sabato, Settembre 25

Draghi: inizio di ritorno alla civiltà, con qualche dubbio Un governo a due facce, molto diverse, in cui contano l’Economia e lo Sviluppo, ma il resto molto meno, e in cui la politica estera la farà per noi l’Europa, o meglio la Germania. Un governo non destinato a durare, lavorerà solo in attesa della prossima Presidenza della Repubblica

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La prima idea che mi è venuta in mente a leggere la lista dei Ministri del Governo di Mario Draghi è stata: Cencelli. Proprio così: l’equilibrio pignolo tra le forze che sostengono il Governo, anche se non tutte.
Inutile entrare nel merito, la stampa ne è piena e io non ne parlo, salvo rilevare la scelta dei ministri PD, fatta su base strettamente correntizia. Spero che Renato Brunetta, di nuovo alla Pubblica Amministrazione, si sia calmato un po’, se ricordate i guai che combinò con l’idea di trattare a pesci in faccia i dipendenti pubblici: ‘fannulloni’, mi pare che li avesse chiamati. Che molti lo siano è certo, che moltissimi siano demotivati è certo, che tutti siano mal pagati (salvo i vertici e ciò crea danni e livore) è certissimo, ma sono la struttura del nostro Paese e quindi o la si fa funzionare o si ferma il Paese e non basterà Draghi, temo. Il Sud forse poteva essere trattato meglio e separare il turismo dalla cultura può anche essere utile, ma non è un bene: le due cose vanno coordinate e coordinate bene, sono la nostra vita futura. Speriamo che Maria Stella Gelmini abbia smesso di andare avanti e indietro nel tunnel che collega Ginevra e la Maiella e che sappia che le Regioni sono venti.

Duole, ma fa anche rabbia e preoccupazione, la prevalenza non umanistica, specie nei gangli dell’istruzione. Non è un giudizio sulle persone, che non conosco, ma sulla filosofia, sì, la filosofia che governa la cosa. È un messaggio preciso, o almeno può essere letto così: la cultura che conta è quella scientifica e quella va sviluppata. Il che è certo, e lo abbiamo anche visto. Ma impostato così, lo dico sommessamente, è errato, ed errato di brutto, specie nel Paese che sostanzialmente ha inventato la musica, l’arte figurativa, il diritto. L’istruzione scolastica e universitaria sono nelle mani di un economista e un medico, niente da ridire, ma è una scelta. Quanto al ministro Patrizio Bianchi, forse qualche ‘dialettismo’ e qualche minore fantasia sintattica non avrebbe guastato.

Il Ministero della Transizione Ecologica, chiamato così per fare piacere a Grillo, è stato a sua volta affidato a un tecnico, scienziato, appunto. Io, ma io sono uno che pensa sempre male, ci leggo un duplice messaggio: uno a Grillo, che dice ‘sei soddisfatto, ora non rompere’. Per carità Draghi non lo direbbe mai, ma lo penserebbe, ne sono certo, anzi, lo pensa. Il secondo dice in sostanza, queste sono cose serie, molto serie, e vanno affidate a persone serie. Giusto. Le sole persone serie sonoscienziatipiù o meno naturali? A quanto pare sì. Ma lo Sviluppo Economico va ad un leghista nordista per così dire, vedremo.
Ma, a ben vedere, quello alla Transizione è un Ministero affidato ad un tecnico di fiducia di Draghi, che dovrà collaborare con un altro tecnico di fiducia di Draghi e coordinarsi con Vittorio Colao, idem come sopra. Quest’ultimo, se non sbaglio, da un lato è un dito nell’occhio a Giuseppe Conte, e dall’altro è competente e affidabile, parrebbe. Ma ha un Ministero senza portafoglio e mi domando fino a che punto potrà influire.

Comunque, tolto il Cencelli su cui non dico più nulla, laforzadel Governo è nei tecnici’, scelti personalmente da Draghi, che sembrerebbe che in sostanza, se ben capisco, voglia controllare strettamente l’Economia e lo Sviluppo e gestire direttamente il piano di rinascita attraverso il suo alter ego all’Economia e addirittura in diretto contatto con la UE, con la UE vuole trattare direttamente lui. E va benissimo, se lo farà.

Ma, a questo punto, il Governo finisce per avere due facce, molto diverse. Una ‘politica’, nel senso più vecchio e vieto del termine (Cencelli) che dà l’impressione di essere un po’ lasciato a sé stesso, a curare i propri orti di voti, ma non con particolare influenza sulle scelte importanti del Governo. Certo, Giorgetti sarà un problema. Ma tutto non si può avere.
Per un evidente inevitabile contentino ai grillini, viene lasciato Luigi Di Maio agli Esteri. Non voglio parlare del personaggio, per carità, quello che è, è. Ma qui, me lo permetterete, c’è unerrore’, sì, errore (lo so che è un sorta di lesa maestà, ma lo è), perché Draghi, facendo così, ha mostrato una scelta, ma specialmente una convinzione culturale (in qualche modo mostrata anche dalla scarsa presenza ‘umanistica’ al Governo), secondo cui contano l’Economia e lo Sviluppo, ma il resto molto meno.
Mi domando, allora, dove sia lavisionedi Draghi, ma specialmente entro quali limiti intenda governare.
Mi spiego, brevemente.

Nessuno Stato oggi, ma proprio nessuno, può vivere da solo, e le relazioni internazionali sono una funzione fondamentale di ogni Stato. Ma non si tratta di forma, ma di sostanza, perchè il modo in cui uno Stato regola le proprie relazioni internazionali, indica cosa quello Stato vuole e sa fare nei rapporti con la Comunità internazionale.
Non a caso, negli Stati Uniti (una volta tanto rilevanti in materia) il Presidente pubblica tra i primi suoi atti quella che si chiama la ‘dottrina’ statunitense in materia di rapporti internazionali.
Draghi non può non sapere quanto ciò sia importante, non soltanto nei rapporti politici, ma anche (e forse alla fine principalmente) nei rapporti economici.
L’unica cosa che si sa di Draghi è la solita, ma anche trita, ‘fedeltà atlantica’, che -possiamo dirlo?- non significa nulla di nulla. Già la parola ‘fedeltà’ mette in difficoltà, perchè fedeltà allude a irrazionalità: io sono fedele a uno, indipendentemente da ciò che fa. E tutto ciò non va bene per nulla: innanzitutto per una questione di ‘onore’ se vogliamo dire così, ma anche perché attesta che in sostanza la politica estera la fanno altri, con ciò che ne consegue. E quindi il messaggio è, secondo me, chiaro e doloroso (se me lo permettete, in fondo è il mio mestiere): la politica estera la farà per noi l’Europa, che, dato che una riconoscibile non ne ha, oltre a trovarci sballottati qua e là, la politica estera sarà fatta per noi dalla Germania.
Peccato, anche se vedremo nelle dichiarazioni programmatiche.

L’altro aspetto cui accennavo all’inizio, è, come dicevo, il modo in cui si fa questo Governo: non sembra destinato a durare a lungo, è troppo squilibrato, sia tra ‘politici’ e ‘tecnici’, sia tra le cose fattibili e quelle che verranno lasciate agli altri. Avevo sperato, per quel che conta, che questo Governo fosse destinato a durare almeno tre o quattro anni, per rivoltare davvero la politica (e la vita) italiana. Tutto lascia intendere che lavorerà solo in attesa della prossima Presidenza della Repubblica, cui questo Parlamento ‘miracolato’ da questa operazione difficilmente potrà rifiutarsi di riconoscere la preminente aspirazione di Draghi.
Ma forse mi sbaglio, e di molto anche, lo spero.

Certo, a vedere l’inizio c’è un netto cambiamento di stile, ma non so quanto sarà facile farlo mantenere alla parte politicante del Governo. Intanto mi contento di questo: Draghi non ha né twitter né altro, bene. Parlerà solo ufficialmente, finalmente. Ha salutato la bandiera a Palazzo Chigi praticamente sull’attenti, benissimo … e non mi turba l’errore di non essersi inchinato (diversamente da Conte che con ostentazione lo ha fatto) passandovi dinanzi, anche lui era emozionato! Spero che non attraverserà piazze incontro a giornalisti urlanti. Spero anche che lo stesso facciano gli altri Ministri: sarebbe una vera radicale novità per l’Italia, un inizio di ritorno alla civiltà. Ma solo un inizio.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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