sabato, Giugno 19

Draghi e la minaccia deflazione field_506ffb1d3dbe2

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Il problema principale per Mario Draghi si chiama sempre deflazione: l’indice dei prezzi al consumo, sceso allo 0,7% nell’area euro, è di gran lunga sotto la soglia fissata dalle autorità europee. E quel che è peggio è che la minaccia di una deflazione si fa sempre più reale proprio nei Paesi indebitati che meno possono permetterselo.

L’indebolimento dell’inflazione nell’area euro ha spiazzato gli analisti: a gennaio l’indice si è contratto dello 0,1%, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat, dopo che a dicembre aveva segnato un livello dello 0,8%. Uno sviluppo che mette ulteriormente pressione sulla Bce e alimenta i timori sui rischi di un’inflazione negativa, con l’indice che si allontana sempre più da quella che la banca centrale definisce come ‘stabilità dei prezzi’: ovvero un indice dei prezzi inferiore, ma vicino al 2% annuo.

Il dato di oggi, poi, va nella direzione opposta a quella attesa dagli analisti, che in media stimavano un leggero recupero dell’inflazione, allo 0,9%. Gli economisti sottolineano che probabilmente sono stati i prezzi energetici, come il costo della benzina, a tenere alta la percentuale e che l’inflazione core è invece aumentata di poco. La maggior parte degli osservatori è convinta che la Bce non farà fuoco utilizzando le poche cartucce che rimangono a disposizione nel suo bazooka di misure di allentamento monetario.

Con prezzi così bassi, Draghi non si può permettere di abbassare ulteriormente i tassi – per lo meno non alla prossima riunione di politica monetaria – anche se una manovra di questo tipo contribuirebbe a indebolire l’euro ancora molto forte nei confronti delle principali valute rivali. I rendimenti dei Bund a due anni tedeschi sono scesi ai minimi da novembre ieri, dopo che l’inflazione in Germania è risultata inferiore alle attese. I numeri sono la prova che i prezzi al consumo nel blocco a 18 sono sotto pressione.

A sorpresa il presidente dell’istituto di Francoforte ha abbassato il costo del denaro allo 0,25% a novembre, quando l’inflazione era allo 0,7%.  «Anche se le prospettive di crescita stanno migliorando nell’area euro, i problemi persistenti nel settore bancario, manifestatisi nella contrazione del credito, continueranno a agire come un freno alla crescita e all’inflazione», ha dichiarato a ‘BloombergColin Bermingham, Economista di BNP Paribas. Questo non fa che aumentare ancora di più le pressioni su Draghi e il Comitato di politica monetaria della Bce. Il tutto in un contesto economico ancora non certo ideale. Il mercato del lavoro langue, le offerte mancano e le aziende fanno fatica ad assumere, sebbene le banche abbiano ripreso a concedere prestiti a famiglie e imprese.

Anche se è calato lievemente di un decimo di punto percentuale, in Italia il tasso di disoccupazione rimane molto alto, al 12,7%. Su base annua la percentuale è salita dell’1,2%, mentre quella giovanile è al 42,6% (in lieve ribasso dal 42,7%) e se si tiene conto dei sotto occupati e dei rassegnati salirebbe al 24%. Analizzando il tasso di partecipazione alla forza lavoro e l’indice di sotto occupazione si scopre infatti che il vero tasso di disoccupazione sarebbe pari a quasi il doppio del 12,7% riportato per il mese di dicembre. Il tasso generale si è attestato appena sotto il record storico toccato a novembre. Sebbene la riduzione sia moderata, l’Istat certifica il primo calo su base mensile da giugno. Per i giovani si tratta invece del primo calo mensile da maggio, ma anche in questo caso è in crescita su base annua (+4,2%). I giovani in cerca di un lavoro sono 671mila.

In area euro nel frattempo il mese di dicembre ha visto una disoccupazione stabile al 12% per il terzo mese consecutivo. I disoccupati sono 19 milioni, in calo di 129mila rispetto al mese precedente, ma in aumento di 132 mila rispetto al dicembre del 2012. La disoccupazione giovanile è scesa, per la prima volta dopo tre mesi, al 23,9% dal 24%. Nell’Unione Europea – comunica Eurostat – il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% dal 10,8% di novembre. I disoccupati sono 26,2 milioni, in calo di 162mila rispetto la mese precedente e di 173mila rispetto al dicembre 2012. La disoccupazione giovanile è scesa al 23,2%. Il mese scorso il tasso di disoccupazione nell’Eurozona è rimasto stabile al 12% per il terzo mese consecutivo. I disoccupati sono 19 milioni, in calo di 129mila rispetto al mese precedente, ma in aumento di 132 mila rispetto al dicembre del 2012. La disoccupazione giovanile, quella è scesa per la prima volta dopo tre mesi, ma rimane molto elevate, al 23,9% dal 24%. Nella Ue, area che comprende 28 paesi, la disoccupazione è scesa al 10,7% dal 10,8% di novembre. I disoccupati sono 26,2 milioni, in flessione di 162mila rispetto la mese precedente e di 173mila rispetto al dicembre 2012. La disoccupazione giovanile e’ scesa al 23,2%.

Restando in Ue, uno dei padri suoi fondatori sta riscontrando una crescita economica molto notevole, ma ci sono anche alcune ombre e non solo luci. Gli economisti dell’Ufficio di statistica nazionale britannico hanno pubblicato un articolo molto interessante sugli effetti che la crisi economica ha avuto sulle buste paga dei cittadini del Regno Unito. I dati smentiscono quanto dichiarato dal Governo di David Cameron la settimana secondo cui i salari reali stanno incominciando a salire. Tutte le serie di cifre riportate nel terzo trimestre hanno mostrano un calo di almeno l’1,5% degli stipendi reali rispetto allo stesso trimestre di un anno fa, rendendo difficile arrivare alla conclusione che ci sono state inversioni di tendenza nell’andamento calante dei salari.

Intanto sui mercati prosegue la fuga di capitale dai mercati emergenti, dove si riscontra in particolare una svalutazione di lira turca, rublo russo, peso argentino, rand sudafricano, fiorino ungherese e rupia indiana. In un’intervista concessa a ‘Bloomberg Tv’, il banchiere centrale dell’India Raghuram Rajan ha detto di temere il pericolo di una nuova crisi se i mercati in via di Sviluppo continuano la discesa, denunciando la fine della collaborazione monetaria internazionale. Secondo gli analisti di Société Generale i deflussi di denaro e investimenti dai Paesi emergenti sono appena iniziati, soprattutto considerando il fatto che la Federal Reserve non sembra curarsi di questo andamento negativo. A febbraio dell’anno scorso gli afflussi nei fondi azionari degli emergenti avevano raggiunto un picco di 220 miliardi di dollari, ora però 60 miliardi di dollari di fondi sono fuggiti altrove.

Inoltre, il fatto che la Banca centrale statunitense sembri decisa a portare avanti il tapering, nonostante le recenti tensioni sugli emergenti, lascia presagire l’arrivo di ulteriori turbolenze. Al contrario, però, l’Europa sembra trarre alcuni benefici da questa situazione, poiché alcuni flussi vengono reindirizzati verso alcuni Paesi del Vecchio Continente, in particolare verso l’Italia, la Spagna e il Regno Unito. In ogni modo anche se ieri la fase di caduta libera degli emergenti sembrava essersi presa una piccola pausa, secondo l’economista storicamente ribassista Nouriel Roubini la discesa non è ancora finita e potrebbero essere in arrivo ulteriori cali.

 

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