martedì, novembre 13

Dura Brexit, sed Brexit

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Dopo il voto di giugno, la Brexit si sta per materializzare; anche se ancora non è stato presentato l’iter da parte del governo inglese, si prevede che ciò accadrà a breve. Quale sarà lo scenario rispetto alle molte incognite? Netta la valutazione della professoressa Brigid Laffan dello European University Institute, presso cui si occupa di questioni relative all’integrazione europea, con una particolare attenzione alle relazioni tra Unione europea e Regno Unito: non ci può essere una via “soft” alla Brexit e si tratterà di una perdita per ambo le parti.

 

Qual è lo stato della procedura dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea (quello da applicare in caso di uscita di uno stato membro, ndr) nello scenario politico generale?

Il governo del Regno Unito porrà la questione dell’articolo 50 prima della fine di marzo. In generale, la questione è puntare ad una relazione con l’Europa che, nel campo dell’immigrazione, permetta di controllare le frontiere e l’immigrazione. Ritengo inoltre che la Brexit sarà ardua e che le questioni principali attualmente nel Regno Unito siano quelle relative alle dinamiche interne al Partito Conservatore inglese: infatti c’è un conflitto aperto al suo interno tra i più decisi sostenitori della Brexit e i liberalconservatori, orientati verso una relazione ancora forte con l’Ue. In questo contesto, il primo ministro inglese Teresa May ha optato per il controllo dell’immigrazione anziché all’economia inglese. Quindi, c’è molta incertezza per gli attori economici. Gli inglesi non sanno quali saranno i costi economici di lungo periodo per questa situazione né sono preparati al prezzo da pagare. Nessun dato mi dice che ci può essere una Brexit “soft”. Ciò è sorprendente, perché di solito le questioni economiche sono prioritarie, dettano l’agenda, ma in questo caso la May sta privilegiando la questione del controllo delle frontiere.

Lo ha confermato recentemente anche Craig Oliver in una recente intervista a “Repubblica”. L’economia passa in secondo piano, forse per la prima volta. Ma crede che a pagare saranno i lavoratori?

Il principale flusso di esportazioni ed importazioni del Regno Unito è verso l’Europa, più che in ogni altra parte al mondo. Perciò, la Brexit non è avvenuta per motivi economici, il Regno Unito ha accordi economici con il resto del mondo, penso al Commonwealth, ma i vicini più diretti restano importanti. Il Regno Unito non starà meglio dal punto di vista economico fuori dall’Ue; nel lungo termine, si riorganizzerà per competere con l’Ue, la stessa Europa potrà essere danneggiata in termini di competitività da questo allontanamento, ma il danno principale è per il Regno Unito. Non è comunque solo una questione economica, in ogni caso, infatti il voto è stato molto differenziato nelle diverse parti del Regno Unito, perché ci sono state cospicue aree che hanno votato per il remain, tra cui Londra, la Scozia, l’Irlanda del Nord. Perciò si sono creati divisioni e conflitti interni nel Regno Unito. In questo momento, a mio avviso, la premier May sta dando attenzione all’unità interna al Partito Conservatore più di ogni altra cosa, da ambo le parti le principali forze in gioco sono i grandi partiti, perché quello liberale è molto debole e inefficiente, per cui è difficile per le forze politiche inglesi opporsi alla Brexit, anche se una cospicua fetta della popolazione la contesta, ma non c’è una opposizione credibile.

E in questo contesto, quale può essere il ruolo di Michel Barnier nelle negoziazioni?

Gli Inglesi presenteranno il loro relatore, i capi di governo del Consiglio europeo stabiliranno una linea da seguire per l’Europa a 27 e, Barnier si occuperà delle negoziazioni dal punto di vista tecnico. Sarà un ruolo molto complicato e tecnico, che richiede competenza.  Il nocciolo duro della negoziazione sarà nelle mani del Consiglio europeo, ma c’è anche una rappresentanza inglese nel segretariato del Consiglio, per cui l’alto ruolo politico sarà nelle mani del Consiglio, il ruolo tecnico spetterà alla Commissione europea e ci sarà una costante interazione tra i due. Il ruolo di Barnier perciò sarà molto importante, ma subordinato a quello del Consiglio e dei capi di governo.

Si è già visto in altri casi, come per il voto del 2005 sulla Costituzione europea, che le questioni europee vengono lette secondo un’ottica interna. Anche in questo caso, la Brexit  guarda a un processo nazionale piuttosto che ad un’idea di unità europea. È forse per questo motivo che il processo di uscita è rallentato?

La domanda da porsi è se il processo sia inarrestabile. C’è da chiedersi a quali condizioni la Brexit potrebbe non avvenire, ma ciò è quasi impossibile da valutare. Si potrebbe configurare uno scenario in cui, dopo le negoziazioni tra Ue e Uk, possa esserci il rischio di un secondo referendum, ma ad oggi non c’è assolutamente nessun segnale che ciò possa accadere.

Secondo lei quindi l’uso dell’ inglese – oggi lingua ufficiale nell’Ue – sarà estromesso dalle istituzioni europee? O l’inglese rimane importante per ragioni di interesse globale?

No, l’inglese è molto radicato, per molte persone è la seconda lingua all’interno dei 27 Stati membri, non vedo le condizioni per cui il francese diventi la lingua dominante in Europa. D’altra parte, numerosi Stati in cui si parla inglese rimarranno nell’Ue.

Riguardo a questioni globali, attualmente si osservano risposte deboli dell’Europa, per esempio con riferimento al Medio Oriente, al suo ruolo all’interno della coalizione anti Isis. Ritiene che rispetto al Medio Oriente, dopo la Brexit, le posizioni di Europa e Regno Unito si allontaneranno?

No. Rispetto al Medio Oriente, non credo la Brexit farà la differenza. L’Europa combatte, ma non ha comunque un grande impatto sul Medio Oriente; in questo contesto il Regno Unito non è tra i principali attori, credo che gli sviluppi di tale politica negli Stati Uniti con Trump saranno quelli più significativi.

Rispetto al rapporto Usa – Ue, la Brexit porterà a dei cambiamenti?

Siamo tutti in attesa di vedere gli sviluppi delle politiche di Trump. Per l’Europa è molto svantaggioso trovarsi oggi in mezzo alla situazione che vede Putin da una parte e Trump dall’altra. Ma molti stati europei, così come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, rimarranno membri della Nato. Difesa e sicurezza rimarranno sue priorità. Difficile sapere se la Gran Bretagna si avvicinerà di più a Trump che all’Europa, ma certamente l’elezione di Trump non è per essa positiva perché porta incertezza, può generare conflitti, può portare all’Europa più problemi della Brexit.

Comunque, Europa e Regno Unito non diventeranno avversari…

No, il meglio che ci possiamo aspettare è un rapporto di buon vicinato! Il Regno Unito resta sempre uno Stato europeo, in contatto con l’Ue. Le negoziazioni saranno molto difficili, specialmente all’inizio, ma poi le cose si stabilizzeranno nel tempo. Non si può dire però se la Brexit sia preferibile per l’Europa o per il Regno Unito: sarebbe stato meglio che non fosse avvenuta!

Per finire: la relazione con la Russia, non semplice di questi tempi per l’Europa, per via del suo protezionismo economico, per esempio nel campo agroalimentare, rispetto all’Europa e anche agli USA. Qual è da questo punto di vista l’effetto della Brexit?

La difficoltà, per l’Europa a 27,  è quella di rimanere praticamente la stessa, perché sia essa che il Regno Unito hanno ora più difficoltà nelle relazioni con la Russia. Putin non ha particolari interessi verso l’Europa o il Regno Unito. Di fondo, vuole alimentare conflitti interni ai vari governi, perciò ritengo che la Russia anche dopo la Brexit rimanga uno stato autoritario che potenzialmente danneggia il resto d’Europa.

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