mercoledì, Dicembre 8

Draghi ha tre mesi di bonaccia, poi …. Con il semestre bianco, ognuno dei partiti darà il peggio di se stesso. La scommessa di Draghi è in 100 giorni realizzare un massiccio piano di vaccinazione procurandosi i vaccini sufficienti, e mettere in cantiere il debito 'positivo' e sgravarsi di quello 'negativo'

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Poco importa se sia di Ennio Flaiano, o se Flaiano abbia ‘solo’ riportato una fulminante battuta del non meno sulfureo Mino Maccari. La sostanza è che le idee sono poche, e confuse. Meglio: sono pochi ad avere idee che siano tali, e tanti si agitano ‘obbedendo’ al bando attribuito alla Marina borbonica: fanno ‘Ammuina‘: «All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa / e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: / chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra / e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: / tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa / e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso: /chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à».

Fannoammuinaun po’ tutti: preoccupati diapparire‘, dal momento che non sanno comeessere‘. I due presidenti, Sergio Mattarella e Mario Draghi, al momento tengono la barra ben salda, consapevoli che la rotta è irta di pericoli, e che l’equipaggio (ovvero: l’eterogenea maggioranza che si è raccolta attorno a loro) li segue per disperazione: obiettivo primario e comune, arrivare al semestre bianco, quando per Costituzione è impossibile sciogliere le Camere e indire elezioni anticipate.
Giorno più, giorno meno, il mandato di Mattarella scade alla fine di gennaio del 2022. Togliete sei mesi, vale a dire il ‘semestre bianco’ che precede la scadenza presidenziale, e si arriva a fine giugno 2021. Da allora tutti si sentiranno liberi di fare qualsivoglia cosa, tanto questo Parlamento non si scioglie. Prima, avranno qualche ‘pudore’. Significa che le ‘mattane’ di Matteo Salvini o di Matteo Renzi, i mal di pancia del Movimento 5 Stelle o del Partito Democratico per tre mesi si limiteranno ad avvisaglie, ‘rumors’, brontolii più o meno sordi.

Per il bello (o il brutto), occorre attendere 90-100 giorni. Il tempo che Draghi ha a disposizione per realizzare qualcuno dei suoi ambiziosi progetti: dedicarsi in particolare alla infelice gestione della pandemia che Giuseppe Conte 1/2 gli ha lasciato in eredità: e si tratta i organizzare insieme un massiccio piano di vaccinazione e procurarsi i vaccini sufficienti.

Poi dare corpo alle promesse sul terreno dell’economia: mettere in cantiere quel debitopositivoe sgravarsi di quellonegativo‘. Duerivoluzioniche da sole gli garantirebbero l’elezione alla presidenza della Repubblica. Con un’avvertenza, tuttavia: spesso per il Quirinale accade quello che accade per l’elezione del Pontefice: si entra al conclave da papi, si esce da cardinali.
Questa classe politica spesso buona a nulla, al tempo stesso è capace di tutto. Capita che i candidati favoriti, e di cui si parla con largo anticipo, siano infine ‘sacrificati’ e altri eletti. La storia dei presidenti della Repubblica è disseminata di candidati certi poi traditi; e di presidenti eletti a ‘sorpresa’, e ufficialmente non voluti.
Questo, per dire come tutto sia ancora aperto e come tante siano le variabili. Giovannino Guareschi, l’immortale autore di Peppone e don Camillo, osservava che «in politica spesso bisogna complicare le cose per renderle più semplici». Chissà se saranno rese più semplici; sicuramente ognuno dà il suo fattivo contributo a complicarle.

Si prenda il Movimento 5 Stelle: preda di svariati contorcimenti, non si può dare torto a quella fetta che ha abbandonato le spalle a Beppe Grillo. Ormai del vecchio Movi/Mento non c’è più nulla, e i dissidenti, a cominciare da Alessandro Di Battista, vivono l’’evoluzione’ come un tradimento. I precedenti dovrebbero insegnare che non hanno grandi chances, porteranno a termine la legislatura, e poi verranno dimenticati come altri che in anni passati hanno lasciato il Movimento. Qualcuno, per esempio, ricorda più Francesco Campanella, Lorenzo Battista, Luis Orellana o Francesco Bocchino? Erano quattro senatori espulsi da Grillo nel febbraio del 2014, ‘colpevoli’ di aver criticato l’atteggiamento di Grillo nei confronti del PD allora guidato da Pierluigi Bersani…Vero che l’emorragia di consenso e di fuoriusciti di oggi minaccia di travolgere l’intera macchina costruita da Grillo; ma alla fine non è neppure detto che le cose non volgano a suo favore.
Il ristrettissimo vertice di ieri all’hotel Forum di Roma con un ristretto e selezionato gruppo di pentastellati (con buona pace dello sbandierato ‘Uno vale uno’), ha portato a un risultato scontato, ma concreto: un ruolo definito e di primo piano per Giuseppe Conte.
L’ex Presidente del Consiglio, assaporato il dolce sapore delle istituzioni, non ha mai nascosto l’intenzione di voler continuare a gustare quel frutto. Grillo gli offre l’occasione e in cambio beneficerà della popolarità che Conte può ancora vantare. Tutti gli altri (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio; il capo politico reggente Vito Crimi; il presidente della Camera Roberto Fico; la vicepresidente del Senato Paola Taverna; i capigruppo al Senato e alla Camera, Ettore Licheri e Davide Crippa; l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede; il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli), hanno ben compreso che tocca fare buon viso a cattivo gioco.
Presto si regoleranno i conti con il titolare della piattaforma Rosseau, Davide Casaleggio; e soprattutto si metterà mano allo Statuto, in modo che tante cose ‘nuove’ diverranno legali e possibili anche formalmente. ‘L’intendenza seguirà’, pensa fiducioso Grillo. Probabilmente ha ragione. Quanto questo suo ‘farein puro stile politicante possa essere produttivo in termini di rinnovata fiducia da parte dell’elettorato, lo si vedrà. Comunque la strada intrapresa è forse l’unica per salvare quello che resta del Movi/Mento. Un po’ come la volpe presa dalla tagliola, che preferisce sacrificare la zampa piuttosto che farsi uccidere dal cacciatore.
Ad ogni modo Conte raccoglie l’invito a elaborare nei prossimi giorni un progetto rifondativo; per il suo ingresso formale ai vertici Movimento manca poco.

Acque agitate nel Partito Democratico. Il segretario Nicola Zingaretti cerca di mettere una toppa alle tante critiche che si levano per la sua gestione della crisi. ‘Grimaldello’ l’assenza di donne PD nella compagine governativa; Zingaretti cerca di rimediare con le sotto-segretarie e la nomina di una vice-segretaria del Partito. Ma sono pecette. Il malumore e il malessere è assai più diffuso e profondo, e non legato alla sola marginalità della componente femminile. I vecchi amici di Renzi rimasti nel PD sono una spina nel fianco; e un altro problema è costituito dai numerosi amministratori (presidenti di Regione e sindaci), che sono da tempo sul piede di guerra. Stefano Bonaccini, governatore dell’Emila-Romagne, ormai non nasconde più la sua aspirazione alla guida del Partito. L’annunciato congresso, se mai si farà, si annuncia difficile ed agitato.

Anche Matteo Renzi ha i suoi problemi. La sua Italia Viva non esce dai numeri da prefisso telefonico. La sua popolarità si manifesta soprattutto in ‘sgradimento’ e antipatia. Ha il problema dei tanti che l’hanno seguito nell’avventura della scissione che sanno bene come la barca faccia acqua da tutte le parti. C’è chi lavora per poter tornare nella casa madre. Peccato che sia poco propensa ad accoglierli. Se posti ci sono, verranno piuttosto riservati ai ‘dissidenti’ di sinistra, quelli che a suo tempo abbandonarono la ‘ditta’: Pierluigi Bersani, Roberto Speranza, Massimo D’Alema… Indicativo il fatto che PD, M5S e Leu si siano trovati uniti nella richiesta di chiarimenti circa i rapporti che Renzi ha instaurato con il principe saudita Mohammed Bin Salman e la famosa conferenza retribuita 80mila euro per sostenere che a Ryad è in corso una sorta di ‘Rinascimento arabo’.


Nelle riservate stanze del Palazzo, intanto, si stanno elaborando ipotesi di nuove leggi elettorali. Non è ben chiaro che cosa se ne caverà. Di sicuro, comunque, i maggiori partiti cercheranno di architettare qualche sbarramento che spazzi via ipiccoli‘, a destra, al centro, a sinistra.

Si diceva di Draghi. In silenzio, e con discrezione come sua cifra, gioca la sua partita, che per il momento coincide con quella del Paese. Dire ‘in bocca al lupo’, non è metafora. Deve fare i conti con un lupo particolarmente vorace.

Da ultimo, conviene non perdere di vista le mosse di un personaggio come Romano Prodi. Interviene all’incontro su ‘Democrazia e futuro dell’Europa: lo stato delle cose’, organizzato dalla scuola di formazione per ‘Architetti della politica’, a Napoli. Il problema è avere una disponibilità del vaccino che deve essere enorme: «Se noi non vacciniamo tutto il mondo, il virus ritorna indietro. Siccome siamo 7 miliardi da vaccinare, se non almeno 5 o 6, abbiamo bisogno di 10 miliardi di vaccini: quest’anno ne produrremo 2. Se non cambia la musica è un vero disastro».
Lapalissiano? Certo. Poi, però, Prodi sillaba: «Nessuno dei grandi produttori europei è arrivato a fare il vaccino. E’ una cosa abbastanza strana, perché il ‘dio’ dei vaccini è l’Istituto Pasteur. I produttori sono extracomunitari e può darsi che abbiano favorito il loro governo, soprattutto quando Biden ha detto ‘facciamo una grandissima campagna’. Noi siamo rimasti evidentemente in condizioni di difficoltà dovute al fatto che ogni produttore ha favorito il suo governo. Rimprovero la Commissione europea: per problemi di questo genere bisognava picchiare i pugni sul tavolo e dire ‘Signori qui non c’è proprietà intellettuale che tenga, tutti hanno il diritto di utilizzare la ricerca altrui’».
E infine, rivolto a Draghi: «Più corre e più va meglio. Siccome ritengo l’Italia un Paese scettico e depresso ma ha delle energie, Draghi non deve porsi termini ma deve fare in fretta. Mattarella lo ha indicato per togliere l’Italia dalla depressione». Non è esattamente un discorso da pensionato. Piuttosto di uno che è impegnato in una maratona. Verso dove?

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