lunedì, Ottobre 18

Dove va il nostro atlantismo? Nuove ombre sulla Siria: dalle azioni ‘mirate’ all’urgenza di un negoziato. La lezione di Pratica di Mare, l’impegno italiano nell’Alleanza e i retroscena dell’influenza russa. Intervista ad Alessandro Politi, analista strategico e Direttore della NATO Defense College Foundation di Roma

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Come si misura concretamente questo impegno?

In Afghanistan, nella ‘Resolute Support Mission’, siamo il numero 2 per contributo. In Kosovo, siamo una colonna portante dei Comandi per controllare i Balcani. La differenza, con gli italiani, si vede. Anche se gli americani sono il numero 1. Posso dire questo perché l’ho visto: quando l’Italia prende sul serio la sua politica estera e decide di attuarla, incide. Ma questo dipende, appunto, dall’Italia. Poi ci sono, naturalmente, le condizioni di contorno, ossia il contesto: Pratica di Mare è avvenuta prima del ‘pasticcio’ ucraino e dell’annessione della Crimea. Di fronte a queste complicanze, non c’è Pratica di Mare che tenga.  Però l’Alleanza, su queste cose, è stata estremamente chiara: fermare qualunque collaborazione pratica con i russi, ma mantenere il dialogo politico di alto livello. Questa è una posizione di un’ortodossia indiscutibile. Tale è e tale rimane, nella sua trasparenza.

Cosa rappresenta, storicamente, l’incontro del 2002?

Pratica di Mare è stata il culmine di un processo di avvicinamento tra NATO e Russia che, per ora, è congelato… E che forse si è degradato, anche perché successivamente è stato dato per scontato da entrambe le parti. Purtroppo Pratica di Mare non ha avuto il seguito concreto che avrebbe potuto e dovuto avere tra i suoi partner, ma conosciuto seguiti ‘piccoli’. Vorrei, tuttavia, ricordare che, al di là di Pratica di Mare, la collaborazione fra Stati Uniti e Russia oggi continua: nel terrorismo, nell’Artico, nella ricerca biomedica, nello spazio, nelle questioni ambientali (per quanto possibile) e sulla Siria, nonostante le apparenze. Gli USA hanno una posizione ferrea su alcuni aspetti, ma Donald Trump mi pare estremamente chiaro quando, pur sanzionando, bombardando e cacciando diplomatici, in realtà vuole rapporti migliori con la Russia. Questo è un dato che sta sotto gli occhi di tutti. Allora, o si pensa chissà cosa oppure questa è la linea politica del capo attuale dell’amministrazione statunitense.

Il nostro ruolo di facilitatore si pone in una linea di continuità a prescindere dalle forze politiche che governeranno?

L’ ‘a priori’ dei ruoli è qualcosa che appartiene di più alla Guerra fredda. Senza dubbio, oggi ci sono sfumature significative. Il dopo-Guerra fredda mostra che, quando c’è un cambio di maggioranza, la politica del nuovo Governo non è la fotocopia di quella del precedente. Questo si vede eccome. Però l’idea che l’Italia abbia bisogno strategicamente della NATO risolve una serie di secolari problemi di sicurezza. Prima della NATO il nostro problema era: chi è il nostro grande alleato? Non sempre si sono fatte scelte felici. La NATO ci ha risolto questo problema: tale è la sua utilità, non solo per l’Italia, ma per tutta l’area euro-atlantica. La NATO non serve solo agli europei – altro che obsoleta!

Perché la sua presenza è così fondamentale?

Immaginiamo, allora, il raid siriano senza la NATO: immaginiamo che l’Alleanza non ci sia e faremo presto a vedere quanto è importante.  La dichiarazione del Segretario Generale e, dopo, quella del Consiglio aiutano non poco. Proviamo a immaginare i 3 Paesi che hanno fatto il raid da soli, vale a dire ‘nel vuoto’: sarebbero stati isolati. Sarebbero stati veramente 3 Paesi che bombardavano e basta. La differenza è totale, un po’come l’aria che si respira. Questa Alleanza ha ancora un senso e una sua precisa utilità, al di là degli ideali (che, pure, esistono). Dal punto di vista politico, c’è un interesse ad averla e in questo l’Italia ha mostrato una interessante continuità.

Del resto, sono convinto che, una volta che gli attori politici siano passati dal negoziato pre-governativo all’attività governativa, debbano fare i conti con una realtà che non può essere mai statica. Certo, potranno modificarla – è la funzione propria della politica – , ma, come dicono gli inglesi: ‘Where you stand depends on where you sit (‘Dimmi che poltrona occupi e ti dirò che posizione tieni’).

In conclusione, c’è molto da scremare sulla polemica futile e totalmente priva di peso e di futuro. Occorre tenere presente quelli che sono i comportamenti concreti delle forze politiche, soprattutto quando fanno il Governo (è vero che i programmi contano ed è utile analizzarli, ma il momento dell’esperienza è cruciale). E poi vedere, invece, quello che non è visibile: se ci sono fondi neri (un problema reale); se ci sono cordate affaristiche occulte. Questa è la vera frontiera dell’influenza russa dovunque, non solo in Europa. Nei Balcani, ad esempio, questo si vede con grande chiarezza: meno la spia e più la corruzione, che facilita certe presenze. Né dimenticheremo che i russi hanno anche un’influenza economica, e anche qui non parliamo solo di influenza legittima e trasparente. Quando arriva il riciclaggio, la realtà si fa allarmante.

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