sabato, Maggio 8

Dove finisce l’oro del Congo? field_506ffb1d3dbe2

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Oro Congo Uganda

Kigali – Il traffico illegale dell’oro in Congo è stimato sui 400 milioni di dollari annui mentre 1,36 miliardi di dollari (pari al budget annuale di educazione e sanità) sono stati regalati alle multinazionali straniere grazie ad una intenzionale sottostima dei giacimenti auriferi delle miniere privatizzate dal Governo di Kinshasa. Questa è la situazione descritta nel recente rapporto delle Nazioni Unite sul traffico illegale di oro e minerali rari dal Congo. Il 68% del traffico illegale passa attraverso l’Uganda (271 milioni di dollari). Altri Paesi coinvolti sono Angola, Burundi, Kenya, Rwanda, Sudafrica, Tanzania, Zimbabwe. Per la lavorazione: Dubai, India e Israele e i mercati finali sono Europa e Medio Oriente.

In Uganda si è formato un vero e proprio cartello mafioso tra generali dell’esercito e trafficanti israeliani, turchi, sudafricani e russi che privano allo Stato 2,7 milioni di entrate fiscali. Il cartello è nato dal saccheggio attuato da vari generali del UPDF (esercito ugandese) durante gli anni di occupazione del Nord Kivu (Seconda Guerra Pan Africana del Congo 1998 – 2004). Il cartello si basa su una mutua collaborazione che rende difficile l’entrata di nuovi attori. 

Nel cartello spicca il nome di un industriale russo che svolgerebbe funzioni di padrino e garante, Yuri Bogorodistkaya, proprietario della ditta mineraria Victoria Gold Star, che possiede mine in Congo, Uganda e Tanzania. Attraverso le sue mine verrebbe riciclato l’oro estratto nelle miniere illegali del Nord Kivu ricevendo attestati d’origine ugandesi e tanzaniani. L’oro arriverebbe a Kampala tramite la collaborazione di importanti commercianti Banande della città congolese di Butembo, distretto di Lubero. Butembo è la seconda città commerciale del Nord Kivu, dopo Goma e feudo dell’etnia Nande di origini Ugandesi che 400 anni fa emigrò in queste zone del Congo. Butembo assieme alla sua città gemella Beni, sono governate non dalle autorità di Kinshasa ma dalle potentissime Camere di Commercio controllate dai Banande.

Un secondo canale di approvvigionamento era stato creato attraverso la ribellione Banyarwanda del Movimento 23 Marzo, noto come M23 durante la ribellione all’est del Paese (aprile 2012 – dicembre 2013). Stime approssimative quantificano il valore totale dell’oro trafficato tra Congo e Uganda durante gli ultimi 15 anni a 4,05 miliardi di dollari. La destinazione finale è in prevalenza l’Europa. Il cartello mafioso ha fatto il salto di qualità grazie all’iniziativa della Victoria Gold Star che ha attivato un industria semi clandestina per la lavorazione dell’oro. Questo permette di eliminare gli intermediari in Dubai, Tel Aviv e New Delhi, vendendo i lingotti d’oro puro direttamente sul mercato Europeo e Medio Orientale.

Paradossalmente il traffico d’oro contribuisce al finanziamento del gruppo terroristico ruandese FDLR, uno tra i principali nemici dell’Uganda che attualmente si sta preparando con il supporto della Francia e la complicità tacita dei caschi blu della MONUSCO ad invadere il Rwanda per rovesciare con la forza l’attuale governo e finire il “lavoro”, rimasto in sospeso dal 1994. Almeno il 48% dell’oro illegale che giunge in Uganda proviene dalle miniere di Kasugho controllate dalle FDLR

Il traffico dell’oro congolese è legato alla produzione di oro nella regione più povera dell’Uganda, il Karamoja. L’associazione americana Human Right Watch (HRW) nel gennaio 2014 ha pubblicato un rapporto sulle attività nelle miniere aurifere del Karamoja accusando varie ditte minerarie occidentali di acquisire permessi di sfruttamento contro la volontà delle comunità locali. Approfittando che la maggioranza delle terre non hanno una proprietà legalmente definita essendo terre comuni come la tradizione dell’etnia Karamoja prevede, le ditte occidentali si fanno riconoscere il diritto di sfruttamento dei terreni dove sono state identificate le mine d’oro, cacciando i pastori e gli agricoltori che vi abitano senza un indirizzo.

Il Governo di Kampala non ha alcuna capacità di monitorare seriamente le attività delle miniere aurifere a causa della mancanza di personale specializzato e della corruzione. Le ditte occidentali hanno imposto l’obbligo di essere ufficialmente informate 15 giorni prima della data prevista per il monitoraggio. Le ditte denunciate da HRW, oltre alla Vittoria Gold Star, sono: East African Mining Limited una succursale della ditta East Africa Gold controllata da finanziatori Svizzeri Francesi e Inglesi con sede offshore nel Channel Insland. Questa ditta sarebbe proprietaria di 2.000 ettari espropriati alla comunitá dei Karamoja collocata tra i distretti di Kaabong e Kotido. Un’altra ditta citata nel rapporto è la Mangal Uganda Limited una succursale di una multinazionale indiana, operante nel distretto di Moroto. Anche ditte del Kuwait e dell’Arabia Saudita sono coinvolte nel business.

Prive di controlli governativi le attività di estrazione aurifera nel Karamoja non solo si basano sulla violazione dei diritti umani degli abitanti della regione e sull’evasione fiscale garantita da una sottostima della produzione, ma si prestano ad attività di riciclaggio dell’oro congolese. Nel 2013 una misteriosa finanziaria svizzera ha acquisito diverse miniere d’oro nel Karamoja ed è sospettata di partecipare al saccheggio del prezioso minerale dal Congo, indipendentemente dal Cartello creatosi, divenendo così il suo principale concorrente. Un’attività che potrebbe creare uno scandalo internazionale in quanto questa finanziaria svizzera è abilitata da Unione Europea, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ad anticipare in una unica trance i finanziamenti di questi tre entità destinati ad imprese occidentali per la realizzazione di progetti bilaterali di sviluppo infrastrutture. La finanziaria svizzera, tramite la garanzia offerta dalle sue miniere d’oro in Karamoja, recupera l’anticipo dei fondi recuperandoli quando i tre istituti rilasciano periodicamente le tranche di finanziamento prestabilite che le ditte europee immediatamente versano alla finanziaria aggiungendo il 18% di interessi. Attualmente questa finanziaria svizzera è in grado di anticipare circa 14 milioni di dollari annui. Il sospetto sul suo coinvolgimento nel traffico dell’oro congolese rafforza i sospetti che uno dei canali di riciclaggio di questo oro illegale sia proprio offerto dalla Finanza Internazionale. Le accurate ricerche per scoprire l’identità di questa finanziaria non hanno dato fino ad ora i frutti sperati a causa del clima di omertà che protegge questa ditta.

Il Rwanda non necessiterebbe di cartelli mafiosi, gestendo direttamente il traffico facendo passare come produzione interna l’oro congolese con la complicità di multinazionali americane ed europea, raggirando così le pesanti restrizioni della legge Dodd Franc Act, varata nel 2010 dall’Amministrazione Obama per impedire il commercio illecito di minerali preziosi e rari del Congo. A distanza di tre anni la inefficacia di questa legge è palese, non avendo interrotto il mercato illecito dei minerali provenienti dal Congo, sempre più incanalato verso il mercato nero. L’oro estratto dalle miniere illegali nella zona del Misisi, Provincia del Sud Kivu avrebbe due centri di smistamento, il capoluogo Bukavu e la città di frontiera Uvira vicina alla capitale del Burundi, Bujumbura, e sarebbe gestito da commercianti delle due principali etnie della rispettive zone, i Bashi e i Bavira.

Da Bukavu l’oro sarebbe trasportato direttamente a Dubai tramite voli privati che decollano dall’aeroporto di Kavumu mentre da Uvira l’oro sarebbe introdotto in Burundi con la complicità delle autorità locali o inviato in Tanzania tramite battelli che percorrono il Lago Tanganika, finendo in entrambi i casi a Dubai. La produzione illegale dell’oro del Sud Kivu viene spartita tra Burundi, Rwanda Tanzania, quest’ultima controlla anche varie miniere illegali nel Nord Kivu, spartendosi l’oro con l’Uganda. Spesso i tre Paesi entrano in conflittualità latente legata al commercio illegale di oro e altri minerali rari.

Anche il Kenya è diventato un punto di smistamento dell’oro congolese come dimostra il caso del Gulfstrem V avvenuto nel 2011. Cento milioni di oro congolese trafficato con la complicità delle autorità Keniote, il fratello del Presidente Zoe Kabila e il Signore della Guerra Bosco Ntaganda detto anche Terminator, ex leader della ribellione M23 attualmente sotto processo presso il Tribunale dell’Aia per crimini contro l’umanità commessi nel 2004 nella zona del Ituri, Nord Kivu.

Il traffico si concluse con una colossale truffa avvenuta presso l’aeroporto di Goma ai danni di importanti imprenditori Nigeriani e Texani, quest’ultimi legati al ex Presidente George Bush. Il caso rappresenterebbe anche uno dei motivi della rottura della società a delinquere tra la Famiglia Kabila e Bosco Ntaganda che portò al tentativo di arresto di questo Signore della Guerra che si ammutinò con 400 soldati a lui fedeli nel marzo 2012 dando la vita al primo nucleo del M23 che nel maggio 2012 si unì alla seconda defezione di militari tutsi dall’esercito congolese, avvenuta nel aprile 2012 e capitanata dal Colonnello Sultani Makenga. All’interno di questo mercato nero vigono leggi opportunistiche e connubi di interesse non certo trasparenza e onestà. Si calcola una perdita di 8 milioni di dollari subita dagli intermediari nei ultimi cinque anni causata da transizioni fraudolenti operate sia dal Governo di Kinshasa che dalle varie milizie che operano e controllano l’est del Congo.

Nel 2010 il Presidente Joseph Kabila firmò un decreto presidenziale in cui ordinava la chiusura delle miniere illegali nel Congo. Un decreto irrealizzabile in quanto la maggioranza dei esse sono ubicate in territori controllati dalle varie milizie alleate o nemiche del Governo di Kinshasa. Un’altra causa che portò alla totale inadempienza di questi ordini é la complicità mafiosa di Generali, Ministri Congolesi e della stessa Famiglia Kabila che riguarda non solo l’oro ma altri minerali rari presenti all’est del Congo. Nel gennaio 2014 il Presidente Kabila ha firmato un secondo decreto per la chiusura delle miniere illegali. Questa volta addirittura ostacolato da parte della Amministrazione Statale nella ricca Provincia del Katanga. Il Governatore ed imprenditore Moise Katumbi ha rifiutato di applicare il decreto presidenziale sulle miniere illegali di cobalto, coltan, rame e oro che alimentando il mercato nero della vicina Angola. «Non ho applicato il decreto Presidenziali poiché non sono stato consultato e ogni tentativo di applicare dall’alto decisioni contro il Katanga possono avere delle serie conseguenze.”, ha dichiarato alla Reuters il potente  Governatore Katumbi che nutre ambizioni indipendentistiche».

Il traffico illegale dell’oro è una delle causa del mancato sviluppo della Repubblica Democratica del Congo. Dal 1996, in 17 anni il traffico illegale dell’oro è valutato a 6,8 miliardi di dollari, l’equivalente al 38,5%  del PIL annuo della Repubblica Democratica del Congo valutato sui 17,7 miliardi di dollari. La media annuale di oro che proviene illegalmente dal Congo è di circa 10.000 kg. Il danno economico causato dal mercato nero dell’oro è solo la punta del iceberg che riguarda anche metalli rari come cobalto, coltan, platino, tungsteno, tutti materiali vitali per l’industria aeronautica, computer e telefonia mobile che creerebbe un volume complessivo di circa 5 miliardi di dollari annui. La produzione dal Congo di oro rappresenta il 51% di quella mondiale. Per il Tungsteno il 7,4%, per i coltan il 20%. Inoltre il Congo detiene il 88% delle riserve mondiali di platino.

Il traffico dell’oro congolese è redditizio ma pieno di rischi. Tutti ci sono coinvolti dal Governo di Kinshasa ai mafiosi turchi e russi. Dal Presidente Kabila a Museveni. Dai caschi blu della MONUSCO agli israeliani e gli arabi. Solo la mafia italiana sembra essere stata incapace di inserirsi fino ad ora. Noi siamo i pesci piccoli che sopravvivono all’interno di questo mercato fornendo il pane quotidiano alle nostre famiglie e pagando gli studi ai nostri figli. Credimi, qui in Congo questi traffici sono considerati normali. Del resto Mobutu Sese Seko fu spodestato da Laurent Désiré Kabila un ex ribelle degli anni Sessanta ma sopratutto un famoso trafficante di oro tra Bujumbura e Dar El Salaam”, confida un trafficante congolese che fa la spola tra Butembo e Kampala sotto protezione di anonimato.

La complicata rete regionale del traffico dei minerali preziosi e rari è stata dettagliatamente descritta dal esperto in materia e giornalista per Narcomafie, Matteo Zola, autore dell’inchiesta Milizie Criminali. Il mercato nero dei minerali Congolesi rappresenta circa il 10% del totale dei 50 miliardi di dollari provenienti dal traffico illecito delle risorse naturali. L’ex Presidente Sudafricano Thabo Mbeki ha recentemente affermato in una conferenza stampa presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York che le multinazionali sono responsabili di due terzi del valore di queste attività illecite a cui si deve aggiungere le clamorosi evasioni e frodi fiscali ai danni del Paesi Africani. La denuncia di Mbeki ha avuto il pregio di chiarire una realtà conosciuta ma volutamente sottovaluta. Una denuncia che purtroppo resta monca poiché Mbeki ha rifiutato di fare i nomi di queste multinazionali, evidenziando così l’influenza che riescono ad esercitare anche su importanti figure politiche del Continente.

 

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