sabato, Aprile 10

Dublino dal punto di vista delle Associazioni field_506ffbaa4a8d4

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In un momento critico, per quanto riguarda i flussi migratori, il primo ad andare sul banco degli imputati è  il Regolamento di Dublino III. Il problema fondamentale rimane, naturalmente, il gran numero di ingressi, che il più delle volte è difficile controllare. La rigidità del Trattato ha prodotto negli anni la situazione paradossale per cui da un lato c’è un richiedente asilo che non vuole stare in un Paese, e dall’altro lo stesso Paese che lo ospita che non vorrebbe o non può tenerlo. Gli Stati sanno che se salvano un migrante nelle proprie acque territoriali dovranno poi farsi carico anche della sua tutela: un ulteriore ‘fardello’, soprattutto per i Paesi affacciati sul mare.
Più o meno dichiaratamente, l’Europa è consapevole della necessità di modificare Dublino, e infatti nei mesi scorsi si è posta il problema e il Comitato per Libertà civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo  ha commissionato uno studio per riformare Dublino, il quale ha radiografato le carenze e le distorsioni e ha proposto delle soluzioni. Una riforma urgente e inevitabile che però non potrà essere discussa prima del 2016.

Secondo le statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno, e basate su dati Eurostat, lo Stato con il maggior numero di casi di respingimento è la Germania: nel 2013 sono state 4.316 le riammissioni attive, ovvero espulsioni di richiedenti asilo verso il Paese attraverso cui sono entrati in Europa; nel 2008 erano 2.112, meno della metà. Subito dopo c’è la Svezia, con 2.869 riammissioni attive nel 2013. Per quanto riguarda le riammissioni passive, a guidare la classifica c’è proprio l’Italia, dove nel 2013 sono state rimpatriate 3.460 persone che erano entrate in Europa attraverso il nostro Paese ma che avevano chiesto asilo da un’altra parte. Un balzo avanti enorme rispetto al 2008, quando le riammissioni passive erano state solo 996. Le riammissioni attive in Italia invece nel 2013 sono state solo 5, verso l’Austria. Dopo di noi il maggior numero di riammissioni passive c’è stato in Polonia, altro Paese di confine: 2.442 nel 2013. Il totale delle riammissioni attive in tutta l’Unione europea nel 2013 è stato di 16.014.

Non vi è dubbio che qualcosa deve cambiare, anche perché l’emergenza non può continuare a essere gestita a scapito della vita umana.
Del tema ne abbiamo discusso con Luca Cusani, Presidente di Naga, un’associazione di volontariato laica e apartitica che si è costituita a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e di tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri, rom e sinti; e a Roberto Forte, vice Presidente di Terra del Fuoco, associazione che promuove una serie di progetti e iniziative per garantire ai rifugiati richiedenti asilo le migliori opportunità di inserimento, dove hanno fallito le politiche di accoglienza e soprattutto quale potrebbe essere la giusta di Dublino.

Il punto di partenza delle politiche comunitarie, come ci spiega Luca Cusani, è che hannocome obiettivo quello di creare un sistema europeo comune agli Stati membri e di regolare i flussi dei migranti attraverso direttive, Regolamenti (ad esempio il Regolamento Dublino) e le operazioni dell’Agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, che ha lo scopo di coordinare il pattugliamento delle frontiere esterne degli Stati della UE e di implementare gli accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere)”.

Allora dove hanno fallito? Secondo Roberto Forte il motivo va ricercato in “una duplice impostazione (secondo me errata): da un lato hanno un approccio puramente contenitivo del fenomeno, quando sarebbe fondamentale tentare di lavorare per regolarlo canalizzarlo e dunque controllarlo; d’altro lato, come su tanti, troppi aspetti, l’approccio europeo è più una somma di esigenze nazionali composte da trattative, dove i rapporti di forza in campo dipendono da fattori, quelli politico-economici, che nulla hanno a che vedere con il fenomeno”.

Anche il Regolamento Dublino III“, continua Cusani, “pur avendo in parte attenuato gli effetti negativi dei precedenti Regolamenti, non ha intaccato il principio secondo il quale la competenza per l’esame di una domanda di protezione internazionale ricade in primis sullo Stato che ha svolto il maggior ruolo in relazione all’ingresso e al soggiorno del richiedente nel territorio degli Stati membri, salvo alcune eccezioni. Questo principio è in evidente contrasto con il volere del migrante, che, per poter raggiungere il luogo dove intende proseguire la propria vita, deve necessariamente passare da alcuni Paesi ai quali non necessariamente intende chiedere protezione”

Esistono squilibri esistenti tra gli Stati membri. In effetti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo hanno subito dei flussi migratori maggiori rispetto agli Stati continentali. “I Paesi che subiscono un impatto di arrivi sono evidentemente quelli che sopportano un flusso più importante” spiega Forte, “ma non sempre questo si trasforma in un problema di accoglienza. Molti migranti ad esempio in Italia non si fermano, tentano in tutti i modi di andare a fare richiesta d’asilo nei Paesi in cui si vogliono fermare. Perché hanno reti familiari o di connazionali, oppure perché pensano o sanno di poter godere di condizioni migliori di accoglienza e integrazione. Ma tutto questo è decisamente lasciato al caso, per cui l’accoglienza viene alla fine lasciata alle politiche nazionali e alle politiche di frontiera”.

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