattia ha il nostro corpo sociale e politico, e si risponde che se ne sta occupando il malato…”.

  Ci sono tante cose, che non vanno nell’universo chiamato Giustizia. Curioso che il CSM difetti di legittima curiosità; una non curiosità condivisa da tutti parlamentari che pure hanno la facoltà di chiedere attraverso interrogazioni, spiegazioni al ministero della Giustizia. L’elenco che segue, pur se lungo, e sicuramente lacunoso; qualche ‘caso’ mancherà; ad ogni modo: Antonio Bassolino, Graziano Cioni, Nicola Cosentino, Roberto Cota, Leopoldo Di Girolamo, Vasco Errani, Raffaele Fitto, Stefano Graziano, Maurizio Lupi, Calogero Mannino, Salvatore Margiotta, Ignazio Marino, Roberto Maroni, Clemente Mastella, Riccardo Molinari, Esterino Montino, Raffaella Paita, Filippo Penati, Edoardo Rixi, Beppe Sala, Renato Schifani, Francesco Storace, Pietro Vignali

  Tutti questi personaggi hanno una cosa, in comune: l’esser stati coinvolti in lunghe inchieste, che hanno comportato gogna mediatica e, per alcuni di loro, conseguenze non solo psicologiche, ma concrete: sotto forma di dimissioni dalle cariche che ricoprivano e impossibilità di ricandidarsi. “Stritolati ed assolti”, per tutti il finale verdetto: “assolti per non aver commesso il fatto”. A nessuno viene la curiosità di sapere come e perché sia accaduto quello che è accaduto? Una commissione di inchiesta per fare luce e conoscenza su questi e altri simili episodi, è un attentato all’autonomia della magistratura? E gli ‘attentati’ ai cittadini, quelli non sono e non fanno storia?

  Ci sono tante cose, che non vanno nell’universo chiamato Giustizia. La Corte d’Appello da sola vale quanto quelle di Roma, Milano e Napoli. Il primato dei valori medi spetta invece a Palermo con 96mila euro. Il Dipartimento per gli Affari di Giustizia del ministero della Giustizia invia al Parlamento la Relazione sull’applicazione delle misure cautelari personali e i dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto al risarcimento per ingiusta detenzione nonché il numero di procedimenti disciplinari iniziati nei riguardi dei magistrati che le abbiano disposte. Sono stati iscritti 1.108 procedimenti per ingiusta detenzione nel 2020; altri 935 sono stati esauriti: il 77 per cento con pronunce di rigetto; le altre (23 per cento), accolte. L’importo complessivamente versato per riparazione per ingiusta detenzione nel 2020 è di 36.958.291 euro, per complessivi 750 provvedimenti. Una media di 49.278 euro per caso. Quasi 27 milioni di risarcimenti riguardano le sole Corti d’appello di Bari, Catanzaro, Palermo, Roma e Reggio Calabria. Quest’ultima, da sola, ha liquidato risarcimenti pari alla somma di quelli emessi complessivamente da Roma, Milano e Napoli. Nel dettaglio: a Palermo sono stati liquidati 4,4 milioni; a Napoli 3,1 milioni; a Reggio Calabria si sono sfiorati gli 8 milioni di euro. A Catanzaro risarcimenti per 4,9 milioni; a Bari 3,6 milioni; a Roma 3,6 milioni.

  Per quel che riguarda i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, invece, nella Relazione si legge: “lanalisi normativa e il monitoraggio avviato dall’Ispettorato generale sulle ordinanze di accoglimento delle domande di riparazione per ingiusta detenzione consentono di ritenere: l’assenza di correlazione tra il riconoscimento del diritto alla riparazione e gli illeciti disciplinari dei magistrati. Le azioni promosse nel 2020 sono state 21 e risultano tutte in corso, tutte partite dal Ministero. Nel triennio invece sono state 61 (quattro promosse dal Procuratore Generale di Cassazione): 12 assoluzioni; 4 censure; 17 Nessun procedimento disciplinare; 25 in corso.

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