lunedì, Giugno 27

Draghi non accetta veti o imposizioni C'è un'agenda da rispettare, c'è in gioco il PNRR, Conte e Salvini devono rimettersi in riga. E le cancellerie occidentali guardano con fiducia a quel partito inter-partito, incarnato da Letta, Meloni, Giorgetti, Di Maio, Gelmini

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Ogni giorno, la sua pena. Mario Draghi, quando accetta l’incarico di Presidente del Consiglio, capo di una maggioranza che imbarca i personaggi più improbabili di una coalizione che più litigiosa non si può, è ben consapevole che le sue sono fatiche degne di Sisifo. E tuttavia, arriva anche il momento in cui il più mite, il più diplomatico, il più flemmatico, esplode. Del resto, come dargli torto? Grazie al contesto internazionale (il conflitto in Ucraina e di fatto il fronteggiare la Russia con tutto quello che comporta), e l’aver raggiunto la certezza che le Camere si scioglieranno a primavera 2023, autorizza tutti i partiti a sentirsi ‘liberi tutti’; ognuno è disposto a vendere la propria anima, se questo può garantire qualche voto e consenso in più.


Ecco quindi che sia nel centro-destra che nel centro-sinistra, si accendono polemiche al fulmicotone. Con il pretesto della guerra in Ucraina, si annusano come per sondare una possibilità di alleanze dopo le elezioni, il leader della Lega, Matteo Salvini, e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Entrambe si scoprono pacifisti, si sgolano nel dire’basta inviare armi a Kijv’, dimenticati i litigi che hanno visto i due protagonisti (una lunga lista di accusa: ‘Hai perseguito interessi personali e di partito‘, ‘Non hai cultura delle regole‘, ‘Mi preoccupa la tua concezione del potere‘, ‘Incosciente uso di simboli religiosi‘); ora i due non escludono possibili, future alleanze. Si sentono le mani libere e che prudono. ‘Dimenticano’ di essere partito di governo, e per contendere briciole di consenso sembrano essere più opposizione di chi all’opposizione c’è davvero e la sa fare (i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni).

Sì, Draghi sta davvero esaurendo la sua grande scorta di pazienza e bonomia; sempre più appare gelido e pensieroso. Per questo Renato Brunetta, Ministro per la Pubblica Amministrazione, indossa i panni del ‘Fedele scudiero’, e annuncia che il «Governo, sulle riforme e la sua agenda, tira dritto: pronti al voto di fiducia per frenare i benaltristi». Non solo: Brunetta giunge perfino a negare che vi siano conflitti e divisioni sostanziali all’interno del suo partito, Forza Italia, dove invece ormai è di accecante evidenza che ognuno lavora per sè e contro gli altri.
A Draghi, giustamente, frega meno di nulla dei can can che menano Lega e M5S, in certificato calo di consensi e timorosi di uscire con un cappotto alle elezioni amministrative del 12 giugno prossimo (per la Lega doppio cappotto: i referendum promossi con il Partito Radicale difficilmente raggiungeranno il quorum necessario del 50 più uno degli aventi diritto al voto). A Draghi preme chiudere il capitolo delle riforme come quello sulla concorrenza, perché, in caso contrario, saltano i fondi dell’Unione Europea: «C’è in gioco il PNRR» (messaggio trasparente: se c’è di non è d’accordo, si assume la responsabilità di staccare la spina. A chi fa troppo il galletto, Draghi chiarisce che «sulla base degli impegni assunti» con l’Europa è necessario approvare «non solo la legge delega» sul ddl Concorrenza, «ma anche i decreti delegati». Ricorda che il provvedimento è fermo in Commissione al Senato dallo scorso dicembre, malgrado «numerose riunioni svolte con le forze parlamentari».
Non c’è nulla di conciliante, e anzi, c’è molto dimuscolosoin quelmementodi Draghi: se qualcuno pensa di usare il fine legislatura come trampolino di una campagna elettorale, ‘mi farò sentire con segnali inequivocabili’. Detto, fatto. E i riottosi Lega, M5S e in parte Forza Italia, devono abbozzare e chinare la testa.

 

Le prossime amministrative di giugno potrebbero rappresentare un punto di svolta. All’interno della Lega sono ormai parecchi ad attendere un passo falso di Salvini, e tentare di scalzarlo. Lo stesso rischio lo corre Conte. Ne sono consapevoli sia il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, che la leader dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni; e questo spiega come mai i due da qualche tempo cominciano a lanciarsi ammiccamenti sempre più espliciti. A dirla in modo molto grezzo, c’è un partito inter-partito, incarnato da Letta, Meloni, ma anche dal leghista Giancarlo Giorgetti, il grillino Luigi Di Maio, la Forza Italia di Mariastella Gelmini. A loro le cancellerie occidentali, che influiscono eccome negli equilibri del Paese, guardano con fiducia. Salvini e Conte passano invece per filoputiniani. E questo, di questi tempi, non è qualcosa che paga, piuttosto qualcosa che si fa pagare. Questa la situazione, questi i fatti.

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