giovedì, Ottobre 28

Due opzioni per l'Ucraina field_506ffb1d3dbe2

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Ucraina manif

Dal fronte interno giungono segnali contrastanti sull’andamento della crisi ucraina. Dopo tre mesi di occupazione gli insorti hanno sgomberato il municipio di Kiev, che avevano trasformato in proprio quartier generale. Era la condizione posta dal governo per dare pienamente corso all’amnistia, che comporta la scarcerazione di 234 persone coinvolte nell’assalto alle sedi del potere e costituiva a sua volta una delle condizioni poste dal movimento anti regime per proseguire sulla via del dialogo con quest’ultimo.

E’ un segnale ovviamente distensivo, tanto più che lo sgombero è avvenuto malgrado la contrarietà di Julja Timoscenko, l’ex premier leader quanto meno simbolica del movimento ma di fatto impossibilitata a guidarlo perché da tempo in carcere (e in cattiva salute) per una dura condanna. Contemporaneamente, però, gli avversari del regime sono tornati in piazza nella capitale rilanciando una sfida che rimane così aperta nonostante una tregua neppure tanto breve ma non tradottasi neppure in un armistizio.

Malgrado la concomitanza con le Olimpiadi nella vicina Sochi non c’è mai stata tregua, invece, sul fronte esterno, dove la Russia si misura, una volta di più, con gli Stati Uniti e in termini meno aspri con l’Unione europea, ovvero con alcuni suoi membri più sensibili alla complessità della posta in gioco o meno distratti da altre urgenze. Anche qui, comunque, i segnali sono tutt’altro che univoci e fortunatamente tali, si può dire. La loro porzione distensiva, infatti, sembra rafforzarsi, riducendo i timori che la crisi possa volgere al peggio proprio dopo la spegnimento della fiamma olimpica.

Le polemiche incrociate tra russi da una parte e occidentali dall’altra non si sono attenuate ma tendono semmai ad intensificarsi. Soprattutto da parte russa, presumibilmente per reazione al maggiore o più visibile attivismo occidentale nelle visite ad alto livello a Kiev e dintorni e nell’appoggio (politico-morale ma, probabilmente, in qualche misura anche materiale) agli ucraini devoti alla democrazia e alla causa europeista, che a Mosca invece vengono generalmente bollati come banditi, fascisti ecc.

Sembra però trattarsi di un fuoco di sbarramento reciproco da non sopravvalutare e forse destinato in parte a coprire manovre di diverso segno. Le accuse e le invettive russe si concentrano in particolare sugli Stati Uniti, che a loro volta mostrano una certa impazienza per i veri o presunti traccheggiamenti degli alleati europei. Impazienza che diventa magari insofferenza come quella testimoniata dalle espressioni non proprio eleganti usate dall’ambasciatrice americana a Kiev nei confronti della comunità di Bruxelles.

Non si sa che cosa esattamente vorrebbe Washington che si facesse o dicesse di più in difesa degli insorti o comunque oppositori ucraini. Non saranno certo il diniego di visti d’ingresso ad alcuni loro avversari o il congelamento di alcuni loro conti in banca all’estero a decidere la partita in corso. Si sa per contro che, come ha scritto l’’Economist’, «la Russia teme di perdere l’Ucraina più di quanto la UE ci tenga ad acquistarla». Ma tra l’impossibilità per la UE attuale di sedurre l’Ucraina, l’intera Ucraina, con il miraggio di una futura ammissione a pieno titolo nella Comunità, come vorrebbe il settimanale inglese, e l’apparente renitenza della Russia ad affrontare qualsiasi rischio e costo pur di tenere legata a sé l’Ucraina intera, esiste non poco spazio per la ricerca di soluzioni intermedie tali da accontentare o non scontentare troppo tutti gli interessati. E questo spazio sembra venire utilizzato adesso, o destinato ad esserlo, da entrambe le parti.

Non solo in teoria ma anche nelle indicazioni che effettivamente circolano, sono due le possibili soluzioni del problema capaci di scongiurare il rischio di una sanguinosa e rovinosa guerra civile con o senza interventi esterni. Una consiste nel promuovere o favorire in modo concertato un compromesso interno tra l’attuale governo di Kiev  e gli oppositori che del resto lo stesso presidente Viktor Janukovic ha provato ad impostare destituendo il premier filorusso Mykola Azarov e offrendo le due massime cariche governative ai due principali esponenti della minoranza parlamentare, Arsenyj Jazenjuk e Vitalij Klichko.

Per gli oppositori, almeno fino adesso, non è bastato: chiedono anche nuove elezioni, parlamentari e presidenziali, a breve scadenza e la riduzione dei poteri del capo dello Stato al livello precedente il ritorno in carica di Janukovic nel 2010. In favore di un compromesso si è verosimilmente adoperata nei giorni scorsi, a Kiev, la responsabile della UE per le relazioni esterne, Catherine Ashton, mentre l’argomento è stato sicuramente affrontato da Frank-Walter Steinmeier, tornato a dirigere il Ministero degli esteri tedesco, nel suo incontro di giovedì a Mosca con l’omologo russo Sergej Lavrov.

Fautore di un più vigoroso impegno in politica internazionale, adeguato al peso economico della Germania, anche il socialdemocratico Steinmeier ha criticato il comportamento dei governi di Kiev e di Mosca ma non deve avere archiviato i propri vecchi propositi (controversi anche a Berlino) di cercare convergenze e intese con la Russia. Dai suoi colloqui con Lavrov non sono emersi spunti particolarmente rilevanti, ma è da presumere che la loro comune dichiarazione di rispetto per le scelte autonome e sovrane degli ucraini non esaurisca affatto i compiti che si prefiggono i due interlocutori.

All’inizio del mese Steinmeier si era intrattenuto a Monaco di Baviera  con Klichko, l’ex peso massimo campione del mondo che sembra godere di particolari simpatie in Occidente ma potrebbe non dispiacere anche a Mosca come nuovo premier, non avendo tra l’altro alcun legame con i vecchi e screditati dirigenti ucraini filo-occidentali. C’è poi un altro imminente appuntamento che attende il capo della diplomazia tedesca: quello a tre ancora con Lavrov e con il Ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski. Con  l’esponente, cioè, di un Paese sospettato di tramare per sottrarre l’Ucraina all’influenza russa ma il cui governo attuale si mostra, verso Mosca, più aperto e  collaborativo del precedente. E lo stesso Sikorski ha esortato giorni fa gli insorti ucraini ad accettare compromessi.

Resta a questo punto da vedere se il ribadito obiettivo di Lavrov di trovare sponda in Occidente per parare i pericoli che incombono sull’Ucraina e sull’Europa fruirà del pieno appoggio di Vladimir Putin, una volta reduce dagli sperati trionfi olimpici. Anche il presidente russo preferirebbe probabilmente fare il possibile per preservare l’integrità statale e territoriale del vicino meridionale sia pure pagando un certo prezzo politico per mantenere comunque su di esso un grado sufficiente di controllo.

Se si riuscisse del resto ad escogitare moduli funzionali per la partecipazione dell’Ucraina ai processi integrativi di due diverse aree economiche non mancherebbero tangibili benefici per la Russia, non più costretta a sostenere da sola, in tempi di vacche relativamente magre, l’onere di salvare un grosso Paese dalla bancarotta, ora più che mai paventata. Benefici tanto più apprezzabili in quanto, mentre Bruxelles sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti finanziari a Kiev insieme con il Fondo monetario, l’opinione pubblica russa non nasconde il suo malumore per il prestito di 15 miliardi di dollari e altre forme di sovvenzione già promesse e in fase di erogazione.

Scatenatasi la bufera, Putin ha bloccato tutto in attesa di sapere chi saranno i nuovi dirigenti ucraini e pur precisando che gli aiuti non erano destinati al governo in carica ma al popolo ucraino. Ma qui il Cremlino si trova probabilmente di fronte ad un dilemma ancora da superare.  Senza dubbio Putin e compagni non si fidano più di tanto di Janukovic, che se non altro ha messo a dura prova, a più riprese e l’ultima volta per lunghi mesi, la loro pazienza. Il suo più recente comportamento, improntato secondo loro ad eccessiva debolezza, fa temere loro che la rottura con la UE dello scorso dicembre possa non essere irreversibile.

Tanto varrebbe, allora, adottare la linea caldeggiata da Lavrov puntando su un’intesa più o meno formale negoziata con Bruxelles che aiuti a creare in Ucraina ed intorno ad essa un assetto politico-economico tale da salvaguardare un minimo irrinunciabile di interessi russi. Ma anche in questo caso rimarrebbero incognite non da poco, con in testa quella di cui a Mosca si parla ormai apertamente e diffusamente. Si teme, cioè, che elezioni pienamente regolari possano, come già nel 2005, spazzare via, questa volta magari definitivamente, Janukovic o chi per lui, e consegnare il potere e uomini e forze antirussi con i quali dover rifare da capo tutti i conti.

Ed ecco che allora entra in gioco la carta di riserva che in Russia, da più parti e con crescente insistenza, si prospetta come extrema ratio relativamente rassicurante benchè non soluzione ideale: la federalizzazione dell’Ucraina e al limite la separazione tra l’Est e il Sud del Paese, prevalentemente russofoni e/o filorussi, e l’Ovest e almeno parte del Centro eurofili, con i primi due eventualmente assorbibili infine dalla Federazione russa.

Di una simile opzione non si parla invece ancora da parte occidentale, probabilmente perché rifiutata sinora dalle province occidentali ucraine, economicamente più deboli di quelle orientali benchè l’obsoleta industria pesante dell’Est, ereditata dall’URSS, sopravviva solo grazie agli acquisti russi dei  prodotti del mitico (un tempo) Donbass. La pressione sud-orientale in quella direzione però aumenta, come prova la sortita di un cosiddetto Forum panucraino appena riunito a Jalta, con la partecipazione di 18 province su un totale di 24, che propone il decentramento del potere statale conferendo ampie autonomie a tutte oltre alla sola Repubblica di Crimea che ufficialmente già ne gode. Nel relativo documento si preferisce evitare il termine federalizzazione anche se la differenza di contenuto non è facile da precisare. Ma si tratta ugualmente di un avvicinamento a posizioni e visuali già ben solide in Russia.

 

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