sabato, Maggio 15

Due Colleghe, due discriminate In un Ministero, due architetti, donne, denunciano per anni situazioni di gravi irregolarità. Le denunce costano caro

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sicurezza sul lavoro

 

Vittoria e Francesca (nomi di fantasia per tutelare la privacy), entrambe laureate in discipline tecniche, dopo aver insegnato per circa vent’anni nella scuola pubblica chiesero il trasferimento in mobilità volontaria presso uno dei più importanti Ministeri, subendo subito un’ingiustizia: non fu riconosciuto il loro inquadramento nella categoria cui appartenevano e che riuscirono a  recuperare solo attraverso un annoso contenzioso condotto unitamente ad altri colleghi provenienti dalla scuola pubblica.

Vittoria e Francesca, sin dall’inizio della nuova esperienza, incontrarono un forte ostracismo da parte dei dipendenti (anche di livello dirigenziale) già in organico.
Dopo qualche anno, si impegnarono in un’intensa attività sindacale, con incarichi specifici nel settore della sicurezza negli ambienti di lavoro.
Partirono le prime denunce, che poi, nel corso degli anni, si fecero ripetute, per chiedere ai responsabili interventi mirati a tutela della sicurezza dei dipendenti.
La loro responsabilità divenne un torto, Vittoria e Francesca vivevano in uno stato di tensione continua, si trovarono senza strumenti di lavoro adeguati, senza mansioni specifiche, sottoposte a continui trasferimenti di stanza e di sede, emarginate rispetto ai colleghi d’ufficio.

Le due colleghe si trovarono, insomma, totalmente escluse dalla struttura organizzativa e non mancarono episodi sconcertanti, come, per esempio, trovare la stanza a soqquadro al rientro da un periodo di ferie. Decisero di rivolgersi al Tribunale, promuovendo un ricorso.
La sintomatologia dei disturbi psico-fisici accusati da Vittoria e Francesca si aggravava giorno dopo giorno, ma nessun provvedimento veniva preso dai vertici per migliorare le loro condizioni fisiche e lavorative, anzi! Si arrivò, addirittura, a costringere Vittoria, immediatamente dopo  la presentazione da parte sua di certificazione medica che attestava gravi sofferenze alla colonna vertebrale, a  imballare, e  con urgenza, del materiale per effettuare un trasloco, compito da addetti al facchinaggio.

La depressione si era fatta insopportabile e Vittoria si sottopose ai controlli del Centro antimobbing della ASL di Roma, dove le fu confermato che soffriva di  «disturbo dell’adattamento reattivo a stress occupazionale, quadro clinico cioè compatibile con una condizione di mobbing».

I sintomi si fecero più frequenti e severi, nonostante le terapie farmacologiche, a Vittoria saliva la pressione ma lei non se ne rendeva conto, stava male, sapeva solo questo.  Una mattina perse i sensi in ufficio, uscì in ambulanza per essere ricoverata d’urgenza in ospedale. Gli spostamenti da una sede all’altra, da una stanza all’altra continuarono, come continuò l’ignorare la professionalità che aveva acquisito.

Vittoria e Francesca, anche in queste condizioni difficili, non smisero mai di denunciare, nella loro qualità di dirigenti sindacali e come dipendenti, ogni problema legato alla sicurezza dei lavoratori e questo certo procurò ancora tante antipatie da parte dei vertici. 

Nel 2008, cioè dopo circa dieci anni di discriminazioni e violenze psicologiche, a Vittoria fu intimato disottoporsi a visita medica di verifica a ‘proficuo lavoro’ presso la commissione, che ha il compito di stabilire la gravità dei disturbi psicologici. Fu ritenuta idonea. In uno stato di profonda frustrazione e irritazione, Vittoria veniva ancora una volta lasciata sola, senza ordine di servizio nella struttura organizzativa modificata. Completamente esausta, nel marzo 2009 presentò domanda di pensionamento e a giugno riusciva a uscire dall’inferno.

Francesca ha vissuto le stesse vicende e si è rivolta agli stessi legali per essere difesa congiuntamente a Vittoria, purtroppo il contenzioso ha avuto esito sfavorevole.
Fino al 1996, Francesca fu impegnata nell’approvazione urbanistica di opere pubbliche, ricevendo diversi riconoscimenti. Nell’ambito del suo lavoro ordinario presto cominciò a evidenziare l’improcedibilità di alcune approvazioni, e, guarda caso, cambiò incarico, relegata a semplici archiviazioni di dati o alla stesura di atti non rilevanti. Come e con Vittoria, Francesca, da sempre sensibile ai problemi della sicurezza, nel 1998 iniziava a segnalare le condizioni di rischio presenti negli ambienti di lavoro e veniva designata come dirigente sindacale nel 2001. A giugno 2002 Francesca cominciò a occuparsi di abusivismo in un’altra sede. Tuttavia restava senza possibilità alcuna di operare, poiché il suo compito, in realtà, era svilito. A dicembre 2003 Francesca si spinse oltre: rilevò i problemi strutturali visibili all’interno e all’esterno degli edifici dovuti a cedimenti del terreno e chiese che fossero effettuate le dovute verifiche. Il tutto fu completamente ignorato. Francesca, come Vittoria, assumeva ormai farmaci per contrastare l’ansia e disturbi psicologici invalidanti; stare in ufficio la faceva sentire inutile e la costringeva a continui raffronti con altri colleghi ‘ben visti’ e lanciati verso traguardi di carriera.

Dal 2004, dopo aver segnalato agli organi gerarchici le difficoltà lavorative, senza tuttavia ottenere risposte concrete, Francesca comincia a informare sistematicamente della sua situazione occupazionale l’Ispettorato del lavoro, la ASL e l’Ispettorato della funzione Pubblica.

Anche a Francesca fu diagnosticato, nel centro specialistico: «un disturbo reattivo a stress occupazionale, quadro clinico cioè compatibile con una condizione di mobbing». Diversamente dal resto dei colleghi continuava a non essere impegnata neppure nelle attività ordinarie dell’ufficio.

Ormai esausta dalla quotidiana, costante e oppressiva emarginazione sempre più frustrante, anche Francesca chiese il pensionamento anticipato.

A fronte di tanti cosiddetti ‘fannulloni’, le Amministrazioni Pubbliche sono ricche di professionisti capaci, indipendenti, coraggiosi al punto da segnalare irregolarità e rischi, con la conseguenza, fin troppo frequente, di essere subito tolti di mezzo, allontanati dal gruppo coeso e omertoso, come la storia di Vittoria e Francesca testimonia. 

 

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