mercoledì, Settembre 22

Dove investire nel Mondo, un rebus da affidare a sicuri esperti del settore Per investire all’estero c’è bisogno di conoscenze specifiche e di professionalità di alto profilo, intervista al Prof. Germano Franceschin Docente universitario, consulente in Investimenti esteri e componente di consulting3000.com

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Alcune aree del Mondo sono oggi particolarmente attraenti in fase di ricerca di territori dove investire, altre presentano quote rischio con le quali ci si può sperimentare in quanto a coraggio imprenditoriale, altre ancora sono sconsigliabili, soprattutto se vi sono alti tassi di conflittualità, instabilità politica e sociale, oppure, guerre. Da secoli, l’imprenditore curioso, avveduto, proattivo e pragmatico è portato ad immaginare di estendere il proprio raggio d’azione in Paesi diversi dal proprio superando barriere culturali, economiche, normative, geografiche. Per giungere pronti all’appuntamento, però, c’è bisogno di conoscere bene non solo il territorio dove si potrebbe andare ad investire i propri capitali ed il proprio know how acquisito nel tempo ma anche una profonda conoscenza delle normative internazionali e locali, il livello dei dazi doganali del Paese dove si intende investire, quale sia il livello locale di tassazione, di quali figure professionali bisogna dotarsi in loco per dialogare con le Istituzioni locali e così via.

Insomma, c’è bisogno di professionalità ben dotate e specifiche al fine di pianificare al meglio tutto quello che è possibile alla fonte, perché –mettersi del tutto ai ripari dai rischi- è sempre alquanto impossibile. Ne parliamo col Prof. Germano Franceschin, Professore di Diritto Internazionale al Corso di Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica per Traduttori e Interpreti a Padova, Professore di Diritto Commerciale dell’India all’Università Cà Foscari di Venezia, Legale esperto in Diritto d’Impresa, consulente in investimenti esteri, contrattualistica internazionale, normativa estera e doganale, Autore di svariata manualistica per altrettanto numerose testate specializzate italiane e straniere.

Come è nata consulting3000.com e con quali finalità specifiche nell’ambito delle consulenze destinate alla varia imprenditoria potenzialmente interessata ad investire all’estero?

www.consulting3000.com è un sito internet che propone i servizi di un network di professionisti esperti nella consulenza del commercio estero e degli investimenti all’estero, ci occupiamo di costituzioni di società e di altre strutture per operare all’estero, redazione di contratti internazionali, recuperi di crediti all’estero, pianificazione doganale, consulenza sulle spedizioni internazionali ed altro; sugli stessi argomenti scrivo da anni articoli e ricerche di normativa estera sulla rivista Fiscalità e Commercio Internazionale di IPSOA Wolters Kluwer e per la loro banca dati on line per abbonati Big Suite in cui ogni 3 mesi aggiorno le schede di normativa di 9 Paesi esteri, è questo il miglioreprodotto informativo sul mercato delle informazioni per gli operatori del commercio estero e dell’internazionalizzazione, anche perché ultimamente ho notato che l’ICE ha ridotto la propria produzione delle Schede Paese contenenti appunto lo stesso tipo di informazioni, credo che l’ICE ed anche le Camere di Commercio Italiane all’estero (Assocamerestero) hanno difficoltà ad aggiornare costantemente queste informazioni e preferiscono proporre servizi a richiesta che spesso sono a pagamento.

Sulla base della sua esperienza, in cosa si caratterizza il know how italiano in fase di investimento sulle piazze estere? Generalmente si ritiene che l’italiano si muova in modo ‘creativo’ e singolarmente mentre altri investitori esteri sembrano avere profili più amalgamati ed organizzati.

Le grandi aziende da sempre fanno i loro affari all’estero attraverso i canali istituzionali (ministeri, ambasciate, visite di stato con aziende al seguito), mentre le aziende medio piccole utilizzano i canali delle camere di commercio e delle associazioni di categoria che sono presenti in ogni provincia ed operano spesso in concorrenza tra loro; questo modo di fare, per quanto appaia criticabile perché non rispettoso del noto slogan confindustriale ‘fare squadra’, però funziona, ciò che lei ha definito ‘creatività degli operatori italiani all’estero’, che è sinonimo di arrangiarsi, è ingenerato dalla competitività tra operatori italiani a sua volta indotta dalla competitività sul territorio italiano tra i servizi offerti dalle varie camere di commercio e associazioni di categoria delle varie province. I nostri concorrenti in Europa (lei si riferiva a Francia, Germania, Gran Bretagna) hanno una presenza di aziende medio piccole nel proprio Paese in misura percentuale minore rispetto all’Italia e pertanto le grandi aziende di quei Paesi utilizzano i canali istituzionali dando una idea di compattezza nell’approccio ai mercati esteri.

La Sua struttura operativa sta supportando imprenditoria italiana persino in un’area ‘difficile’ qual è l’Iraq. Può raccontarci (per quel che si può dire) quale sia lo stato delle cose in quell’area?

La zona Sud dell’Iraq, quella con popolazione a maggioranza sciita, è stabilizzata politicamente e militarmente, da alcuni anni si stanno facendo grandi interventi di ristrutturazione urbanistica nella città di Bassora e anche in varie città minori si stanno costruendo nuovi quartieri con l’impiego di aziende estere, soprattutto dell’Estremo Oriente. Nel resto del Paese la situazione è più difficile a causa della instabilità politica, soprattutto al Nord, nella regione del Kurdistan, in cui le tensioni della vicina Siria coinvolgono anche quella parte dell’Iraq, eppure il Kurdistan era un’area che dopo la seconda guerra del Golfo beneficiava di ampia autonomia e anche di grandi progetti finanziati, ora è un’area difficile, così come resta difficile operare nel centro del Paese ed a Baghdad dove gli stranieri girano protetti dalle security; le 18 province del Paese hanno ampia autonomia nel finanziare progetti infrastrutturali e in agricoltura e hanno pure discrete risorse a disposizione, bisogna entrare in contatto diretto con tali enti per pre-registrare la propria società e partecipare ad appalti sia per costruzioni, sia per forniture che sono meno impegnativi sotto il profilo dell’investimento; la difficoltà può consistere nel fornire il performance bond per garantire la esecuzione della propria offerta (sia di fornitura, sia per opere di costruzioni) e quindi sono favorite società capitalizzate.

Quali ritiene siano i settori di mercato e finanziari che l’Italia dovrebbe curare con maggiore attenzione in fase di valutazione per eventuali investimenti all’estero nell’attuale scorcio di tempo?

Gli investimenti di portafoglio sono un mare magnum, bisogna avere a disposizione il massimo delle informazioni precise prima di fare una scelta; di sicuro il settore delle energie rinnovabili è in grande sviluppo in molti Paesi, anche in Paesi in via di sviluppo dell’Africa tutta, da Nord a Sud, e del Sud America, dove l’intervento pubblico degli Stati è volto a favorire con vari incentivi l’attrazione di investitori esteri per realizzare nuovi impianti di energia, concedendone spesso anche la gestione all’investitore, questo ambito è certamente di interesse per le aziende italiane del settore, oltre ai già noti settori del Made in Italy di cui tutti già sanno tutto.

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