sabato, Aprile 17

Draghi e il vaccino: investire nella ricerca di base L'Europa sta perdendo la propria capacità di essere tra i Paesi di punta nella ricerca e nella produzione di strumenti tecnologici avanzati. Draghi sa benissimo che il futuro dell’Europa non è e non può essere, quello di un luogo in cui assemblare cose prodotte e inventate altrove

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Di Mario Draghi si può dire qualsiasi cosa, non c’è dubbio, né difficoltà alcuna. Si può dire che è un banchiere, un affamatore dei popoli e di quello italiano in particolare, un servo della signora Angela Merkel, un lacchè di Emmanuel Macron e di Joe Biden (ma anche di Donald Trump), la longa manus della Goldman Sachs e di McKinsey, eccetera, eccetera. Salvo forse, che sia al servizio della signora Ursula von der Leyen, che ha trattato che peggio non si può … evviva! Basterebbe questo, ma figuriamoci in questo Paese apprezzare certe cose!
Si può anche dire, come ad esempio l’altra sera Enrico Mentana (ormai sempre più autoreferenziale e innamorato di sé stesso impermeabile ai dintorni … peccato, era proprio bravino) che affermava sicuro, nell’annuncio dei titoli, nei titoli e nel cappello al servizio, che l’iniziativa di bloccare le esportazioni di alcune dosi di vaccini era dovuta alla nostra maggiore necessità e urgenza: accreditando così di Draghi una sorta di sovranismo in salsa europea, definito da qualcuno unRisiko‘, come se si trattasse di un gioco!
Insomma si può dire di tutto.
Ma che sia cretino, proprio no, vi pare? O forse a voi pare, ma a me no.

Innanzitutto, la decisione di Draghi è presa nell’ambito di una norma di diritto europeo, cioè è un atto dell’UE, sia pure con la signora von der Leyen insolentita, non un atto o una manifestazione individuale del nostro Paese, ma specialmente non risponde ad esigenze nazionalistiche, ma, a muso duro, ad una plateale violazione contrattuale da parte delle aziende produttrici del vaccino. Aziende, si noti, non europee, ma con stabilimenti di produzione in Europa, o almeno anche e principalmente in Europa.

Il messaggio politico -e sottolineo politico- è chiarissimo e consiste nel rifiuto europeo di accettare di essere trattati per ciò che, purtroppo, è divenuta l’Europa: un attore di serieb‘ sulla scema universale. Un attore che, nonostante con ti parecchio in termini di numero della popolazione, conta sempre di meno in termini economici, ma, specialmente, in termini tecnico-scientifici. Sembra averlo capito Manfred Weber, il tedesco leader del Partito Popolare Europeo … che dovrebbe essere contrario! Altro che: tace il leader dei socialisti!

Ma, vediamo bene, il messaggio ha due facce. Quella commerciale, che dice che non si può trattare l’Europa come un paesello sperduto. Quella più propriamente politica, che dice in sostanza che l’Europa sta perdendo la propria capacità di essere tra i Paesi di punta nella ricerca e nella produzione di strumenti tecnologici avanzati.
Draghi, in questo, ha lasciato Giancarlo Giorgetti a giocare con i suoi amici industrialotti per indurli a produrre, o meglio assemblare, dosi di vaccino, inventati altrove e i cui brevetti risiedono altrove.

Lo ripeto: Draghi non è stupido, e sa benissimo che il futuro dell’Europa non è e non può essere, quello di un luogo in cui assemblare cose prodotte e inventate altrove. Questa idea piaceva e piace molto a quegli industrialotti, attenti a guadagnare presto e facilmente (magari a spese dello Stato), ma incapaci di investire in ricerca, specie in una situazione politica in cui gli investimenti pubblici nella ricerca scarseggiano … a dir poco.
Insomma, altro che Risiko: si tratta, e la cosa viene proposta in manierasoftma chiarissima, di cambiare radicalmente, e in fretta, la logica che sta alla base della economia europea, che deve tornare ad investire nella ricerca e nella ricerca di base, scientifico-tecnologica, ma anche umanistica. L’Europa sta perdendo progressivamente peso, ma specialmente significato politico: ciò richiede tecnologia, economia, cultura in parti uguali, sarebbe ora di capirlo.

Leggo che proprio in questi giorni il Ministro dell’Università sta insediando un nuovo comitato che dovrà nominare i responsabili del CNR, tra cui vi sono anche umanisti: chi sa che non sia un po’ più consapevole del suo collega all’Istruzione. Eh sì, perché il progresso della scienza è anche progresso culturale, che non si può fermare alla tecnologia. Perchè se ci si ferma lì, si perde ogni possibilità di influire realmente sul futuro del mondo, oltre che di noi stessi.
L’Europa è piccola e relativamente debole, al confronto con i giganti americani, cinesi e russo e tra poco indiano (e non dimentichiamo l’Africa, in arrivo), ma dispone di una tradizione scientifica altissima, con fortissimi connotati umanistici.

È solo un caso, ma un caso fortunato, che proprio in questi giorni Galli della Loggia, sia uscito con un articolo durissimo sulla cosiddetta riforma dell’Università originata, figuriamoci, dalla Gelmini, che ha portato, in particolare attraverso l’orrido ANVUR, ad una burocratizzazione della ricerca ed ad uno svilimento in particolare della ricerca scientifica.
Da professore universitario, finché ho potuto e nei limiti minimi delle mie capacità di influire sulle cose, mi sono opposto a quella bruttura, che ha condotto, va detto chiaramente purtroppo, ad un abbassamento tragico del livello della nostra ricerca umanistica. Galli della Loggia, appunto, fa l’esempio più concreto e devastante: quello per cui, in quel sistema burocratico, una monografia ‘vale’ (perché il sistema è fatto letteralmente a punteggi, roba da matti!) meno, molto meno di un qualunque articoletto, magari di tre pagine, per di più su una rivista di serie ‘A’. Serie A? sì, perché nella follia del sistema, si suppone che le riviste scientifiche si debbano valutare in base al loro ‘valore’ dedotto (parlo delle scienze umane) da fattori formali e di … simpatia accademica. Duole dirlo, ma è esattamente così.
Ora, beninteso, non escludo (non lo so e non mi permetto di giudicare su cose che non conosco) che quel metodo di valutazione funzioni bene per le discipline scientifiche, dove i risultati possono essere valutati in termini perfino quantitativi, ma certo di risultati: se trovi un vaccino, il vaccino c’è, se ‘superi’ Hegel o innovi rispetto a Kelsen il ‘quantum’ qual è, ora e subito? Sono quindi, una bruttura e un insulto nelle discipline umanistiche dove il ‘risultato’ non è mai quantificabile in numeri. E non solo. Perché, dato che la valutazione dipende anche dal luogo in cui si pubblicano le cose, si è instaurato di fatto una sorta di controllo preventivo della libertà di pensiero: se la pensi come me, ti faccio pubblicare sulla mia rivista di serie A, altrimenti … pubblica dove vuoi, ma il tuo lavoro varrà per definizione di meno … a prescindere dai contenuti!

Bene. Vedo che ho finito per farmi prendere la mano da temi che mi appassionano e mi hanno appassionato. Ma il problema di fondo resta: si deve riformare profondamente la ricerca scientifica in questo Paese e in Europa, favorendo la libertà, piuttosto che coartandola, ma finanziando la ricerca (scientifica e non) di base, perché è quella cherendemeno in termini immediati, ma che fa la differenza in termini di prospettiva di progresso. Lungi dall’assemblare vaccini altrui, che si aspetta a produrne uno nostro e poi ci si rimboccano le maniche e vediamo chi ‘vince’!
Voglio sperare che il Risiko di Draghi, possa portare in questa direzione. Sottolineo il ‘voglio’.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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