martedì, Gennaio 25

Draghi Presidente? E poi si vota? Si, No, Boh… Difficile trovare una quadra che consenta a Draghi di andare al Quirinale, e al tempo stesso evitare il voto anticipato, senza contare che Draghi deve riuscire al primo o al massimo secondo scrutinio

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In politica, dice un detto, spesso bisogna complicare le cose per renderle più semplici. Per quel che riguarda la prima parte, si è a buon punto: più complicate di come sono, le cose non potrebbero essere; che questo sia una sorta di prodromo per rendere ‘semplici’ è tutto da vedere. Complicate sono, complicate resteranno. A voler seguire gli umori della pubblica opinione, Mario Draghi guida la classifica deipapabili‘. Secondo un sondaggio Quorum-YouTrend, si attesta su un 17 per cento circa. Guida la classifica, ma non è esattamente un plebiscito: soprattutto se si tiene conto che Draghi beneficia del vantaggio di essere Presidente del Consiglio, e dunque una indiscutibile postazione di visibilità e operatività. Va poi considerato che con appena un distacco di sette punti, segue Silvio Berlusconi; e dopo due donne: Emma Bonino (8 per cento) e Marta Cartabia (5 per cento). Altri candidati li si cita solo per onor di cronaca: Romano Prodi, Walter Veltroni, Mario Monti, Paolo Gentiloni, Pier Ferdinando Casini, Elisabetta Casellati, Dario Franceschini, Paola Severino, Franco Frattini, Giuliano Amato, nessuno dei quali supera il 4 per cento dei consensi.
Il fatto è che non è il popolo ad eleggere il Presidente della Repubblica, ma il Parlamento; e la campagna elettorale non tiene conto di qualità come prestigio internazionale, credibile attività istituzionale, personalità super partes. Quello che i Grandi Elettori chiedono al Presidente della Repubblica, alla fine della fiera, è una sola garanzia: che non sciolga le Camere, e che la legislatura si esaurisca al suo termine naturale, il marzo 2023. Questo per una semplice ragione: nella prossima legislatura ci saranno molti meno deputati e senatori; inoltre almeno i due terzi degli attuali parlamentari non saranno neppure candidati, che saranno scelti dalle oligarchie dei partiti, ovviamente saranno premiati i ‘fedeli’ e gli ‘affidabili’. Inoltre, facile profezia, le prossime elezioni politiche terremoteranno alle fondamenta l’attuale scenario politico: il M5S attualmente il gruppo parlamentare più consistente, verrà drasticamente ridimensionato. Il centro-destra probabilmente raccoglierà la maggioranza dei votanti, ma non si può dire la consistenza, e soprattutto con quali equilibri interni: al momento Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni procede col vento in poppa, mentre in declino appare la Lega di Matteo Salvini; e boccheggiante la Forza Italia di Silvio Berlusconi. Sarà davvero così? E il Partito Democratico, con l’ipotizzato, ma quanto mai vago ‘campo largo’ di Enrico Letta?


In questo contesto, comprensibile e umano che la stragrande maggioranza dei parlamentari veda il ricorso a elezioni anticipate come fumo negli occhi. Tuttavia,
difficile trovare una quadra che consenta a Draghi di sostituire Sergio Mattarella al Quirinale, e al tempo stesso evitare che si sfasci la coalizione che guida. C’è chi ipotizza una staffetta con il silenzioso, discreto, Daniele Franco, Ministro delle Finanze, ma soprattutto persona a cui Draghi sa di poter voltare tranquillamente le spalle senza tema di sorprese. Detta così sembra facile; ma non lo è per nulla. Antonio Tajani, plenipotenziario di Berlusconi, non ha remora alcuna nel dire a destra e manca che se Draghi viene eletto Presidente della Repubblica, le elezioni anticipate sono obbligate, perché «nessun’altra figura può unire la stessa maggioranza». Anche il leghista Giancarlo Giorgetti, azzarda la possibilità, in caso di elezione di Draghi, di un governo transitorio, guidato da una figura strettamente connessa all’attuale premier; Franco, o Marta Cartabia: un governo che, strettamente collegato con il Quirinale, ‘governa’ fino alla fine del 2022; scioglimento delle Camere a gennaio, elezioni politiche, vittoria del centrodestra; e poi una ridda di nomi: Giorgetti, Meloni, Matteo Salvini. Finirà così? Il futuro è in grembo agli dei. Dei particolarmente bizzosi, in questo caso.

Non è un mistero che Draghi sia sempre più insofferente deicapriccidella sua maggioranza. Vero è che si è forgiato fin da ragazzo a una scuola che lascia un’impronta per la vita: l’istituto romano ‘Massimiliano Massimo’ gestito dai gesuiti; poi le esperienze non meno incidenti al Massachusetts Institute of Technology, a Princeton, Harvard, alla Banca Mondiale a Washington; e ancora: Bankitalia, Goldman Sachs, presidente della Banca centrale europea: insomma un ‘tecnico’ che conosce a menadito tutte le astuzie, riti e tranelli più di un consumato politico. L’idea di essere il tredicesimo Presidente della Repubblica gli sorride, certamente è unalloro che chiuderebbe degnamente una carriera di vincente. Proprio per questo non si può permettere un logorante rosario di votazioni, deve riuscire al primo o al massimo secondo scrutinio, eletto da un’ampia, ecumenica, maggioranza di destra, centro e parte della sinistra.
Se non avrà assicurazioni in questo senso, Draghi non muoverà neppure il più insignificante muscolo facciale: continuerà ad ostentare l’espressione olimpica e serafica di sempre: un Buddha, consapevole di non dover comunque dimostrare nulla a nessuno, di essere una rara risorsa di una Repubblica a corto di personalità significative e credibili, di idee-forza per il futuro prossimo e immediato. Draghi è insomma il cinese che attende in riva al fiume che le forze politiche prendano atto della loro sostanziale impotenza e incapacità di uscire dalle sabbie mobili in cui sono precipitate. ‘Siete voi ad aver bisogno di me’, è il suo messaggio. Il fatto è che in Parlamento operano anche forze politiche difficilmente controllabili; per il folto gruppo misto un solo argomento ha valore: che la legislatura prosegua; stesso discorso per il M5S, con l’eccezione di Giuseppe Conte: il suo è un interesse opposto, prima si vota, prima si libera dell’ingombrante rivalità con Luigi Di Maio, e marca la sua leadership sui brandelli e i residui del grillismo. Il Partito Democratico a guida Enrico Letta non si sa bene cosa voglia, possa, sappia fare: adotta la tecnica del camaleonte, cerca di adeguarsi agli eventi, confondersi con loro. Politica fatta di ambiguità e attendismo. Tattica temporanea, non può essere una strategia. Vero che finora Letta si è rivelato consumato e astuto democristiano capace di vincere ardue battaglie. Ma più per la debolezza degli avversari, che per la sua forza. Non è detto che esca vincitore dallo scontro finale, anche perché all’interno del partito sono ancora tanti che attendono il momento buono per azzannargli la giugulare. All’interno del centro-destra il duello tra Meloni e Salvini è fatalmente destinato a raggiungere il diapason: ma oggi è Salvini a giocare in difesa; la leader di Fratelli d’Italia da elezioni anticipate ha tutto da guadagnare. Rimane Matteo Renzi: preda e vittima del suo ego ipertrofico, non sa ‘costruire’, ma a ‘distruggere’ è insuperabile. Gli resta la vittima finale: se stesso; ma prima riuscirà senza dubbio a creare situazioni che renderanno ancora più instabile e friabile il quadro politico.


In questo infido mar dei Sargassi che è la politica italiana davvero arduo fare pronostici e vaticini. Forte è l’istinto di conservazione dei singoli; ma serpeggia anche un sentimento da Sansone che ritiene di trarre vantaggio da un possibile sterminio dei filistei anche a prezzo del proprio.
L’
azzardo della settimana scorsa è stato: Pier Ferdinando Casini al Colle. Lo si riconferma, ma solo dopo le prime tre votazioni, quando basterà la maggioranza assoluta. Non si può escludere Draghi alla prima o al massimo la seconda chiama: in questo caso, con una massiccia dose di ipocrisia si ostenterà e proclamerà senso di responsabilità verso il Paese, magari rifacendosi al precedente dell’ora grave che portò all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro. Sarà invece l’ennesima prova di una più generale disperazione: questo Paese non ha più una classe politica dirigente; questo ‘vuoto’, chissà come e da chi sarà colmato. I Draghi non nascono come funghi, non si improvvisano.

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