venerdì, Maggio 7

Dove è andato il sottomarino Nanggala? Sono due i principali problemi: trovarlo e poi soccorrere l’equipaggio

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Nelle acque a nord di Bali, è in corso una frenetica ricerca del sottomarino indonesiano KRI Nanggala, scomparso con 53 membri dell’equipaggio, da quando non è riuscito a fare un rapporto di routine mercoledì mattina.

Secondo James Goldrick, Docente di scienze marittime dell’Australian National University, ci sono due sfide chiave quando un sottomarino scompare. La prima è trovarlo. Quando il Nanggala si è immerso come parte di un esercizio di routine, è improbabile che l’imbarcazione fosse tracciata. Anche in un esercizio a distanza ravvicinata può essere molto difficile mantenere il contatto del sonar con un sottomarino.

Anche se il Nanggala potrebbe aver avuto una traccia pianificata nota, l’unica certezza è dove si trovava il sottomarino quando è stato segnalato l’ultima volta mercoledì. Tipicamente, la prima indicazione della scomparsa di un sottomarino, a meno che non si sia verificata un’evidente collisione con una nave di superficie, è l’assenza del rapporto di routine.

Le marine – afferma Goldrick – hanno procedure pre-pianificate per istituire controlli e avviare ricerche se un sottomarino non si riesce a rintracciare. Queste vengono immediatamente attivate quando tale rapporto non viene ricevuto. Passano rapidamente da quelle che sono state definite procedure ‘SUBLOOK’ (alla ricerca di un sottomarino) a ‘SUBMISS’ (il sottomarino è scomparso) e poi, quando si è persa la speranza o arrivano le prove di un incidente, l’autoesplicativo ‘SUBSUNK’.

Per quanti siano i ‘ricercatori’ e per quanto sofisticati siano i loro sensori, ci sarà quasi sempre un’area di incertezza e può essere molto ampia. Più velocemente il sottomarino si è mosso e più lungo è l’intervallo dall’ultimo controllo, maggiore sarà l’area da passare sotto osservazione.

I sottomarini dispongono di boe segnaletiche di emergenza che possono essere rilasciate per contrassegnare la loro posizione in caso di incidente. Ciò a condizione, ovviamente, che l’incidente non abbia reso inabile l’equipaggio.

In acque poco profonde, le boe possono rimanere legate al sottomarino. In acque profonde diventano fluttuanti, quindi quando le boe vengono rilevate le unità di ricerca devono calcolare di nuovo la posizione di rilascio stimata, con tutte le incertezze che il vento e le correnti portano. Questo è anche il caso di eventuali detriti o macchie di petrolio sulla superficie del mare, come quello eventualmente rilevato dalle unità indonesiane alla ricerca del Nanggala scomparso.

Il problema successivo, sostiene Goldrick, è che il fondo dell’oceano è raramente piatto. Anche se le acque non sono abbastanza profonde da far crollare lo scafo del sottomarino sotto pressione – qualcosa che è accaduto al sottomarino argentino molto simile San Juan nel 2017 quando è affondato in 900 metri d’acqua – può essere molto difficile rilevare la nave tra i fondali marini.

La ricerca del San Juan, anche se coadiuvata dalla triangolazione della firma sismica della sua implosione in profondità, è durata un anno intero, con minuzioso esame dei fondali marini mediante sonar ad alta frequenza e telecamere subacquee. È concepibile che la ricerca del Nanggala potrebbe richiedere tanto tempo, o più a lungo.

Una volta trovato il sottomarino, non vi è alcuna garanzia che qualcuno a bordo sia ancora vivo, anche se lo scafo non è imploso. Se uno o più compartimenti si sono allagati, potrebbero esserci dei sopravvissuti in altre sezioni, ma avranno aria limitata. E questo è un problema chiave.

Il tempo, conferma Goldrick, non è dalla parte dei sopravvissuti. Il problema è, come affermato dalla Marina indonesiana, che i 53 membri dell’equipaggio del Nanggala avrebbero solo circa 72 ore di aria una volta che il loro sottomarino fosse disabilitato. Questo significherebbe che probabilmente l’aria finirà entro sabato mattina.

È possibile effettuare una fuga individuale in libera risalita da un sottomarino affondato, ma questa procedura pericolosa diventa sempre più rischiosa con l’aumentare della profondità dell’acqua. Nanggala operava in un’area con profondità fino a 700 metri. Questo è di gran lunga troppo profondo per questi metodi, anche se è possibile che lo scafo non sia imploso.

Anche se Nanggala fosse ancora intatto, è probabile, dice Goldrick, che anche 700 metri siano troppo profondi per le attrezzature di soccorso. Esistono procedure internazionali ben sviluppate per fornire aiuto in caso di incidente sottomarino e diverse navi e sistemi di salvataggio sono stati attivati ​​da altre Nazioni oltre che dall’Indonesia.

Idealmente, un’unità di soccorso in acque profonde può essere schierata per accoppiarsi a un portello del sottomarino e imbarcare i sopravvissuti, ma dipende se il portello è accessibile e se l’acqua non è troppo profonda per l’unità di soccorso interessata.

Nel caso del Nanggala, sottolinea Goldrick, la Marina indiana ha inviato una nave di salvataggio sottomarino per aiutare gli indonesiani, ma ci vorranno circa sei giorni solo per raggiungere l’area, e praticamente ogni altro sistema di salvataggio che può essere reso disponibile probabilmente arriverebbe troppo tardi per aiutare l’equipaggio visto che il sottomarino non è ancora stato trovato.

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