giovedì, Dicembre 2

Draghi parla con i fatti, e già tutto non è più come prima Gli eloquenti silenzi e gli altrettanti eloquenti fatti di Palazzo Chigi

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E’ sperabile che Sergio Mattarella e Mario Draghi condividano l’abitudine di Giulio Andreotti: che ogni sera, metodico, si ritirava nel suo studio privato e annotava meticoloso i fatti caratterizzanti la giornata, con brevi commenti e giudizi. Un diario insomma: raccolta di ‘frammenti’ di vita politica, da cui ricavare, tessera dopo tessera, la trama di un mosaico ‘interessato’ come tutti i diari; e comunque, senza dubbio, interessante.
Sono giorni, questi che viviamo, scanditi da un paradosso; da una parte un ritorno alla normalità costituzionale: centralità del Parlamento, rispetto delle prerogative e dei doveri dei vari attori istituzionali, e via dicendo; al tempo stesso, l’urgenza delle molteplici emergenze (non solo il Covid), impone una quotidiana evoluzione delle prassi. Un quotidiano divenire, un rinnovamento nella continuità.

Ci sono normali emergenze, cui si fa il callo. Per dire: dovrebbe essere normale che a governare siano persone di esperienza, merito, capacità, competenza. Non tanto ‘tecnici’; piuttosto politici vocati e rodati, che conoscono gli apparati dello Stato, ma soprattutto l’umana natura; che hanno fatto gavetta e sono il risultato di una naturale selezione. L’opposto di quello che è accaduto e ancora accade, e non solo per responsabilità del Movimento 5 Stelle: la scellerata, radicata, opinione che tutti possono fare tutto; che uno vale uno; che esistono due società, quella ‘civile’: che in quanto tale è positiva e rispettabile; e quella politica, perversa per definizione. Logiche e ‘culture’ che hanno provocato e provocano disastri e guai a non finire.

Per parafrasare il titolo di una recente pubblicazione del costituzionalista Paolo Armaroli, sono giorni in cuitutto non è più come prima‘. Fino a poco fa i partiti pretendevano, nel corso delle consultazioni al Quirinale, di consegnare al Presidente della Repubblica programma e squadra di governo. Sergio Mattarella rompe questa ‘tradizione’; constatato il fallimento del mandato esplorativo affidato al presidente della Camera Roberto Fico, senza ulteriori passaggi individua in Draghi la persona più idonea e, con alcuni pubblici messaggi, ha indicato rotta, programmi, priorità. I partiti, obtorto collo, ne devono prendere atto.

Il Presidente della Repubblica è sempre ben attento a muoversi sui binari che la Costituzione prevede; ma quello che si è insediato adesso è, di fatto, un Governo bi-presidenziale: Mattarella e Draghi procedono e lavorano in perfetta intesa. Non solo: in omaggio all’articolo 92 della Costituzione, Mattarella nomina su proposta di Draghi i ministri. Quelli chiave, che lavorano a stretto gomito con il Presidente del Consiglio sui dossier indicati da Mattarella. Gli altri ministri e i sottosegretari sono ‘pascolo’ per gli appetiti dei partiti: la forca caudina per la necessaria maggioranza stabile.

Evoluzioni profonde e di sostanza, nel solco di un rispetto formale e concreto delle regole basiche; che si dipanano con una velocissima sequenza, degna di un Fregoli. Sono novità che si prospettano rispetto agli schemi tradizionali del nostro governo parlamentare, e gli scienziati costituzionali saranno in un futuro prossimo impegnati a chiarire e spiegare le cause e i possibili effetti di questa ‘evoluzione’.
Vecchia regola, quella che vuole che dalfattonasca ildiritto‘. Già si intravedono sostanziali, pregnanti modifiche delle regole del gioco, anche se gli effetti pratici si misureranno nel medio-lungo periodo; quelle, per esempio, maggiormente necessarie, come la riforma del Titolo V, che nel 2001, improvvidamente, per rispondere alle demagogie del tempo, ha stravolto il rapporto tra Stato e Regioni. Al più si metterà mano, ancora una volta, alla legge elettorale.
Qualche effetto terremotante comunque già si vede: le dimissioni da segretario del Partito Democratico di Nicola Zingaretti, da questo punto di vista è una slavina che potrebbe trasformarsi in valanga: Enrico Letta intende imprimere al PD un passo che, pur nella rivendicata continuità, necessariamente deve dare segnali di ‘rottura’, esterna e interna. Da qui l’aver acceso una polemica con il leader della Lega Matteo Salvini, sul terreno che maggiormente gli procura una sorta di orticaria: lo ius soli e la questione immigrazione. Sul fronte ‘interno’ la scelta di una vice-segreteria di pari genere, e la richiesta che i capigruppo PD a Senato e Camera siano due donne (doppio risultato: con eleganza sbarazzarsi di due capi-gruppo non troppo in linea; dall’altra mostrare sensibilità all’ala del PD, quella delle donne, che si è sentita esclusa dal Governo).

E siamo a Draghi. Aveva annunciato fin dal primo momento che non si sarebbe prodotto in promesse, ma avrebbe lasciato parlare ifatti‘, e semmai sulla scorta di questi, avrebbe parlato. Che senso ha rimproverargli ‘silenzi’, dal momento che sono i fatti, appunto, a parlare?
Così, primo fatto: Angelo Borrelli, capo della Protezione civile,  contratto non rinnovato. Al suo posto Fabrizio Curcio, già in carica durante i governi Renzi e Gentiloni.
Secondo fatto: il commissario straordinario Domenico Arcuri, ringraziato e sostituito con il generale degli alpini Francesco Paolo Figluolo.
Terzo fatto: dopo appena un mese, Pietro Benassi è stato sostituito, nell’incarico di sottosegretario per l’intelligence, dall’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli.
Quarto fatto: al posto del capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Farina, in scadenza, nominato il generale di corpo d’armata Pietro Serino.
Quinto fatto: a capo del Dipartimento Affari Generali e Legislativi, nominato Carlo Deodato in sostituzione di Ermanno De Francisco.
Sesto fatto: Agostino Miozzo, coordinatore del comitato tecnico scientifico, lascia l’incarico; si occuperà «di emergenza scuola», con il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi.
Insomma: una rivoluzione a passi felpati, sorriso e fermezza, ampia delega a patto che si portino a casa, rapidamente, risultati concreti. E’ in questo modo che “parla” Draghi. Così è, piaccia o no. Sarà poi la volta di altre importanticaselle‘: Cassa depositi e prestiti; Anas; Ferrovie; Consap; le cento e passa altre società di Stato e partecipate. Nomine importanti e pesanti, palazzo Chigi scioglierà questi nodi nelle prossime settimane.

Draghi, al momento, ha instaurato buoni rapporti con i leghisti di governo (Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia); Forza Italia (Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna). Buona intesa raggiunta con il M5S e in particolare Luigi Di Maio. Sodisfatta Elena Bonetti (Italia Viva); appagato Roberto Speranza di Articolo 1; il PD a tutto pensa, meno a che mettere i bastoni tra le ruote.
L’armonia durerà fino all’inizio delsemestre bianco‘: i sei mesi precedenti l’elezione del presidente della Repubblica: il quell’arco di tempo, le Camere per Costituzione, non si possono sciogliere. Da quel giorno, anche visivamente, si scateneranno gli appetiti dei partiti; e si vedrà se Draghi concluderà la sua parabola alla presidenza della Repubblica, come molti prevedono. Con un’avvertenza: anche per il Quirinale vale la regola del conclave: chi entra Pontefice quasi sempre esce cardinale.

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