mercoledì, Settembre 22

Dopo tre anni conclusa la crisi fiscale Usa field_506ffb1d3dbe2

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Ieri sera il Congresso statunitense ha messo la parola fine a una crisi fiscale durata tre anni. Camera e Senato hanno infatti raggiunto l’agognata intesa sul bilancio. L’allentamento fiscale a breve termine l’anno prossimo e il fatto che dopo anni di comportamento irresponsabile il Congresso ha raggiunto in fretta un compromesso, senza bisogno di aprire una nuova crisi, sono segnali da accogliere positivamente.

Tante volte in passato l’assenza di un piano di questo tipo, anche solo modesto, è costata molto cara all’America, in termini di immagine ma anche di soldi. Per buona parte di ottobre le attività non essenziali del Governo federale sono state interrotte per mancanza di fondi. Ieri i due rami del Congresso hanno trovato invece un punto di incontro. Non accontenta nessuno, né Conservatori né Progressiti, ma è un buon inizio. E anche se al Tea Party non piace, gioverà all’economia. Il Pil è visto salire dello 0,3% in più grazie alle misure nel 2014, secondo le stime degli economisti.

La svolta impressa da Senato a maggioranza Democratica e la Camera dei rappresentanti a maggioranza Repubblicana lancia un segnale positivo ai cittadini americani, stanchi della situazione di stallo politico e delle sue conseguenze sull’economia reale. L’intesa, votata in tarda serata, prevede un pacchetto di misure relativamente contenuto, da 85 miliardi di dollari. Le iniziative sanciscono la fine al cosiddetto ‘sequester‘, i tagli automatici ed orizzontali previsti dalla legge in mancanza di un accordo sul bilancio. Come era naturale attendersi, grande è stata la soddisfazione del Presidente Barack Obama, che in una nota sottolinea che «l’accordo bipartisan rappresenta un primo passo positivo» per un bilancio più equilibrato.

«L’intesa non contiene tutto quello che io avrei voluto – osserva l’inquilino della Casa Bianca – e sono convinto che è così anche per i Repubblicani. Ma questa è la natura del compromesso. E questo è il modo in cui gli americani vogliono lavori il Congresso». I passaggi più significativi della nuova finanziaria riguardano l’aumento delle spese del Pentagono e delle agenzie federali nei prossimi due anni. L’accordo non prevede l’estensione dei sussidi per la disoccupazione di lunga durata fortemente voluta dai Democratici e chiesta da Obama. Una lacuna che rischia di lasciare senza un dollaro ben un milione di disoccupati alla fine dell’anno. Ma per i conservatori la misura risulterebbe come un incentivo a rimanere senza lavoro, in modo tale che queste persone siano spinte a cercarsi un impiego.

L’intesa viene definita dai principali giornali come ‘modesta’ nei suoi contenuti. Ma è un coro unanime quello che parla comunque di svolta, un «cessate il fuoco» dopo una battaglia senza esclusione di colpi che ha paralizzato la politica di Washington a partire dal 2011 e che ora dà respiro ai membri del Congresso. I quali avranno un maggiore margine di manovra per affrontare le due questioni cruciali rimaste in sospeso, dalla riforma fiscale alla riduzione del debito pubblico.

IlFinancial Times’ riconosce che l’intesa è solo l’inizio di una lunga strada che porterà le autorità americane a dover fare i conti con gli annosi e irrisolti problemi del debito. L’accordo in numero prevede infatti la cancellazione di 63 miliardi di dollari in tagli e circa 22 miliardi di diminuzione del deficit. Sono briciole se confrontate con i 17 mila miliardi di dollari di debito, ma saranno sufficienti a evitare una nuova paralisi federale in gennaio.

Per via della sua natura limitata, l’accordo non affronta questioni fiscali più ampie che pesano sui conti di bilancio di Washington, come il costo elevato dei programmi previdenziali e di assistenza sanitaria, che diventeranno giocoforza più costosi per effetto dell’invecchiamento della popolazione. Inoltre non prevede grandi cambiamenti al codice fiscale, che molti a Capitol Hill vorrebbero invece vedere modificato.

«L’intesa bipartisan è un passo importante, ma non affronta i veri problemi a lungo termine del debito», dice Michael Peterson, Presidente della Peter G Peterson Foundation, che chiede una riduzione più consistente del deficit rispetto a quella ottenuta. «Dovremmo tutti felicitarsi del fatto che i nostri parlamentari abbiano trovato un punto di incontro sul budget che metterà fine al ciclo di crisi di Governo”. Tuttavia non bisogna sedersi, «abbiamo ancora molto da lavorare per rimettere la nostra nazione sui binari della sostenibilità fiscale».

Cinque anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria scatenata dal caos dei mutui subprime cartolarizzati in strumenti derivati che ha finito per azzoppare l’economia maggiore al mondo, provocando un effetto domino anche in Europa, l’amministrazione statunitense ha approvato la Volcker Rule vigente ai tempi in cui era Presidente l’ultimo Democratico in carica, Bill Clinton. La misura è volta a limitare le attività speculative delle banche commerciali, separando la divisione di trading da quella retail.

Dopo le trattative fiume di ieri, protrattasi fino a notte fonda, l’Unione Europea è arrivata soltanto a un compromesso, senza garantire che venga siglato un accordo sull’unione bancaria entro fine anno. I Ministri delle Finanze avranno ancora un’occasione di rifarsi la prossima settimana. Per ora è stata stretta un’intesa di base sul secondo pilastro, il meccanismo di risoluzione delle banche in fallimento, ma mancano ancora i dettagli.

Diversi Paesi hanno avuto da obiettare sulle condizioni imposte da Berlino sul fondo da usare. Al termine di 14 ore di negoziati al Consiglio, le autorità dell’Unione europea hanno lasciato Bruxelles decidendo di riaggiornarsi in una nuova riunione la prossima settimana. I nuovi appuntamenti sono per martedì 17 dicembre con una riunione dell’Eurogruppo, seguita il giorno successivo dal Consiglio Ecofin, fissato per finalizzare l’accordo.

In Europa le notizie macro hanno scarseggiato quest’oggi, con la più importante giunta probabilmente dalla Grecia. Il Paese indebitato riceve in questi giorni la visita dei creditori della Troika. Gli inviati di Bce, Commissione Ue e Fmi sono stati accolti dalle proteste e i fischi ad Atene. Oltre la metà dei giovani sono disoccupati. Il tasso di senza lavoro è salito al 27,4% in settembre dal 27,3% di agosto.

Malgrado l’incremento progressivo del tasso, ci sono anche motivi per essere ottimisti. Elstat, l’istituto di statistica ellenico, ha riportato che anche il numero di persone con un impiego è cresciuto a quota 3 milioni, 639 mila e 429 in settembre, pari a un aumento dell’1% rispetto al mese precedente. In calo gli inattivi e i rassegnati, il che significa che un numero superiore di greci sta provando a cercare un lavoro. A ogni modo su base annuale, il tasso di disoccupazione è in progresso del 5,9% e il numero di occupati in calo dell’1,5%.

L’agenzia di rating Standard & Poor’s prevede per l’Europa una ripresa non tradizionalmente ciclica, bensì di una ripresa al rallentatore che non riesce a ricreare occupazione. Detto questo la solidità finanziaria delle imprese si è stabilizzata e si prevede «ulteriori e graduali miglioramenti nei prossimi 12 mesi», come ha affermato l’analista Paul Watters.

S&P non ritiene che l’Europa sia in grado di ritrovare tassi di crescita economica tali da portare a risalite sensibili di utili, investimenti e assunzioni da parte delle imprese, come normalmente avverrebbe in una fase di ripresa ciclica. E a frenare l’economia contribuisce il crescente divario tra paesi del Nord e del Sud. «Semmai è il risultato di un contesto di crescita debole che continua a tenere sotto pressione fatturati, redditività e tesorerie».

 

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