domenica, Luglio 25

Dove finisce il petrolio dell'ISIS? Le risorse di Iraq e Siria contrabbandate in Turchia su camion o a dorso di mulo

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petrolio isis

Tra le attività del gruppo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), da qualche tempo si annovera anche il contrabbando delle risorse energetiche provenienti dai giacimenti occupati in Siria e Iraq. I barbuti militanti, infatti, starebbero effettuando una vera e propria ‘svendita’, applicando ai barili rubati prezzi inferiori alla metà di quelli del mercato internazionale. Gli acquirenti? I mercati asiatici con meno possibilità di acquisto. La via di passaggio delle risorse? Il poroso confine di Siria e Iraq con la Turchia.

Tuttavia, l’attenzione degli analisti sembra rivolta alle stime contrastanti sulla quantità di idrocarburi contrabbandati e sui guadagni dell’ISIS, più che sulle conseguenze, a livello internazionale, di questa emorragia. Che rischia non soltanto di affossare definitivamente la stabilità dell’Iraq, ma anche di dar vita a pericolosi precedenti nei confronti della Turchia.

A fine agosto scorso, Issam al-Chalabi, Ministro del Petrolio iracheno ai tempi del Governo di Saddam Hussein, dichiarò che, secondo fonti attendibili, l’ISIS avrebbe potuto guadagnare, durante il 2014, fino a 150 milioni di dollari dal contrabbando di petrolio dei pozzi sottratti alle forze irachene.

Pur riconoscendo la quasi impossibilità di monitorare e determinare la quantità di risorse contrabbandate, così come le entità internazionali coinvolte in questo ‘business’, Chalabi non mancava di suggerire come diverse compagnie petrolifere internazionali sarebbero state coinvolte in questi traffici. Inoltre, l’ex Ministro indicava la Turchia quale maggiore beneficiario: il suo territorio, infatti, sarebbe lo snodo di passaggio del petrolio contrabbandato verso i mercati internazionali. Soprattutto per quanto riguarda il petrolio siriano, mentre quello iracheno potrebbe essere contrabbandato anche attraverso il territorio iraniano.

Le risorse irachene e siriane sarebbero dirette perlopiù in Asia, verso Paesi che, come India, Pakistan, Bangladesh e Afghanistan, apprezzano il prezzo inferiore applicato dall’ISIS: tra i 20 e i 40 dollari al barile, rispetto ai circa 100 del mercato internazionale. Ed è proprio nella zona di confine della Turchia con Siria e Iraq che si troverebbero diffuse piccole cellule di contrabbandieri, così come nella regione del Kurdistan iracheno.

Nella prima area, infatti, il controllo del territorio è nelle mani dell’ISIS, mentre nella seconda, la Regione Semiautonoma del Kurdistan iracheno, i tentativi di commercio di petrolio autonomo da Baghdad sono in atto da anni. Per quanto riguarda la Siria, l’ISIS starebbe dominando I giacimenti di petrolio nella regione di Deir ez-Zor, nel nord-est del Paese, proprio al confine con Iraq e Turchia. Si stima che in Siria la quantità di petrolio prodotta dai giacimenti controllati da ISIS arrivi a 50.000 barili al giorno, e che questi siano venduti a un prezzo medio di 30 dollari a barile. Anche il gas naturale entrerebbe in questo ‘grande gioco’ parallelo, venduto a commercianti locali o messo in bombole da smerciare alle famiglie per uso domestico.

Lo Stato Islamico, inoltre, starebbe vendendo gas naturale allo stesso Stato siriano: il prezioso idrocarburo è infatti indispensabile per far funzionare gli impianti di energia elettrica in un Paese martoriato da tre anni di guerra civile e dai bombardamenti delle forze internazionali.

In Iraq, I giacimenti controllati dall’ISIS sarebbero sette o otto, di minore importanza, dotati di una capacità produttiva di 70.000 barili al giorno. Secondo diversi analisti, il gruppo islamista starebbe guadagnando circa 3 milioni di dollari al giorno dal contrabbando di petrolio iracheno, anche se altri parlano di cifre più contenute: come ad esempio Ben Lando, analista di ‘Iraq Oil Report’, che assicura come i profitti dell’ISIS da questo commercio non supererebbero i 250.000 dollari al giorno. La scarsa dimestichezza dei membri del gruppo con gli impianti di estrazione e stoccaggio, sostiene Lando, non permetterebbe una produzione a pieno regime di questi giacimenti, che si aggirerebbe più realisticamente sui 25.000-40.000 barili al giorno.

Di questa stessa posizione anche i recenti reportage sull’argomento pubblicati da Washington Post e Wall Street Journal, secondo i quali i militanti non sarebbero in grado di utilizzare al meglio il sistema di oleodotti che collega Iraq e Turchia, trovandosi così costretti a trasportare su camion o a dorso di mulo i barili di petrolio. I giacimenti iracheni in mano all’ISIS, inoltre, non sembrano essere così importanti, in quanto a dimensioni e quantità di petrolio prodotto, rispetto ai grandi giacimenti del sud, ancora sotto il controllo di Baghdad e capaci di produrre, quotidianamente, fino a 3 milioni di barili.

Sebbene diversi analisti internazionali minimizzino l’incidenza numerica di questi contrabbandi sul settore petrolifero iracheno, referenti più vicini al Governo di Baghdad sembrano maggiormente preoccupati. Non soltanto poiché questa attività starebbe fornendo ai militanti dell’ISIS una discreta fornitura di fondi per proseguire la loro guerriglia, ma soprattutto per il valore essenziale che il petrolio assume nella vita economica e politica irachena. Infatti, il settore ‘oil’ procura il 90% delle entrate statali irachene e quasi tre quarti della forza lavoro dell’Iraq è impiegata nella pubblica amministrazione e delle forze di sicurezza statali. In questo modo, il petrolio diventa la risorsa fondamentale per sostenere finanziariamente lo Stato, che, a sua volta, è indispensabile per il mantenimento della maggior parte delle famiglie irachene.

Risulta evidente, pertanto, come il settore petrolifero costituisca una ‘colonna portante’ non soltanto per la struttura economica del Paese, ma anche, e soprattutto, un mezzo fondamentale e imprescindibile per garantire stabilità al sistema politico e sociale interno. Da qui, diventano più comprensibili i toni allarmati con cui il Governo iracheno sta affrontando la questione. E, soprattutto, diventa fondamentale il ruolo che la Turchia, con i suoi operatori, potrebbe giocare nella decostruzione del sistema economico, e di riflesso politico, del vicino iracheno.

La Turchia, infatti, sembra essere diventata lo snodo di passaggio per il petrolio contrabbandato dall’Iraq: non soltanto quello fornito dall’ISIS, ma anche quello esportato autonomamente dal Kurdistan iracheno senza il benestare di Baghdad. Sebbene non sia possibile imputare con certezza ad Ankara una volontà di favorire questi processi, gli scarsi controlli ai confini del Paese con l’Iraq e la Siria, così come la tendenza alla corruzione riscontrata nelle guardie di frontiera, non depongono a favore della Turchia. Che fin dal 2011, anno dell’inizio dei tumulti in Siria, avrebbe chiuso un occhio sulle attività di contrabbando di petrolio dal Paese vicino.

Negli ultimi tempi, tuttavia, la pressione internazionale e l’espansione del sedicente Stato Islamico avrebbero spinto Ankara a una timida reazione: secondo fonti militari turche, nelle ultime due settimane le Forze di Sicurezza avrebbero confiscato dalle mani dei contrabbandieri petrolio per un ammontare di circa 84 barili, al confine tra Turchia e Siria. Un quantità irrisoria, rispetto ai numeri del contrabbando del gruppo islamista.

Da parte turca non sono mancate le smentite. Come quella, riportata dal giornale turco ‘Daily Sabah’, di Şadi Güngör, Amministratore Delegato dell’impresa di commercio petrolifero turca Ba Energy, secondo il quale il contrabbando di petrolio dall’Iraq sarebbe un problema anche per la stessa Turchia, precedente all’ISIS e dannoso per l’economia e la fiscalità del Paese. Negli ultimi anni, i toni tra Ankara e Baghdad si erano già fatti pesanti a causa dei contatti che il Governo turco è andato sviluppando con le autorità del Kurdistan iracheno, di cui ‘L’Indro’ ha già raccontato i retroscena, così come i recenti accordi con l’impresa statunitense ExxonMobil per operare nel sottosuolo curdo senza l’accordo del Governo centrale iracheno.

Infine, destano sospetti anche i legami energetici sempre più stretti con l’altro Paese che, secondo Chalabi, starebbe operando da ‘hub’ per il petrolio iracheno di contrabbando, l’Iran. Come l’importante accordo, in discussione dalla scorsa primavera, di raddoppio delle forniture di gas iraniano alla Turchia, in cambio di una riduzione del prezzo.

 

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