domenica, Settembre 26

Dove vanno i petrodollari? I Paesi del Golfo investono sui mercati domestici

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 petrodollari

Il termine petrodollaro, vale a dire la moneta ottenuta in cambio della vendita di petrolio, fu coniato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, in pieno boom delle vendite petrolifere dei Paesi della Penisola Arabica. Ha assunto diverse sfumature e connotazioni nel corso degli ultimi quarant’anni. I petrodollari, o meglio le risorse economiche derivanti dalle esportazioni di materie prime energetiche, rimangono tutt’ora la prima fonte di ricchezza della maggior parte dei Paesi mediorientali. Il primo serbatoio energetico al mondo, il Medio Oriente, è stato legato indissolubilmente per quasi mezzo secolo a Washington ed al dollaro. La crisi economica mondiale, prima, e le ‘primavere arabe’, poi, hanno iniziato a ridefinire i rapporti di forza sullo scacchiere economico internazionale.

I Paesi arabi, dal Medio Oriente al Nord Africa, a tre anni dalle prime scintille di rivolta politica, stanno attraversando una delicata fase di transizione. Come evidenziato nel corso del World Economic Forum, tenutosi a maggio dello scorso anno in Giordania, i decisori internazionali saranno chiamati a rivalutare le proprie inclinazioni economico-finanziarie alla luce dei cambiamenti epocali che la regione araba sta attraversando. I ricchi esportatori di petrolio della Penisola Arabica, oggi, stanno, infatti, riconsiderando il loro modo di investire i miliardi di dollari introito delle vendite petrolifere ed energetiche.

Questo ha portato allo sviluppo di due tendenze: la riallocazione dei petrodollari nei mercati interni e una maggiore integrazione economica fra i Paesi del Golfo. La crisi economica del 2008-2009 e la crisi di debito dell’eurozona, sono fattori imputabili alla riallocazione degli investimenti arabi. Se prima, infatti, la tendenza era quella di investire nei mercati occidentali, mantenendo il consueto filo diretto con Washington, ora il Golfo vuole investire all’interno delle mura domestiche.

Non si tratta di un cambiamento improvviso ad impatto imprevedibile, la riallocazione dei petrodollari dai mercati statunitensi ed europei a quelli interni è un processo graduale in corso già da diversi anni. I mercati occidentali, a causa della profonda crisi economica che stanno attraversando, non sarebbero comunque in grado di assorbire tutto l’accumulo dei denaro del Golfo. La crescita dei prezzi del petrolio ha contribuito al surplus del PIL di praticamente tutti i Paesi membri del GCC. Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain e Oman, stando alle stime del Fondo Monetario Internazionale, avrebbero un surplus più grande rispetto a quello cinese dell’80 per cento.

La combinazione fra il deficit del debito americano e il prezzo del petrolio che ha superato i 130 dollari al barile nel 2008, ha generato una disponibilità di liquidità dei Paesi esportatori notevole. Dal 2011, la banca centrale degli Emirati Arabi Uniti ha iniziato a ridurre gli investimenti nei titoli del Tesoro americano, a causa del forte debito di Washington. Il flusso di capitali mondiale sta evolvendo verso una nuova fase. Quello che prima poteva essere considerato un meccanismo che seguiva, in linea di massima, le direttive nord-sud e viceversa, oggi sta assumendo le forme di un network globale multidirezionale.

In passato la dicotomia USA-Golfo si realizzava con un interscambio di moneta e servizi; con i petrodollari i Paesi del Golfo hanno finanziato le compagnie e le società americane impegnate nella costruzione delle infrastrutture dei Paesi arabi. Strade, porti, aeroporti, scuole, complessi industriali per un totale di quasi 1.500 miliardi di dollari, che in gran parte sono finiti in tasche statunitensi. Il ‘welfare state’ arabo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta si concretizzò nell’implementazione del sistema infrastrutturale che, fino ad allora, era praticamente inesistente. La modernizzazione delle industrie, la progressiva apertura di nuove aree di estrazione del petrolio, e l’appoggio di Washington (sia in termini di expertise che di protezione militare), sono tutte attività che hanno contribuito ad accrescere la ricchezza nazionale dei paesi esportatori.

Il secondo fattore di cambiamento del trend passato, che ha contribuito a rafforzare l’impegno all’elaborazione di politiche economiche regionali, è individuabile nella crisi politica generata dalle ‘primavere arabe’. I petrodollari vengono investiti in altri Paesi arabi per supportare le loro economie e contribuire alla ristabilizzazione di un sistema politico stabile. Arabia Saudita e Qatar, per fare un esempio, avrebbero investito quasi 9 miliardi in aiuti finanziari per l’Egitto in tre anni.

I Paesi del Golfo, oggi, stanno cercando di indirizzare i propri governi verso politiche economiche strategiche. Non sono solamente gli investimenti ‘frivoli’ in Europa e in Asia, quelli in cui si stanno lanciando le economie arabe del Golfo. I prezzi del petrolio hanno subito una nuova impennata, permettendo a questi Paesi in crescita di giocare da protagonisti sui mercati finanziari globali, dettandone le regole. Enormi città iper-moderne hanno preso il posto delle aride lande desertiche, infrastrutture ed industrie all’avanguardia si sono sovrapposte a un sistema economico che cinquant’anni fa era praticamente feudale. Se la crescita domestica negli anni Settanta è stata garantita dagli investimenti su società americane, oggi i Paesi del Golfo propendono per la cooperazione regionale. 

 

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