domenica, Aprile 18

Droni: Italia dice di essere pronta ma non lo è field_506ffbaa4a8d4

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I velivoli a pilotaggio remoto da qualche anno si sono assunti la cattiva reputazione di mietitori di morte. Sono tanti i casi di cronaca in cui un drone, mancato il suo obbiettivo sul terreno, ha colpito centri abitati o postazioni amiche. In questa tecnologia si è riposta troppa fiducia: si spera infatti che sia finalmente arrivato il momento di combattere guerre precise e senza uomini sul terreno, ma non è così. I droni, come tutte le armi, sono fallaci. I droni, come tutte le armi, hanno dietro l’obbiettivo una persona in carne e ossa che li manovra. Non è giusto pretendere dalle macchine l’infallibilità, quando i loro programmatori sono altrettanto infallibili.

La guerra è guerra e i droni sono solo uno strumento per combatterla.

Nella nostra penisola, il dibattito sui velivoli a pilotaggio remoto è un marasma di voci e opinioni, mosse il più delle volte da notizie romanzate. Fino a pochi giorni fa l’Italia non poteva disporre di droni armati. Ma allora, se non ci sono armi, come vengono utilizzati i droni? È utile acquistare tecnologie costosissime che hanno funzioni limitate? Cerchiamo di fare chiarezza.

Innanzitutto bisogna sottolineare come esistano diverse tipologie di droni in uso nelle varie forze armate del mondo.
Esistono velivoli per la ricognizione aerea, che scattano foto e acquisiscono obbiettivi per poi muovere le truppe sul terreno in modo più consono. Sono utili per monitorare la situazione nei giorni precedenti a un’operazione militare, per capire se qualcosa è cambiato nella zona di operazione, scovando eventuali ordigni esplosivi improvvisati. Esistono, poi, droni tecnologicamente simili a quelli per la sorveglianza ma che hanno montati rilevatori per le fonti di calore o di sostante tossiche. Il loro utilizzo è tristemente noto dopo i fatti di Fukushima, dove i droni dotati di rilevatori di radiazioni hanno sorvolato la zona per capire la percentuale reale di radiazioni presenti nell’aria. Questi UAV sono assolutamente necessari: grazie a loro evitiamo di dover mandare in zone interessate da pericolo nucleare, biologico o chimico personale appiedato protetto solo da qualche tuta e maschera. L’Italia ha in dotazione entrambi questi modelli e li utilizza moltissimo non solo per scopi prettamente militari, ma anche per collaborazioni civili.

Subito dopo il terremoto dell’Aquila del 2009, droni con rilevatori per le fonti di calore furono inviati sul posto per verificare la presenza di persone ancora in vita sotto le macerie, evitando di scavare in luoghi dove non era necessario. All’inizio del 2015, durante una delle più imponenti ondate migratorie verso il nostro Paese, la Marina Militare pattugliò alcuni tratti di mare grazie alle riprese fatte da velivoli a pilotaggio remoto. Un metodo sicuramente meno costoso e più versatile: una volta individuata l’imbarcazione da trarre in salvo, al drone veniva dato l’ordine di rientrare e chiamati i soccorsi.

Un risparmio di tempo, denaro e personale.

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