sabato, Settembre 18

Dopo l’Afghanistan, la politica estera è tutta da rifare E' urgente una rilettura e una riscrittura della nostra politica estera. Occorre ristudiare, ridisegnare e riscrivere tutto. Occorrono cultura, competenza, ma specialmente rispetto delle norme di diritto internazionale in materia di autodeterminazione dei popoli

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Credo che valga la pena riprendere il ragionamento di ieri  a proposito dell’Afghanistan, di ciò che vi sta succedendo e vi è successo.
Cominciando -lo dico con tutta la brutalità resa necessaria dallo svolgimento del caso- con la evidente e
grossolana incapacità dei nostrigovernantie, purtroppo, dei nostri vertici militari, a gestire la situazione con un minimo di consapevolezza, e quindi di capacità di previsione. Sorvoliamo sui due ministri, buoni solo a celebrare e celebrarsi, ma evidentemente inferiori drammaticamente al compito affidatogli. Quella incapacità è la stessa che ha portato il nostro Paese a commettere errori su errori e a compromettere la propria immagine di civiltà partecipando stolidamente a quasi tutte leimpresemilitari degli USA, quasi tutte fallite o in via di fallimento.

Ne fu e ne è esempio l’episodio disgraziato di Nassiriya o della giornalista de ‘Il Manifesto, dove l’incapacità previsionale, la conoscenza del problema e dei suoi risvolti, ha provocato danni e specialmente morti. Ma appunto, la politica non basta. Entrambi gli episodi, e quello odierno dell’Afghanistan in maniera plateale, mostrano se non l’incapacità la non volontà di agire da parte dei vertici delle forze armate italiane.
Come per Nassirja nessuno aveva avvertito le nostre truppe sul posto che eravamo nel bel mezzo di un atto di guerra aggressivo e illecito, esplicitamente (e non è un caso) previsto all’art. 2 dei Protocolli del 1977 (art. 1.1) agli accordi di Ginevra del 1948. Lì c’era un popolo aggredito che si difendeva, che faceva, in altre parole, ciò che fecero i nostri padri e nonni (alcuni, non tutti! E molti di essi odiati da chi oggi vuole intestare piazze a Mussolini e a Hitler) quando si ribellarono al fascismo e ai tedeschi con la resistenza. In quel caso nessuno avvertì nessuno o, peggio, nessuno si rese conto di ciò che si faceva per cui i nostri soldati erano del tutto impreparati a difendersi da quelli che, probabilmente, pensavano fossero amici felici della nostra presenza lì, come a suo tempo gli ‘alleati’ in Italia.

Oggi, in Afghanistan, non posso credere che nessuno ai vertici delle Forze Armate e ai vertici della Farnesina (se così fosse, povero generale Figliuolo, che capi ha!), e quindi certo non Giggino e Guerini, figuriamoci, avesse capito, da soldato, da esperto in logistica, da stratega militare, da informato dai servizi segreti (della famosa ma, a quanto pare, inutile signora Belloni), che i Talebani stavano dilagando e a Kabul sarebbero arrivati in un batter d’occhio.
Certo, quei vertici, e certamente i ‘vertici’ politici (vertici inconsci, direi!), erano e sono troppo dipendenti dalla volontà e dallasuperiore esperienza e organizzazione e capacità strategica e spionisticadegliamici americani‘. Questo è un problema da affrontare e risolvere subito, per il futuro: non possiamo continuare a farci incastrare come dei fessi in cose assurde, nelle quali non controlliamo e non abbiamo il diritto di capire nulla. È evidente che i mitici alleati americani erano completamente incapaci di valutare, tanto che alla fine, come in Vietnam (la storia non insegna mai nulla agli arroganti, e in arroganza gli amici americani sono maestri), la fuga generale è una fuga scomposta e disordinata: disonorevole, e in questo disonore, mi turba doverlo dire, sono stati coinvolti i nostri militari, che, francamente, non lo meritano. Sono e siamo fuggiti a gambe levate, abbandonando lì tutto, ma specialmente tutti: tutti quelli che hanno aiutato e collaborato, tutto quelli che avevano creduto alla nascita di uno Stato ‘democratico di tipo occidentale’ creato dagli americani a suon di bombe. Abbiamo abbandonato perfino l’Ambasciata! Viva la faccia, la Gran Bretagna salva un minimo di decenza restando lì e criticando gli americani in fuga anche dall’Ambasciata!

Che dire? Che la democrazia, come la rivoluzione, non si esporta. Però nel cercare di imporla, si rischia di perderne i parametri e di apparire, anzi, essere, i campioni dell’oppressione e della non democrazia. E poi, sentire il signor Tony Blinken dire che gli USA se ne andavano senza curarsi di nulla perché «il lavoro è stato completato» …. Eh no! vivaddio no!
Sorvoliamo sulla buffonata del lavoro finito, che anzi da ora sarà difficilissimo, ma questa è la mentalità dei nostri ‘amici’ americani: hanno finito di fare i loro comodi e se ne vanno soddisfatti, fregandosene degli ‘amici’, che restano indietro. Il silenzio plumbeo della nostra politica è più rumoroso di una bomba atomica. Certo, nessuno si immagina di sentirne parlare i due ‘ministri’, ma il Governo sì.
Invece sembra che si assista al solito sminuzzamento delle cose (anche da parte della stampa) e al solito scaricabarile. Lo pensavo, indignato (riesco ancora a farlo, ma non durerà a lungo) ascoltando l’altro giorno il ministro burocrate Luciana Lamorgese, che ‘rispondeva’ a Matteo Salvini sui migranti. Già solo il fatto che un Ministro risponda a Salvini è assurdo: un Ministro risponde al Capo del Governo e al Parlamento, le polemichette da Papeete si lasciano ai frequentatori dello stesso. Ma certo sentire il ministro-burocrate dire le stesse identiche parole di Salvini, ma per un fine inverso, fa una bruttissima impressione: «
le cose che faccio sono state discusse con il Governo». Il Paese dello scaricabarile! E delle doppie verità, perché le navi a salvare la gente che affoga non ci sono e soluzioni politiche del problema nemmeno. Fa una certa impressione vedere che l’unica proposta sul tappeto è quella di … Giovanni Malagò: scegliere i migranti atletici e ‘farli’ cittadini, come si sceglie il tacchino per Natale!

Ma tornando all’Afghanistan, la gravità della situazione e anche l’assurdità quasi buffonesca della stessa e il fatto che lasciamo in Afghanistan chi sa quante persone che saranno massacrate per essere state nostri amici. Ciò richiede una rilettura e una riscrittura a fondo della nostra politica estera.
L’idea di Mario Draghi dell’amicizia acritica e imperitura in cambio di autonomia europea non funziona più, è evidente. E dunque si deve cambiare, partendo dalla negazione, ormai inevitabile, della rivendicazione di ideali ‘Occidentali’, che, nella pratica, si sono dimostrati fallaci e inesistenti. L’America è un buon alleato e un passabile amico, ma ora si deve riscrivere tutta la nostra politica estera.
Anche perché,
la vittoria dei Talebani (favorita se non addirittura generata dagli USA) avrà conseguenze enormi e a lunga scadenza, che richiedono idee e soluzioni alternative e complesse.
L’idea per cui i Paesi estremisti islamici vanno isolati e magari combattuti non funziona più, o almeno non funziona come una volta. Ora quel fronte è rafforzato assai, l’Iran ha ai suoi confini un Paese amico, il Qatar non è più solo, la guerra nello Yemen non è più solo un fenomeno secondario, la politica aggressiva e colonialista di Israele non può più continuare, è una miccia accesa sotto il sedere di tutti gli europei, la Siria non può più essere bombardata dal primo che passa.
Occorre ristudiare, ridisegnare, riscrivere tutto, e certo non grazie a Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio, ma nemmeno alla gran parte degli altri ‘governanti’. Occorrono cultura, competenza, ma specialmente rispetto delle norme di diritto internazionale in materia di autodeterminazione dei popoli.
Credo che si debba riscrivere sul serio proprio tutta la politica italiana, indicando strade e persone per percorrerle, senza lacrimucce ma anche senza pasticci. Occorre guardare al mondo islamico per quel che è: trattarli tutti come pazzi scatenati assetati di sangue è sballato, quasi quanto andare a celebrare il ‘rinascimento’ dell’Arabia Saudita.
Non tocca a me dirlo, ma è evidente: Draghi deve riguardare la propria politica e le sue premesse (ormai terremotate) e deve dirci chiaro (a noi e al mondo intero) dove vuole andare per poter vedere se siamo o meno d’accordo.
E non c’è più tempo da perdere. Ferragosto è passato, spero che Draghi si sia riposato un po’ e dunque, ora ci dica …

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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