domenica, Maggio 9

E' allarme PIL

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Allarme Pil per l’Italia, lo lancia in audizione in Commissione finanze della Camera il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. «La situazione particolarmente difficile che l’economia italiana vive da sei anni ha pesato anche sul risultato degli stress test, nello scenario avverso la caduta cumulata del Pil  tra il 2008 e il 2016 (l’anno finale dello stress test) sarebbe per l’Italia di quasi 12 punti percentuali  più elevata di quasi 8 punti rispetto a quella registrata in media dall’area dell’euro dal picco pre-crisi».

Non sono ancora scongiurati i rischi di deflazione: «Non siamo in una situazione di deflazione, ma i rischi non possono più essere ignorati. Se le nuove informazioni sull’inflazione confermeranno la persistenza o addirittura l’aggravarsi dei rischi per la stabilità dei prezzi nell’area dell’euro occorrerà avviare, con tempestività, ulteriori interventi di acquisti di titoli su larga scala, al fine di riportare le dimensioni dei bilancio dell’Eurosistema sui livelli desiderati».

E per quanto riguarda la ripresa dei prestiti, ci sarà bisogno – secondo Visco – di tempo: «La ripresa dei prestiti bancari sarà necessariamente graduale: stimiamo che quelli alle società non finanziarie riprenderanno a crescere non prima della metà del 2015, mentre i prestiti alle famiglie potrebbero tornare ad aumentare già nei primi mesi dell’anno».

Visco ha poi rivelato di aver contestato formalmente l’approccio sugli stress test. La contestazione della Banca d’Italia riguarda il fatto che Francoforte non ha effettuato alcuna armonizzazione di una serie di discrezionalità nazionali tra le quali figura, ad esempio, la possibilità di graduare nel tempo la deduzione degli avviamenti del capitale di migliore qualità per le banche. E’ stato quindi adottato, con una decisione da noi non condivisa e contestata per le vie formali – ha puntualizzato Visco – un approccio asimmetrico delle discrezionalità nazionali.

Stoccata finale sulla stabilità politica: «Io sono diventato governatore nel 2011, e in Italia ci sono stati 5 ministri delle Finanze, sono state tutte persone stimabili che hanno avuto un grande riscontro a livello internazionale, ma ce n’e’ stato sempre uno in Germania. Il nostro peso dipende da quanta certezza riusciamo a dare che alla prossima riunione ci saremo ancora e saremo efficaci. E’ importante il lavoro che fanno i burocrati e che fa la Banca d’Italia  ma abbiamo bisogno del governo, del Parlamento».

L’Italia rischia, a dirlo – secondo l’Ansa – il Commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici. La lettera, di cui l’ANSA ha preso visione, si compone trasmette al Parlamento italiano il parere della Commissione del 28 novembre scorso in cui si spiega tra l’altro che l’Italia « +è a rischio di non rispettare i requisiti del patto di stabilità e crescita e la Commissione invita le autorità a prendere le misure necessarie nell’ambito dell’esame dei documenti di bilancio per assicurare che la manovra 2015 sia in linea con il suddetto Patto».

«La Commissione si augura che la propria posizione illustrata nei documenti allegati contribuisca ad alimentare in Italia il dibattito sul documento programmatico di bilancio», ed auspica che «i parlamenti nazionali siano associati al processo del semestre Ue nel rispetto delle norme costituzionali nazionali». Il commissario Ue auspica «la attiva partecipazione dei Parlamenti nazionali e la loro consapevolezza che la interdipendenza della politica di bilancio nazionale sia di fondamentale importanza per la responsabilità e la legittimità del processo».

Nella lettera si specifica poi che la Commissione, in base al regolamento del 2013 che compone il cosiddetto Two pack, presenti e motivi il proprio parere su richiesta ai parlamenti nazionali. Ma, a quanto si apprende, fino ad ora nessuno da Montecitorio aveva avanzato richieste in tal senso.

Il Debito pubblico continua a crescere, lo rileva il bollettino statistico di Bankitalia, ad ottobre  il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 23,5 miliardi, a 2.157,5 miliardi. L’incremento riflette per 6,6 miliardi il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche e per 17,8 miliardi l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro.

Nel complesso, l’emissione di titoli sopra la pari, l’apprezzamento dell’euro e gli effetti della rivalutazione dei Btp indicizzati all’inflazione (BTPi) hanno contenuto l’incremento del debito per 0,8 miliardi.Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 25,0 miliardi, quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 1,5 miliardi; il debito degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente invariato.

Le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state invece pari a 28,5 miliardi, in diminuzione del 2,7% (0,8 miliardi) rispetto allo stesso mese del 2013. Nei primi dieci mesi dell’anno le entrate sono rimaste sostanzialmente invariate; tenendo conto di una disomogeneità nella contabilizzazione di alcuni incassi, la dinamica delle entrate tributarie sarebbe stata meno favorevole.

Inferiore a quello tedesco ma sopra la media dell’unione europea, è questo-secondo Eurostat– il costo del lavoro in Italia. In media, un’ora di lavoro in Italia costa alle aziende 28 euro, contro una media Ue di 24,2 euro. In Germania il costo sono 31,6 euro. In Polonia, invece, il costo del lavoro è inferiore di oltre un terzo rispetto all’Italia, attestandosi a soli 7,9 euro. In Repubblica Ceca il costo del lavoro è di 10 euro all’ora, in Romania di 4,1 euro, in Bulgaria di 3,4 euro. In Italia, tuttavia, il numero di ore di lavoro per singolo lavoratore a tempo pieno è tra i più bassi d’Europa (1565 ore all’anno, contro una media Ue di 1661 ore), inferiore solo a Belgio e Francia.

Questo contribuisce a diminuire il peso dei salari nel calcolo del costo del lavoro. E infatti, in Italia tra il 2008 e il 2012 gli stipendi sono cresciuti del 6,9%, contro una media Ue dell’8,2% e una media dell’Eurozona del 9,1%. Al contrario, nello stesso periodo in Italia i costi non salariali del lavoro sono aumentati di più che nel resto d’Europa: 2,8% in Italia contro una media Ue e dell’Eurozona del 2,7%.

Un albero pieno di tasse, questo troveranno – secondo il Codacons – gli italiani sotto l’albero. Le scadenze fiscali del mese di dicembre, che oltre alle tasse sulla casa di domani vedono anche Iva, Tari e ritenute Irpef, stanno avendo-secondo l’associazione– un impatto pesante sulle spese degli italiani per le festività, con una contrazione generalizzata degli acquisti natalizi del -5% rispetto allo scorso anno, la riduzione di spesa pari a circa 500 milioni di euro sul Natale 2013 sta danneggiando in particolare i settori dell’abbigliamento, delle calzature e dell’arredamento, dove le vendite appaiono in flessione pesante, «ma gli italiani, per far fronte al pagamento delle tasse, hanno dovuto tagliare anche gli addobbi natalizi in casa, al punto che 1 famiglia su 3 ha rinunciato quest’anno a nuovi acquisti, preferendo riciclare palline, coccarde, luci, presepi degli anni passati – denuncia il presidente Carlo Rienzi – Gli unici settori che al momento tengono testa alla crisi dei consumi sono gli alimentari, i giocattoli e i prodotti hi-tech, comparti dove gli acquisti appaiono in linea con quelli degli scorsi anni».

Piazza Affari chiude la seduta in pesante ribasso. Il Ftse Mib cede il 2,8% a 18.078 punti. Chiude in calo invece lo spread a 137 punti, rendimento al 2%.

 

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