venerdì, Giugno 18

Dove nasce lo strapotere della finanza

0

Il potere soverchiante assunto dalla finanza – tale da portare anche colossi manifatturieri come General Electric a dotarsi di un proprio ramo finanziario grazie al quale si capitalizza una parte preponderante dei profitti –, i cui voleri tendono sempre più ad affermarsi a scapito degli interessi dei cittadini, affonda le sue radici nel periodo di forte instabilità verificatosi a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Allora, il governatore della Federal Reserve Paul Volcker, preoccupato dall’instabilità monetaria susseguente al ripudio di Bretton Woods, decise di operare una drastica stretta creditizia (credit crunch) elevando i tassi di interesse a livelli ben superiori a quello d’inflazione. Questa mossa servì indubbiamente a stabilizzare e rafforzare il dollaro a spese dei concorrenti, che per mantenersi competitivi sul mercato dei capitali si videro costretti ad elevare anch’essi i propri tassi di interesse. Dal momento che i prestiti da essi contratti erano agganciati al dollaro e regolati da tassi variabili, gli interessi aumentarono esponenzialmente determinando numerose crisi debitorie nelle nazioni maggiormente esposte nei confronti degli Usa. Il dissesto economico in cui caddero molti Paesi in via di sviluppo canalizzò un flusso sempre crescente di investimenti negli Stati Uniti, consolidando il ruolo di Wall Street come perno finanziario mondiale, mentre sul piano interno fu la popolazione statunitense a pagare il prezzo di tale linea restrittiva per effetto del declino dei servizi statali e della riduzione di posti di lavoro dovuta alla delocalizzazioni delle grandi imprese (specialmente quelle operanti nel settore della grande distribuzione) incoraggiata dalla politica del ‘dollaro forte’. La stretta monetaria decretata da Volcker non produsse infatti alcun effetto positivo sul pericoloso andamento dell’economia reale, danneggiata dal profondo deficit della bilancia dei pagamenti indotto dagli elevatissimi consumi interni e dal costante declino industriale dovuto a sua volta agli shock petroliferi del 1973 e 1979.

A livello generale, la ‘dottina Volcker’ determinò una inversione di tendenza, in cui l’incrementata capacità di attrarre capitali da parte dei Paesi industrializzati e ad alto reddito allargò nuovamente la forbice con quelli più deboli, dopo un decennio durante il quale si era verificato il fenomeno opposto. A fronte del lento ma costante deterioramento della potenza industriale europea e dell’indebolimento relativo dell’Unione Sovietica, impegnata a sostenere un frenetico processo di riarmo che si sarebbe poi rivelato fatale, gli Stati Uniti raccoglievano i risultati ottenuti dalla strategia politico-economica condotta nel decennio precedente, affinando l’arte di invadere i mercati mondiali con il loro massimo strumento di penetrazione, ovvero il dollaro. Il che, oltre ad essere alla base della gigantesca bolla monetaria che è finita per gravare sul pianeta, ha dato l’impulso fondamentale per l’innesco di processi cruciali quali la nascita dell’euro e lo sviluppo prorompente della Repubblica Popolare Cinese.

Gli economisti Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos hanno scritto al riguardo che: «la liberazione del movimento dei capitali, che, all’inizio degli anni ’80, pose fine al grande compromesso di Bretton Woods fondato appunto sul divieto di circolazione dei capitali a cui faceva da contrappeso la libertà di circolazione delle merci. Lo strappo effettuato dai due leader conservatori, Reagan negli Stati Uniti e Thatcher in Inghilterra, determinò un completo rovesciamento dei rapporti di forza sia tra capitale e lavoro, sia tra capitalismo e democrazia poiché creò una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli Stati nazionali. Da quel momento la capacità di intervento dello Stato nell’economia andò incontro ad un drastico ridimensionamento, mentre i lavoratori cominciarono a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive. La liberazione dei capitali rappresentò dunque la mossa decisiva che influenzò l’evoluzione dell’economia mondiale e diede l’avvio alla fase del capitalismo finanziario […]. [Ciò ha contribuito a creare] un mercato finanziario integrato che consente al capitale di tutto il mondo di entrare in collegamento e di dar luogo alla ‘internazionale dei capitalisti’, un’élite globale che concentra in sé un potere immenso. L’appello di Karl Marx, ‘proletari di tutto il mondo unitevi’, si realizza, ma al contrario. I mercati finanziari diventano un’istituzione strutturata e iniziano ad esprimersi come i governi».

La liberalizzazione dei capitali promossa dal ‘pensiero unico’ fu incoraggiata e imposta per diverse ragioni concrete. Occorreva, in primo luogo, favorire il ricircolo del denaro dell’Opec, che durante i primi anni ’80 aveva accumulato, grazie agli esorbitanti aumenti di prezzo indotti dagli shock petroliferi del 1973 e dl 1979, un gigantesco surplus quantificabile in circa 500 miliardi di dollari. I Paesi membri dell’organizzazione convogliarono così l’80% circa di questo surplus verso i Paesi industrializzati, nella convinzione che gli enormi capitali investiti fruttassero alti profitti, come promesso dalla ‘dottrina Volcker’. Le banche commerciali installate in questi Paesi sviluppati, che intendevano riutilizzare tali fondi attraverso il prestito estero, cominciarono allora ad esercitare forti pressioni affinché le restrizioni attraverso cui le singole nazioni proteggevano il mercato interno venissero definitivamente abbattute. Ciò ha fatto sì che nell’arco di trent’anni (1980-2010), gli investimenti esteri della Francia crescessero dal 3,6 al 57% del Pil, quelli della Germania dal 4,7 al 45,7%, quelli dell’Italia dal 6 al 28%. Secondo alcuni calcoli, se quella ricchezza fosse rimasta entro i rispettivi confini nazionali, la Francia avrebbe creato 5,9 milioni di posti di lavoro, la Germania 7,3 milioni e l’Italia 2,6 milioni – non è un caso che tutti i Paesi che hanno fatto massiccio ricorso alla delocalizzazione siano stati scavalcati nelle classifiche internazionali.

Il successo riscosso da questa campagna spinse poi le autorità dei Paesi industrializzati a promuovere analoghe deregolamentazioni interne, volte a favorire il rientro dei capitali investiti all’estero. Le banche europee approfittarono di questa ‘apertura’ del mercato per inondare i Paesi del terzo mondo di dollari, in modo da accollare ad essi i rischi connessi alla tenuta della divisa statunitense. «I capitali europei – scrive l’economista Bruno Amoroso –, abbondanti di dollari e in un quadro di generale instabilità e di rischio finanziario, riprodussero verso i Paesi emergenti e i Paesi poveri la stessa manovra messa in atto dagli Stati Uniti nel dopoguerra. Iniziarono cioè un’aggressiva politica di crediti facili e d’investimenti in Africa, in America Latina e in Asia, per la colonizzazione economica di quei mercati (secondo il ben noto paradigma ‘armi contro materie prime’ o ‘armi contro debito’) da cui avrà poi inizio il circolo vizioso del debito dei Paesi emergenti. Questa politica produsse due risultati a favore dell’Europa: scaricò i rischi del valore aleatorio del dollaro su altri Paesi, tramutandolo in accesso ai valori reali offerti da quelle economie e insediandosi in quei mercati; e diluì nel tempo, mediante l’indebitamento di quei Paesi, il rientro dei capitali correlato da interessi che coprivano i rischi del dollaro e dell’inflazione per le economie europee».

Nel lancio e, soprattutto, nel progressivo consolidamento di questo processo va inoltre evidenziato il ruolo rivestito dagli sviluppi tecnologici, che facilitarono la riconfigurazione integrale dei servizi finanziari. Favorendo, velocizzando e digitalizzando le transazioni intercontinentali, la tecnologia spinse governi e parlamenti a rimuovere ogni ostacolo di carattere legislativo e normativo atto a disciplinare le attività economiche e finanziarie.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->