giovedì, Aprile 22

E a Pasqua Papa Francesco fa lezione di diritto

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Curioso. I sempre attenti opinionisti e commentatori di cose vaticane, questa volta sembrano essersi distratti. Eppure Papa Francesco, quel papa venuto da quasi la fine del mondo, nel suo messaggio pasquale ha voluto inserire un concetto importante; ad un certo punto ecco che scandisce: «Si possano costruire ponti di dialogo…per il progresso e il consolidamento delle istituzioni democratiche, nel pieno rispetto dello stato di diritto».

Ventidue parole appena, ma è lì, l’essenza del discorso papale, più che la denuncia dei conflitti, la condanna ai mercanti d’armi, l’appello a non volgere il capo di fronte ai poveri del mondo. In quel «Si possano costruire ponti di dialogo…pieno rispetto dello stato di diritto», c’è una doppia, significativa, affermazione: il concetto base della nonviolenza, il ‘dialogo’ appunto; coniugato all’altro concetto, quello che è alla base della più autentica concezione liberale: lo ‘stato di diritto’.

Curioso (anche se tutto sommato non sorprendente) che questo ‘messaggio’ non lo si sia saputo (o voluto?) cogliere; e vorrà pure dire qualcosa.

Vuole dire qualcosa anche quel che emerge da un sondaggio SWG su come l’opinione pubblica italiana percepisce l’amministrazione della giustizia e l’operato della magistratura. Alla domanda se si ha fiducia nei giudici ben il 56 per cento risponde poca o nessuna; solo il 5 per cento ne ha molta, il 39 per cento abbastanza. Nel 2011 quelli che avevano molta o abbastanza fiducia nei magistrati erano il 54 per cento. Nel 1994 il 66 per cento. Dunque, in 23 anni il 22 per cento in meno. Non solo: il 72 per cento degli interpellati è contrario a che il magistrato si impegni in politica e si candidi a cariche pubbliche; ben il 69 per cento ritiene che certi settori della magistratura perseguono obiettivi politici. Per il 62 per cento degli interpellati non è opportuno che un magistrato, terminato il mandato elettorale, torni a svolgere l’attività giurisdizionale. Il rapporto tra certi magistrati e certi giornalisti viene giudicato dannoso per la giustizia, e si nutre pochissima fiducia nei confronti dei giornalisti che si occupano di inchieste giudiziarie. Il 50 per cento dice che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche andrebbe ‘vietata’, senza ‘se’ e senza ‘ma’.

In definitiva è l’ennesima conferma di quanto si mostra di ignorare. In anni ormai lontani, alla magistratura italiana è stato permesso di debordare da quelli che erano e sono i suoi limiti costituzionali; e lo si è fatto, obietterà qualcuno, per buone ragioni: la lotta alla corruzione, al terrorismo, alla criminalità mafiosa. Si è dimenticato, si è voluto dimenticare, che non c’è buona ragione che tenga, se non è accompagnata al diritto; e che il diritto va difeso e rivendicato in ogni caso e sempre, anche se ottime possono essere le ragioni per metterlo da parte. Lo aveva ben compreso Leonardo Sciascia già trent’anni fa: «L’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera), deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tede piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto…». E si dirà che non si deve generalizzare, fare un fascio di ogni erba. Non si deve, ma risultati come quelli emersi dal sondaggio SWG dicono con chiarezza come viene percepita l’amministrazione della giustizia in questo Paese.

Una storia che non ha fatto ‘notizia’. La storia di un uomo che entra in cucina mentre il fratello prepara il caffè, e si spara un colpo alla testa con la pistola di ordinanza. Quell’uomo, sposato con figli,  era un agente di polizia penitenziaria.

Sono più di cento negli ultimi dieci anni, dicono i rapporti. Qualcuno lo chiama ‘effetto carcere’, ‘sindrome del burnout’. Il malessere di chi lavora nelle strutture penitenziarie è in aumento – non solo tra i detenuti; ormai è qualcosa che affligge anche gli agenti della polizia penitenziaria. Anche questa una realtà che finora si preferisce ignorare.

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