mercoledì, Ottobre 20

Dopo Parigi, anche Roma in fiamme?

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L’Italia è sicuramente un grande hub di smistamento per coloro che vogliono portare la Jihad in Europa, qui sbarcano centinaia di persone ogni giorno e su molte è difficile fare controlli e rintracciando la loro vera identità.
L’intelligence della penisola è uno dei migliori nel rintracciare e smantellare cellule terroristiche.
Questa propensione alla caccia è sicuramente un retaggio dovuto alla presenza su territorio nazionale di focolai terroristici dello scorso secolo, problema che molti altri Paesi non si sono trovati ad affrontare nel corso della loro storia.
Tuttavia l’intelligence italiana non è immune da critiche e purtroppo la sfera politica (nella sua globalità) ha delle responsabilità di cui dovrebbe prendere coscienza.
In tempi non sospetti, quando gli analisti, predicavano un taglio al budget della Difesa e della pubblica sicurezza al limite dell’indecoroso, sono state tantissime lo voci che hanno tuonato ritenendo estremista il tentativo di militarizzare l’Italia.
Quelle stesse voci che hanno urlato il loro sdegno anti militarista, oggi implorano misure contro lo Stato Islamico che non nascono sugli alberi.
Strutture per l’Homeland Security hanno un costo elevatissimo e mantenere sotto controllo tutte le persone sospette impiega giornalmente un totale di 20-25 persone per sospetto.
Persone che devono essere pagate e che hanno necessità di attingere a fondi cospicui per mantenere  attrezzature e postazioni in giro per i punti sensibili.

La sicurezza non si materializza come in un telefilm, digitando a caso qualche parola sulla tastiera del nostro portatile, non esistono analisti onniscienti che in una piccola camera buia piena di schermi trovano l’introvabile con straordinaria semplicità.
La realtà è che la lotta al terrorismo costa carissima, costa in termini di tempo (che è la risorsa più importante in guerra) costa in termini umani e costa soprattutto tanti, tanti, tanti soldi.

L’Italia sta tentando di mantenere una sua neutralità internazionale, implorando una risoluzione diplomatica per quelle zone in cui lo Stato Islamico ha un potere pressoché illimitato, condizione che molti ritengono erronea ma che delinea una maturità compresa da pochi.
Schierarsi apertamente in una lotta all’ultimo sangue con i terroristi, ci espone a rischi che non siamo in grado di arginare.
La strage di Parigi è una diretta conseguenza della politica militare francese in medioriente, ma François Hollande aveva già previsto il tentativo di intimidire la popolazione con attentanti e minacce. Non a caso i bombardieri francesi sono entrati in azione in meno di 48 ore su Raqqa colpendo almeno 20 obiettivi.

La  Repubblica italiana non è pronta né a combattere il terrorismo né ad accettarne le conseguenze, secondo molti osservatori.
Vogliamo la lotta la terrorismo ma non vogliamo assumerci i rischi che questa comporta, vogliamo essere sicuri nei nostri centri commerciali ma senza vedere le divise dei militari che garantiscono questa sicurezza.
L’Italia non è pronta non tanto dal punto di vista strategico ma quanto dal punto di vista antropologico.

L’intelligence, nonostante abbia strumenti molto evoluti ed eventuali permessi speciali, non ha la capacità di fare miracoli.
Il terrorista, che desidera commettere un attentato in Italia ed in Europa, può tranquillamente superare tutti i controlli arrivando in business class con un volo extra lusso dal costo inaccessibile ai comuni cittadini.
Alloggerebbe, non in degradate zone periferiche vestendosi di vestiti di seconda mano, ma vivrebbe in zone centralissime, vivendo una vita normale, vestendo con abiti tradizionali. Mimetizzandosi nella stessa società che vuole distruggere.
L’intelligence non ha la sfera di cristallo e non utilizza sensitivi per scovare questi terroristi spietati, semplicemente sono rischi a cui ci si deve necessariamente abituare.
Sembra orribile, ma è la realtà dei fatti, possiamo fermare i lupi solitari, quelli che commettono errori e che sono manipolati, ma non possiamo fermare i terroristi occulti.

Un capitolo a parte è da dedicarsi alla tanto sospirata missione internazionale contro il terrorismo.
Continuare a sostenere l’intervento militare, allo stato dell’arte, è una condizione irresponsabile, che manipola la popolazione facendole credere che questa sia l’unica soluzione attuabile.
Operazioni di questo tipo sono strumenti atti a proseguire una politica già chiara, con obbiettivi da eliminare e con zone da pacificare perché il processo di rinascita del Paese sia completo.
Quella che molti paventano come l’unica soluzione alla lotta al terrorismo, è attualmente una strategia priva di obbiettivi e di una prospettiva di lungo periodo.
Il terrorismo si annida ovunque nel mondo e senza un piano concreto e soprattutto funzionante, rischiamo di trovarci impantanati  in una seconda Enduring Freedom dagli inattesi risvolti.
Non possiamo chiedere allo strumento militare, ciò che lo strumento militare non può fornire.
Le Forze Armate sono uno mezzo per arrivare alla soluzione che deve avere una strada politica già largamente definita.

L’11 Settembre dovrebbe averci insegnato qualcosa, cioè che le operazioni militare condotte sull’onda emotiva del momento, non portano che altri morti.
Solo i terroristi possono ragionare trascinati dalla loro sete di vendetta per una Storia che gli ha ignorati, noi Occidentali, dobbiamo combattere la loro emotività con logica fredda e spietata pianificazione.

Il mondo militare non è solo bombe e fucili, il mondo militare è una risposta studiata nel dettaglio, sono uomini che si muovono sul campo perché hanno obbiettivi concreti e risolutivi.
La vendetta non è un obbiettivo concreto e nemmeno una valida motivazione per inviare bombardieri e soldati in una guerra da cui non possiamo  far ritorno da vincitori.

 

 

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