lunedì, Settembre 20

Dopo lo sfascio italiano, una prospettiva ‘glocal’ L’Italia di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini è un’Italia ormai al capolinea È possibile che il Paese divenga presto il laboratorio di una realtà politico-sociale del tutto nuova

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L’Italia che vota Di Maio è così un’Italia paradossale: una società senza Stato e in cerca di politiche stataliste ancor più pervasive (si pensi al reddito di cittadinanza) di quelle lasciateci in eredità dal fascismo e dai governi del dopoguerra. C’è però da chiedersi come possa reggere un’azione pubblica tanto ampia  -tassazione, regolazione ecc.- in assenza di una forte legittimazione ideale.

La sensazione è che i vincitori delle ultime ore siano giganti con i piedi d’argilla, e in qualche modo essi lo sanno. Sembrano infatti consapevoli che possono gestire lo scontento stando all’opposizione, ma non sono in grado di offrire risposte andando al governo. Il Nord in crisi che  -in mancanza di alternative credibili- ha votato la Lega e il Mezzogiorno dei disoccupati che ha puntato sui grillini ora vogliono risposte reali: e tutto questo in un quadro drammatico, dominato dal doppio debito (pubblico e previdenziale).

La rivolta anti-istituzionale di Lega e M5S non è quindi attrezzata a convertirsi in un’azione di ricostruzione. È facile prevedere, a questo punto, che niente di rilevante possa cambiare per le imprese venete costrette a delocalizzare e per i giovani calabresi obbligati a trasferirsi a Londra.

Cosa prenderà forma, allora, da questo liquefarsi delle istituzioni pubbliche? Cosa rimarrà sul terreno nel momento in cui i vecchi poteri, venuta meno ogni aura e legittimità, si mostreranno incapaci di gestire l’esistente e riorganizzare il rapporto tra apparati pubblici ed economia privata, tra Stato e società?

È possibile che l’Italia divenga presto il laboratorio politico di una realtà politico-sociale del tutto nuova. Come già più volte in passato, il Paese appare all’avanguardia di processi che riguardano l’intero Occidente. Ed è significativo come tutti  -dopo il voto- siano stati costretti a rilevare la tremenda frattura Nord-Sud del comportamento elettorale: con un Sud egemonizzato dal M5S e un Nord che, invece, ha puntato sulla Lega.

Proprio nel momento in cui Salvini ha ‘italianizzato’ il suo partito (per egemonizzare la destra e puntare a Palazzo Chigi), l’Italia è uscita dalle urne quanto mai divisa. La frammentazione segnala però un’assenza e una presenza: all’Italia che non c’è si oppone, in effetti, il persistere di altre comunanze, assonanze, somiglianze. E non è un caso se, nei social, si sono sprecate le cartine geografiche che accostavano l’Italia del 4 marzo a quella degli Stati preunitari.

In un certo senso, è stata la globalizzazione a farci comprendere come l’italianità fosse una vernice assai superficiale. In effetti, questa nostra società che ha bocciato la politica tutta intera (per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni) è una società in cui molti viaggiano con Easyjet e Ryanair, dormono con Airbnb e magari, hanno pure investito qualcosa in bitcoin, persuasi che le monete fiduciaria di Stato altamente inflazionate siano vicine a un tracollo. Il nostro è un mondo di persone che usano di continuo Facebook e Twitter, e che tendono a coniugare il proprio piccolo universo di relazioni e l’insieme degli avvenimenti globali: finendo per saltare quella dimensione ‘nazionale’ che invece è stata all’origine degli Stati per come li conosciamo. La nostra relazione con il mondo evita sempre più la dimensione nazionale, se è vero che molti di noi sono più spesso su Youtube che sintonizzati con la Rete Uno. Siamo locali e globali (glocal) assai più che nazionali. E in questo senso va detto come le differenze siano anche elementi di identità, a livello di città e/o di regione.

C’è allora da chiedersi se nei prossimi anni non saranno proprio le istituzioni più vicine ai cittadini (dinanzi allo sfascio di una politica romana alla deriva…) a offrire un’alternativa allo Stato nazionale in ginocchio. E a tale proposito i due recenti referendum di Veneto e Lombardia hanno lanciato segnali precisi. Se l’Italia è fonte più di problemi che di soluzioni, probabilmente è meglio che ognuno si focalizzi su quanto è possibile fare ‘a casa propria’ e, ancor prima, che trovi una sua Heimat credibile, rinunciando a ogni intreccio tra Stato e Patria, tra potere e comunità.

Tornare a casa, restituire responsabilità, rafforzare la concorrenza tra giurisdizioni piccole e locali (come avviene in Svizzera): questa potrebbe essere la strada da percorrere preso atto che l’Italia di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini è, di tutta evidenza, un’Italia ormai al capolinea.

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